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Rifugiati siriani nella filiera della moda in Turchia. Uno studio racconta le politiche di 5 brand globali
Posted by Aurora Magni on 21/01/2017 - 0 commenti - view count: 454
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Come già denunciato da movimenti umanitari e inchieste giornalistiche, molti rifugiati scappati dalle guerre e dalle violenze dell’Isis sono impegnati in imprese in condizioni di sfruttamento e di mancato rispetto dei basilari diritti dei lavoratori. Solo una parte minima dei 400mila rifugiati stimati un anno fa in Turchia, risulta ad esempio in possesso del permesso di soggiorno  che dà diritto a qualche forma di protezione sociale, mentre i restanti lavoranti coinvolti nei processi produttivi anche della filiera della moda lavorerebbero ‘in nero’ .

Un vantaggio di costo non marginale per la Turchia che nel 2014 risultava  la sesta maggiore esportatrice di manufatti tessili e abiti al mondo e nel 2016 il 3^ paese non UE esportatore di manufatti tessili verso Norvegia e Svezia. E’ quanto si legge nel rapporto recentemente pubblicato da  Fair Action, una ONG norvegese che alla luce di questi dati si chiede cosa stiano facendo i brand Gina Tricot, H&M, KappAhl, Lindex e Varner che utilizzano le filiere turche per la produzione dei propri capi.

L’indagine effettuata mediante questionario, mostra come sia complessa la gestione della propria filiera produttiva anche quando i brand operano in sinergia con ONG locali e attivano propri audit di verifica, specie nei casi in cui  la commessa di fornitura viene svolta da sub-fornitori che sfuggono a controlli e monitoraggi. Tra i brand analizzati KappAhl e Gina Tricot risultano quelli critici non essendo  in grado di fornire rassicurazioni rispetto il controllo della supply chain mentre H&M, Varner e Lindex collaborano con gli stakeholdr locali per identificare i rifugiati e riconoscere loro le adeguate protezioni di stato.

Il rapporto si conclude con la raccomandazione alle imprese che operano in Turchia di collaborare con le ONG locali per monitorare il fenomeno e far emergere più lavoranti possibile dalla condizione di lavoro nero in cui  troppo spesso operano.

https://cleanclothes.org/resources/national-cccs/invisible-workers-syrian-refugees-in-turkish-garment-factories

 


  
Posted by Aurora Magni on 21/01/2017
Filed under studi/ricerche

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