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Le iniziative “green” nel settore del cotone: una rassegna e un’analisi comparativa (Parte I^)
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(a cura di Lodovico Jucker

 In questi ultimi vent’anni  la crescita della sensibilità e della responsabilità sociale da parte del pubblico ha fatto nascere diversi e forse troppi – agli occhi  degli operatori commerciali - programmi diretti a mitigare gli effetti negativi legati alla coltura convenzionale del cotone: quindi con lo scopo di migliorare l’impatto ambientale delle coltivazioni, ma anche le condizioni di vita dei piccoli coltivatori e il loro reddito, specie nei paesi in via di sviluppo.

I diversi programmi sono nati in punti diversi del mondo e con obiettivi non identici, quindi non sono fra loro sempre omogenei.

Sulla base di un recente studio sistematico sviluppato dall’ ICAC questa rassegna vuole fornire le informazioni essenziali sui quattro schemi più noti, facilitando il compito a chi volesse sceglierne uno per i propri programmi commerciali.

E cercherà di fornire un quadro comparativo finale dei requisiti e delle caratteristiche garantite dai quattro schemi seguenti: 

  • Better Cotton Iniziative
  • Cotton Made in Africa
  • Fair Trade Cotton
  • Cotone “organico”.

 Better Cotton Initiative

 Iniziamo dalla BCI, il programma ultimo nato in risposta al programma ben più radicale, anche se più discusso, del cosiddetto “cotone organico”, la cui maggiore notorietà ci permette di rimandarne l’illustrazione all’ultima parte della rassegna.

 Lo schema BCI è stato lanciato nel 2005, come iniziativa multi-stakeholder da una associazione non-profit i cui soci erano nel 2009 più di cinquanta,  comprendendo sia gruppi di produttori di fibra (associazioni di Pakistan, Brasile e simili) sia retailers e marchi importanti quali Adidas, Asda, Hemtex, H&M, IKEA, KappAhl, Levi Strauss & Co., Lindex, Marks & Spencer, Migros, Nike. Non mancano fra i soci  ONG o associazioni di scopo quali Cotton Incorporated, Pesticide Action, WWF e simili.

L’obiettivo è quello di  alzare il reddito dei farmers,  con l’adozione di tecniche di coltura che al tempo stesso riducono  i consumi di acqua e di pesticidi e accrescono la difesa della fertilità del suolo. Lo scopo è perseguito specialmente attraverso la crescita e la formazione dei coltivatori, facilitando conoscenze appropriate e la rintracciabilità all’interno della catena di fornitura dei prodotti cotonieri.

 Chi partecipa all’iniziativa è tenuto a rispettare un minimo gruppo di criteri che considerano l’uso razionale di pesticidi, l’uso dell’acqua, la protezione dell’ambiente, ma anche il divieto di ricorso al lavoro minorile e altri requisiti “etici”. Il BCI non è uno schema di etichettatura, ma prevede forme di verifica da parte di terzi indipendenti.

Una volta che una balla di cotone di un partecipante all’iniziativa BCI sia formata, essa riceve un codice preciso con cui può essere poi rintracciata a valle, in modo che giustificare ogni claim del produttore finale.

 Punti di forza di questo programma sono i seguenti:

  • pochi costi a valle della ginnatura e fino al prodotto finale
  • la BCI è un sistema “generalista”, applicabile per qualunque area geografica di provenienza del cotone
  • Non è così severo da escludere particolarità regionali
  • I controlli  (e il loro costo) vanno solo fino alla ginnatura, a valle della quale è responsabilità dei diversi partners la veridicità delle loro comunicazioni.

Nello scorso anno, circa 65000 coltivatori hanno seguito il programma BCI (producendo circa 30 000 tons, per lo più in Africa, Pakistan, India).

  Il cotone “FairTrade “

 Fairtrade (FT) si presenta come una partnership fra consumatori e produttori  basata su un approccio di tipo nuovo rispetto alle vie tradizionali del commercio internazionale: un approccio dal quale i promotori si attendono la riduzione della povertà dei coltivatori.

La  Fairtrade Labelling Organizations International (FLO)  è l’associazione internazionale che stabilisce i requisiti del programma  e aiuta i produttori. E’ un’associazione non profit, partecipata da tutte le parti interessate.

 

FLO-CERTè poi un ente di certificazione indipendente, ma posseduto dalla FLO stessa, che effettua gli audit presso i produttori e i traders.

 Fair Trade Labelling Initiatives (FLIs)  sono poi gli organismi nazionali che vendono la licenza per l’uso del marchio FT nel proprio paese. Sono attualmente 19 in tutto il mondo.

 Sono circa 70 i membri nello staff centrale della FLO, i cui uffici  sono a Bonn. Ad essi  si devono aggiungere i “liaison officers” che lavorano in giro per il mondo.

Il sistema FT si finanzia tramite le licenze pagate dai diversi retailers e dai brand privati che usano il marchio. Molti fondi provengono poi da singoli donatori, privati o pubblici. 

 Il cotone è stato introdotto nel sistema FT per la prima volta nel 2004.  I produttori associati sono normalmente piccoli farmers, spesso organizzati in cooperative o associazioni di produttori. Nel 2008/ 09 esse erano nel numero di 40, di cui 18 in India, 17 nell’Africa occidentale e centrale e 5 in altri paesi.

Il mercato di sbocco è principalmente in Francia, Regno Unito e Svizzera.

I benefici che spettano ai produttorisono i seguenti:

  • Un prezzo minimo  che copre i costi della produzione “sostenibile” (dal gennaio 2011 è compreso fra 0,37 e 0,52 euro per Kg di cotone sodo)
  • Un premio, che consente ai produttori di investire in progetti comunitari (scuole, strade, ospedali e simili) ed è di circa euro 0,05 per Kg di cotone sodo.

Regole precise disciplinano poi le scadenze di pagamenti, che devono essere eseguiti alla consegna del cotone o al più tardi dopo 15 giorni. 

Il prezzo minimo del cotone è fissato su livelli diversi in funzione della regione cotoniera e dell’andamento del mercato internazionale: se quest’ultimo è più alto del prezzo FT, vale il prezzo internazionale. Sono anche previsti pre-finanziamenti, che possono arrivare fino al 60% del valore del raccolto.

Il cotone FT deve provenire da produttori-  ovviamente – certificati rispetto ad alcuni requisiti di questo genere:

  • le raccomandazioni delle Nazioni Unite sul controllo dei prodotti chimici, riduzione dei pesticidi, etc.)
  • l’osservanza di pratiche agricole più  “sostenibili”,  anche basate sui piani che ogni coltivatore deve formulare per il miglioramento dell’impatto delle colture (erosione del suolo, inquinamento dell’acqua etc.)
  • l’esclusione dell’impiego deii semi “biotech”, ottenuti cioè con tecniche di manipolazione genetica.

In questo senso, il cotone FT può anche essere cotone organico (o “biologico”) ma non deve esserlo necessariamente.  Per il cotone organico, il prezzo è superiore del 20% a quello del cotone convenzionale.

 Un requisito fondamentale è costituito dalla rintracciabilità fisica del materiale lungo la catena, a cui provvede la certificazione – estesa ai commercianti e ai diversi trasformatori della catena – operata da  FLO-CERT. La “traceability” significa che i prodotti FT devono avere un’esistenza segregata e indipendente rispetto ai prodotti non-FT a ogni stadio della produzione.

 Requisiti etici  per ogni attore della filiera sono altrettanto importanti: essi comprendono quelli delle Convenzioni ILO, oggi per altro fatti propri anche nel più noto standard SA 8000.  Va notato che, per mantenere credibile il requisito, la copertura è estesa (o meglio: deve esserlo  in un arco di tempo futuro ragionevole essere estesa ) anche ai sub-contractors .

  Secondo il rapporto annuale (2009/10) del FLO  alla fine del 2009 si avevano questi risultati:

  • i capi di cotone venduti con il marchio FT ammontavano a 23,35 milioni, con una diminuzione del 15 % rispetto al 2008  ( che avevano per altro raddoppiato le vendite del 2007)
  • in numero di 93 000, i piccoli coltivatori FT avevano prodotto  nell’annata 2008/09  73.000 tons di cotone sodo, di cui 22 000 di cotone organico.

 Nell’annata cotoniera successiva – 2009/10 – il numero dei produttori si è ridotto del 9% (stima ICAC) per il fatto che un volume significativo di cotone FT è stato venduto al di fuori di questo programma, per risparmiare alcuni costi.   Va osservato che FT non garantisce di ritirare tutto il cotone del produttore convenzionato, ma solo che, in caso di vendita, verrà pagato in prezzo minimo e il premio FT previsto. Ci sono attualmente 33 gruppi di  produttori FT  in India, Burkina Fasso, Camerun, Mali, Senegal, Brasile, Egitto, Peru e Kyrgyzstan. L’Africa occidentale e l’India risultano essere i più importanti  fornitori.    

 

 

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