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Abbassare il costo energia per non perdere parti importanti della filiera
Posted by Aurora Magni on 10/12/2013 - 2 commenti - view count: 2817
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"Occorre evitare che le nostre imprese vadano via dall'Europa per inseguire costi dell'energia più bassi". Lo aveva dichiarato il presidente di Eni, Giuseppe Recchi, durante il seminario di Washington organizzato dal Consiglio per le relazioni tra Italia e Stati Uniti (Fonte www.agi.it del 3 dicembre scorso).

Non solo la delocalizzazione delle produzioni alla ricerca di un costo del lavoro più vantaggioso e le riduzioni all’osso della forza lavoro aziendale. Ormai  è l’energia la voce di bilancio su cui le imprese concentrano la propria attenzione e il rischio che adottino scelte conseguenti non è solo ipotetico.

Che in Italia la voce energetica sia più alta che altrove è fatto noto ma vale la pena ricordarlo. I dati Eurostat mettono in evidenza che nel secondo semestre 2012 i prezzi energetici più alti a livello europeo sono stati rilevati nell’ordine a Cipro, Italia e Malta. Il prezzo medio nell’UE27 è pari a 0,118 €/kWh. In Italia è di 0,144 €/kWh e siamo il secondo paese dopo la Germania per la percentuale di tasse e oneri non recuperabili sul prezzo del kWh (27,67% contro 32,31% della Germania).

Sempre secondo Eurostat per ogni tep[1] di energia consumata in Italia sono state pagati in media 211€ di imposte (IVA esclusa), a fronte dei 184 della media EU27.

Il gettito fiscale derivante dalla vendita dei prodotti energetici nel 2011 sarebbe stato quindi di circa 28 Mld di Euro, dato cresciuto nel 2012. Per l'Italia, infatti, l'incremento del prezzo lordo fra 2011 e 2012 è risultato fra i più alti d'Europa: superiore al 16% contro una media del 5,5% nell'Unione europea. Un aumento riconducibile per la gran parte (65%) proprio al maggior carico di fisco e oneri introdotti per finanziare le fonti rinnovabili. (Andrea Biondi - Il Sole 24 Ore -http://24o.it/zKfPF)

Grido di allarme anche dalla Fondazione per lo Sviluppo sostenibile che ha stimato per l’Italia una bolletta energetica pagata dagli utenti nel 2012 per l’energia elettrica, gas, benzina e diesel per i trasporti di oltre 160 Mld€. A causa dell’aumento dei prezzi dei prodotti energetici sui mercati internazionali questa bolletta è cresciuta di quasi il 10% rispetto al 2011 nonostante la diminuzione dei consumi.

Questa la fotografia e  soluzioni che diano una mano alle imprese energivore (e non)?

Un suggerimento arriva da La voce che ricorda come pesi sul conto energetico industriale la A3, quota per lo sviluppo delle rinnovabili. Ed ecco la proposta “Persi nell’ingegneria finanziaria, con emissioni trentennali di bond e filosofiche discussioni su swap e tassi di sconto, riteniamo che si sia persa di vista la soluzione più semplice: azzerare la A3 alle imprese e caricarla tutta sui clienti domestici, soluzione, in fondo, non dissimile da quella tedesca”. In Germania, infatti “cittadini e imprese quest’anno per incentivare lo sviluppo delle rinnovabili sosterranno un costo del tutto analogo a quello italiano: circa 20 miliardi in un mercato elettrico doppio rispetto al nostro”. Una prospettiva che ha un senso a condizione che sia il sistema paese a crederci, valorizzando la propria capacità progettuale e produttiva in fatto di rinnovabili: “invece di rivendicare una leadership mondiale che ha permesso per esempio ai nostri produttori di inverter (la parte a più alto contenuto tecnologico in un impianto fotovoltaico) di essere i più ricercati al mondo (anche per i mega impianti che si costruiscono in Usa e in Cina), e che – caso non frequentissimo – può consentire all’Italia di guidare, anziché rincorrere, una grande rivoluzione tecnologica ed economica in atto, ci si lamenta che abbiamo fatto troppa strada”.

Ma soprattutto, e qui sono in molti ad essere d’accordo, si tratta di ripulire le bollette da tutti gli oneri impropri: sconti per le ferrovie, oneri per la dismissione del nucleare, contributi per le piccole isole, Iva non dovuta su quelli a che a tutti gli effetti non sono né beni né servizi. http://www.lavoce.info/il-taglio-possibile-sui-sussidi-alle-energie-rinnovabili/

Questo sul piano finanziario /economico. Ma resta il problema delle fonti energetiche.

Il successo della shale gas revolution negli Stati Uniti, che entro il 2020 dovrebbero raggiungere una condizione di piena indipendenza energetica e diventare esportatori di gas, rappresenta secondo alcuni un modello anche per l’Italia.

Insomma l’Italia può continuare nel suo ruolo di Cenerentola internazionale facendo pagare a famiglie e imprese il costo energia o valorizzare la propria capacità di essere impresa (anche energetica). Che la partita non sia facile è ovvio ma è l’unica strada per non perdere altri pezzi importanti della filiera produttiva rinunciando a quella integrità progettuale e produttiva che fa si che il made in Italy abbia ancora un valore concreto e non solo l’enfasi di un brand sul viale del tramonto.

 

 

 

 



[1] quantità di energia rilasciata dalla combustione di una tonnellata di petrolio grezzo 


  
Posted by Aurora Magni on 10/12/2013
Filed under opinioni/interviste
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Commenti
By umberto tunesi on 11/12/2013 09:41
Parole, parole, parole cantava Mina decine di anni fa: potrebbe essere lo slogan dei Governi italiani di altrettanti decenni. E' questo il DNA dell'Italia, non vale nemmeno più la pena di parlarne: se il silenzio - non quello d'ordinanza - è d'oro, il non ascoltare questi ciarlatani presuntuosi e pretesi governanti può esserlo di più.

umberto tunesi


By Aurora Magni on 11/12/2013 10:03
?? Boh. forse il mio post non era sufficientemente chiaro. Io volevo porre l'attenzione sul rischio che certe politiche energetiche, pesando sulla filiera a monte in termini di costi insostenibili, spingano nuovi e pericolosi processi di deindustrializzazione. Suggerirei di dedicare le disquisizioni su canzonissima o i mitici anni sessanta e -soprattutto- le lamentele senza scopo tanto in voga ultimamente ad altri blog più focalizzati.



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