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Cala il sipario sul made in
Pubblicato da Aurora Magni il 27/10/2012 - 13 commenti - visualizzazioni: 1090
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 Ha generato grande delusione la decisione della Commissione europea di stralciare dall’agenda 2013 la proposta di regolamento europeo sul Made in  relativo all'obbligo di tracciare le merci di provenienza extra-Ue.

La decisione  chiude (?) una discussione che ha animato i protagonisti dell’industria tessile e della moda per quasi un decennio e che ha visto in prima linea l'Italia e i Paesi del Sud Europa che puntano a difendere i prodotti europei di qualità dalla concorrenza sleale delle merci d'importazione low cost prive di indicazione di origine.

La motivazione del ritiro della proposta rimanda a tre recenti sentenze del World trade organization che hanno considerato incompatibili con l'accordo sulle Barriere Tecniche  alcune misure introdotte dagli Usa in materia di etichettatura di origine. Al di là dei tecnicismi, la decisione limita ulteriormente le possibilità di fornire ai consumatori informazioni sulle caratteristiche di ciò che acquistano togliendo alle imprese italiane uno strumento utile a valorizzare i propri prodotti. Il Sole 24 ore nel dare la notizia ha riportato la dichiarazione del presidente di Milano Unica Silvio Albini che da Shanghai dove era impegnato nei lavori dell’edizione cinese della fiera ha espresso la sua viva preoccupazione per una decisione che penalizza le imprese italiane . http://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2012-10-25/leuropa-scarica-made-081822.shtml?uuid=AbtAVbwG.

Posizioni di  insoddisfazione profonda sono state espresse anche da Sistema Moda Italia, da CNA Federmoda, da Reparto Produzione.


  
Pubblicato da Aurora Magni il 27/10/2012
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Commenti
Da francesco pontelli il 28/10/2012 13.24








..concordo perfettamente sul momento difficile del Made I ma credo al tempo stesso
che bisognerebbe uscire e proporre
un momento di incontro tra le anime del T/A e del made in Italy nel suo articolata e complessa espresisone per
far capire il peso economico e occupazionale del made IN Italy che ancora non vengono percepite nella loro interezza sia economica che

sociale .
Al tempo stesso ormai risulta NECESSARIO bypassare la politica mediocre e prezzolata che utilizza temi importanti e vitali solo per

visibilità personale e procedere direttamenteverso il consumatore invertendo in questo senso le priorità .

Infatti quest'ultimo NON è come molti credono ancora sordo a concetti come la rintracciabilità del
capo o il rispetto dei normali protocolli che sottendono alle varie fasi di produzioni .

A questo poi si aggiunga UNA VOLTA PER TUTTE che l'approccio all'acquisto è da tempo riflessivo e non impulsivo o peggio

compulsivo .

Quindi nella valutazione che possa poi portare all'acquisto di un bene subentrano parametri che il " mondo economico e politico " nella sua attuale mediocre versiono ignorano : ma non devono assolutamente disconoscerlo le persone che con il mercato nazionale e internazionale si confrontano come le aziende del T/A e del Made in Italy.


iN ALTRE PAROLE:

Dovrebbe essere ormai chiari che è necessario smettere di attendere dalla politica un qualsivoglia riscontro lamentandoci poi quando questa non ci ascolti ma al tempo stesso sempre pronti a blandirla per una misera presenza ad un nostro convegno .

La unica soluzione è rappresentata del passare direttamente
al mercato per illustrare i concetti che sottendono al made in Italy .
Certo questo significherebbe anche cambiare mentalita e forse managers ed analisti di mercato che finora
hanno dormito e ignorano le nuove sensibilità che il mercato ha sviluppato e soprattutto negato le conseguenti nuove
sensibilità alle quali un acquisto deve rispondere oltre la mera gratificazione.
O siamo ancora convinti ,come molti ancora sperano, che sia sufficente un testimonial della televisione per ottenere il successo?? Una semplice comparazione di due momenti storici forse permetteranno agli scettici di " osservare " quanto il mercato sia cambiato ed in continua evoluzione.


Quando andavo al Liceo Classico davanti alla mia scuola sembrava di essere ad un concessionario Piaggio: ciao , vespe e qualche moto da cross.
Ora davanti allo stesso liceo ho contato l'altra mattina 500 biciclette: una domanda mi sorge spontanea .
Il mercato è cambiato se per mercato si intenda la libera circolazione di beni e persone che sono al tempo stesso utenti o consumatori ?

Nel caso La risposta fosse positiva , pensate veramente di affrontarlo con lo stesso spirito dell'ultimo
ventennio e con le stesse professionalità ??
A Voi la risposta .

Cordialmente

Francesco Pontelli

dott. Francesco Pontelli
Corso del Popolo 85
30172 Mestre Venezia
Cell. 368 7339188





Da Giovanni Robba il 05/11/2012 17.26
Non mi stupisco della battuta d'arresto del tentativo di rendere obbligatoria l'etichettatura d'origine. Il problema risiede nell'inadeguatezza delle regole in base alle quali si dovrebbe attribuire l'origine ad un certo Paese.
La regolamentazione comunitaria è molto chiara in proposito in quanto precisa che (salvo varie eccezioni) l'origine deve essere attribuita al Paese nel quale è avvenuta l'ultima "trasformazione sostanziale".
(ho virgolettato la definizione in quanto non più utilizzata, dopo che la Commissione ha introdotto il concetto di "trasformazione sufficiente", provvedendo ad elencare tutta la casistica ragionevolmente prevedibile).
Orbene, in base al concetto fondamentale che ispira il regolamento, nel settore tessile l'ultima trasformazione sostanziale è - di norma - la confezione.
Da ciò deriva, ad esempio, che un capo confezionato in Mongolia, utilizzando un tessuto di lana biellese di elevatissima qualità, non potrà che fregiarsi della poco "appealing" etichetta "Made in Mongolia".
Parimenti una giacca confezionata in Italia con un tessuto di infima qualità e di imprecisata composizione potrà fregiarsi di un altisonante "Made in Italy".
Queste conseguenze in apparenza paradossali devono essere risultate evidenti agli estensori della proposta di legge "Reguzzoni-Versace", nella quale, e non a caso,è stato introdotta la regola della doppia trasformazione. Regola che la normativa comunitaria non prevede se non per l'attribuzione dell'origine preferenziale, che riguarda soltanto l'aspetto tariffario e che nulla ha a che vedere con l'origine cosiddetta commerciale, che è quella che ci interessa.
Con queste premesse è evidente che l'iter della proposta non si potrà sbloccare prescindendo da una quanto mai improbabile modifica delle regole d'origine. Quanto poi al consenso da raccogliere negli ambienti industriali, siamo in fondo sicuri che un confezionista comunitario, il quale solitamente si avvale, per la fase di confezionamento, di strutture in Paesi ove il costo della manodopera è inferiore, gradirebbe essere costretto ad applicare l'esemplificata etichetta "Made in Mongolia" ?
Queste considerazioni mi lasciano molto scettico circa l'applicabilità dell'obbligo dell'etichettatura di origine, mentre ritengo più percorribile (ma non molto più facile)la strada della tracciabilità, peraltro già intrapresa su base volontaria da alcune Aziende, ma ignoro con quali risultati.




Da Marco Ricchetti il 06/11/2012 00.53
Non mi iscrivo tra i delusi dalla decisione della Commissione Europea. Premetto che regole di etichettatura riguardo al Paese d'origine delle merci sono un sacrosanto diritto per i consumatori. Malgrado ciò ritengo, non da oggi, che la scelta di concentrare nell'ultimo decennio tutta l'attenzione dell'industria tessile e abbigliamento sull'unico progetto di politica industriale dell'etichettatura del Made in Italy sia stato un grosso errore. Sia perchè l'esito fallimentare era prevedibile e non solo, come alcuni sostengono, per le incertezze o le remore di una parte della stessa industria italiana, sia perchè continuo ad avere dubbi riguardo all'effettivo vantaggio che un regolamento Europeo più stringente sull'etichettatura d'origine avrebbe garantito all'industria, in particolare quando si tiene conto che un etichetta "Made in Italy" è un asset di valore soprattutto sui mercati esteri - e in quelli emergenti in particolare - dove le cui regole non sono quelle dettate dall'Unione Europea.
Spero che, come ha giustamente titolato Aurora, questa decisione faccia calare definitivamente il sipario su questo dibattito monopolizzante e consenta finalmente una riflessione più aperta sulle politiche a favore del tessile abbigliamento italiano. Ad esempio cominciando a pensare a come si promuove il "come" un prodotto è fabbricato, più che il "dove". Per fortuna il valore, e la reputazione della produzione italiana sui mercati internazionali non è nemmeno scalfita dal fallimento di un progetto legislativo.


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Da Fabio Guenza il 09/11/2012 09.53
Concordo con Marco. E alla riflessione più aperta mi auguro segua anche un po' più di azione da parte delle imprese e delle loro associazioni per investire sulla innovazione sostenibile!



Da Lodovico Jucker il 10/11/2012 19.43
Sorpende che durante questa vicenda, il cui esito non è mai stato incerto, i difensori del "made in Italy" non abbiano pensato invece a un'azione volontaria, sistematica ed estesa, per garantire l'origine italiana ai prodotti che, nel mondo, si fregiano di nomi, diciture etc allusive a questa origine, che invece non hanno e non possono avere. Un caso di miopia e di pigrizia culturale ?



Da Giovanni Robba il 11/11/2012 16.25
Sì, direi sia pigrizia culturale che miopia. Quest'ultima ha determinato l'appiattimento sulle posizioni liberiste che da almeno trent'anni alleggiano negli ambienti politici europei. Ciò ha di fatto avuto come conseguenza l'accettazione passiva di tutte le pratiche commerciali sleali condotte contro i Paesi più garantisti. Faccio un esempio: era proprio inevitabile accogliere la Cina nell'OMC, avallando in tal modo ripetuti comportamenti scorretti che spesso portano anche nocumento alla salute dei cittadini ?
Concordo sull'inutilità di andare a rivangare il passato, ma ora siamo ancora in tempo per assumere un atteggiamento meno permessivo e più sanzionatorio. Evitiamo che si diffondano le pratiche di produrre pasta, vini e formaggi italiani in qualsiasi parte del mondo. Bisogna fare in modo che non sia conveniente frodare!



Da Alberto Manferrari il 12/11/2012 16.30
Da Alberto Manferrari il 12.11.2012
Non sono più aggiornato nel campo che conoscevo bene ai tempi di Federtessile e quindi rischio di fare brutte figure pronunciandomi sull'argomento. Spero comunque di essere perdonato per eventuali inesattezze.
Penso che l'articolo del Trattato di Roma che vietava l'obbligatorietà della dichiarazione di origine, per non creare ostacoli alla libera circolazione delle merci all'interno del mercato comune sia ormai anacronistico e da emendare. Ritengo anche che l'obbligatorietà dell'etichetta di origine sia auspicabile. Eviteremmo di avere il Parmesan e il Kianti ed eventuali ricorsi in ambito WTO per violazione del principio GATT del "trattamento nazionale" (imposizione di obblighi a solo particolari soggetti-importatori- e non a tutti i produttori). Concordo su quanto detto dal mio amico, dott. Robba, ma penso che l'esempio da lui scelto (tessuto biellese confezionato in Mongolia) non sia molto azzeccato). Io che visito i negozi con frequenza, trovo spesso abiti confezionati in paesi extra-comunitari, ma con etichette del produttore biellese del tessuto, etichette che danno valore all'indumento a prescindere dal luogo di confezionamento. Purtroppo però, in paesi che non voglio nominare, vengono venduti abiti in 70% poliestere/30% viscosa, come prodotti in pura lana vergine dai migliori nomi dell'industria laniera italiana. Ma questo è un altro triste capitolo sul quale forse dovrebbe concentrare la sua azione l'ICE per tutelare il buon nome della nostra produzione più stimata ed apprezzata internazionalmente.

Alberto Manferrari


Da Marco Ricchetti il 13/11/2012 07.46
@ Lodovico, che è persona precisa. L'etichettatura prevista dalla Reguzzoni Versace era in effetti una etichettatura volontaria, la legge definiva i criteri secondo i quali, volontariamente, un impresa poteva utilizzare l'etichetta Made in Italy. La contestazione della Commissione Europea riguarda appunto la distorsioni introdotta da una etichettatura volontaria, ma normata per legge. Resta il punto che hai sollevato del come mai non ci sia stata un iniziativa **privata** (collettiva) come dici tu sistematica - come sappiamo ce ne sono state diverse o sostenute dal localismo (nessuna è stata un successo) o limitate a piccolo raggruppamenti di imprese. Nessuna con la forza o la potenza di fuoco che invece si è avuta fuori dal campo del Made in Italy (e fuori dall'Italia) in quello della sostenibilità con la costituzione della Sustainable Apparel Coalition ....

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Da Giovanni Robba il 05/11/2013 18.27
Aurora Magni ha descritto esemplarmente i problemi,i paradossi e la confusione che un'eventuale etichettatura d'origine provocherebbe in vigenza dell'attuale regolamentazione comunitaria. Poiché ritengo utopistico anche solo ipotizzare una modifica delle regole d'origine, a mio parere - ed a costo di apparire noioso - un'etichetta che tracci la "storia" del prodotto, specificando dove sono stati effettuate le principali trasformazioni industriali (filatura - tessitura - nobilitazione - confezione)potrebbe risolvere il problema, fornendo anzi al consumatore informazioni molto più esaurienti di quelle che la semplice indicazione "Made in.." potrebbe garantire.



Da Aurora Magni il 05/11/2013 18.49
carissimo! grazie 1000 e alla prossima



Da umberto tunesi il 06/11/2013 04.54
Ma se neanche il numero di telaio di un veicolo ti racconta la sua storia …

umberto tunesi


Da Giovanni Robba il 06/11/2013 18.54
Certo. Il numero di telaio, e mi scuso per l'impertinenza, è citato a sproposito. Dietro un numero può celarsi di tutto e di più perché lo stesso non è decodificabile. Se invece l'esperto lettore vuole con il suo paragone far rimarcare il fatto che la carta - e figuriamoci un' etichetta - si lascia scrivere, allora riparliamo dei controlli, condizione preliminare a qualsiasi discorso sulle certificazioni.
Non vorrei che dietro il riferimento "automobilistico" si celasse la rassegnazione di chi vede i molti - o troppi - ostacoli ai progetti legati alla necessità di fornire una corretta e completa informazione al consumatore.



Da umberto tunesi il 09/11/2013 06.04
Nessuna impertinenza, carissimo sig. Robba: da auditor, sono abituato a ben peggio. Ma - se ella ha visto una delle puntate di Forum focalizzata sull'alimentazione "bio" ai bimbi pre-elementari - si sarà reso conto conto che - a meno che occhio non vede, cuore non duole - le "etichette" valgono ciò che c'è scritto. Come la carta, prendono tutto. In quanto alla rassegnazione, le chiedo scusa per la mia apparente impertinenza, ma mi sembra che abbia cominciato lei, non certo io, non-rassegnato per DNA.

umberto tunesi


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