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Convivere con l’ecommerce. La logistica
Posted by Aurora Magni on 27/01/2020 - 0 commenti - view count: 218
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Forse non c’è alternativa. Lo dicono i dati.

Le vendite on line stimate in 3.800 miliardi di dollari nel 2017 cresceranno a quasi 6mila miliardi di dollari nel 2024 (fonte The Guardian).

L’Italia è tra i paesi Ocse che ancora premiano la vendita nei punti vendita (solo il 44% della popolazione italiana acquista on line contro l’68% della media UE) e le imprese italiane sono il fanalino di coda per quanto riguarda la vendita dei propri prodotti su internet (10%) ma il trend è in crescita. Si è infatti passati da 16,7 milioni di euro di acquisti on line del 2015 ai 31,6 milioni di euro del 2019. Ma se pensiamo che nel 2017 la Cina ha generato un giro d’affari nella vendita al dettaglio on line di oltre 1,000 miliardi di dollari nel 2017 ben si comprende la dimensione del fenomeno. [1]

Un fenomeno che riguarda in modo rilevante la moda. Se a livello globale la vendita on line di prodotti fashion valeva 525 miliardi di dollari nel 2018 la previsione per il 2020 è di 668 con una crescita prevista per il 2023 a 836[2] .

Alla base del successo almeno due fattori spingono il consumatore a scegliere l’opzione 'divano di casa/consegna pacchetto': il risparmio di tempo (forse lo shopping non è più considerato come negli anni '90 il passatempo divertente stile Sex on the city e le consegne possono essere estremamente rapide) e soprattutto  la possibilità di scegliere in una gamma infinita di opzioni.

Gli effetti sul sistema economico complessivo sono davvero rilevanti.

A partire dalla logistica.

Organizzare e velocizzare la consegna significa per i brand dell’ecommerce disporre di aree attrezzate altamente automatizzate.

Anche in Italia crescono infatti i poli logistici: Amazon nel nostro Paese ne conta 15 ( il 29 novembre scorso, in occasione del black Friday si sono verificati scioperi tra i lavoratori delle società di consegna per i carichi di lavoro e gli orari estenuanti).

Ma se è relativamente facile calcolare ciò che si vede (le strutture adibite a magazzino) più difficile è misurare come le stesse esercitino pressione sulle infrastrutture (incremento del traffico e conseguente rallentamento dei flussi di mobilità, danneggiamento delle pavimentazioni stradali, gestione rifiuti imputabili  al packaging usato nelle consegne) contribuendo all’aumento dell’inquinamento in particolare delle aree urbane. Un costo che l’intera collettività alla fine si assume, indipendentemente da fatto che tutti gli utenti abbiano o meno scelto quella modalità di acquisto. Se da un lato muoiono i piccoli negozi –ma anche i centro commerciali sentono il fiato sul collo- c’è chi sta pensando di riorganizzare l’urbanistica cittadina in funzione dell’ecommerce costruendo appositi garage multipiano per la movimentazione dei corrieri, rivalorizzando fabbriche in disuso e addirittura miniere e ferrovie sotterranee abbandonate (The Guardian).

E poi c’è il problema dell’ultimo miglio, il famigerato ultimo tratto in cui l’addetto alla consegna deve combattere con problemi solo apparentemente marginali:   posteggiare il furgone, verificare la presenza del cliente, individuare vicini in casa disposti a ritirare il pacco in caso di assenza del destinatario, ritornare per il secondo giro. Azioni di logorano il tempo e i margini di guadagno degli addetti costretti a spingere sull’acceleratore, a ignorare i divieti di sosta e invadere i marciapiedi, ridurre i tempi di pausa. E niente di tutto ciò è sano.

Problemi che spingono i big dell'ecommerce e gli amministratori delle città a rivedere la viabilità per ridurre la pressione sui centri abitati del via vai dei furgoni. Si ricorre allora alle biciclette per le consegne in città,  si organizzano punti di raccolta alternativi all’abitazione privata per gestire i ritiri o il rinvio degli articoli non graditi, si torna a dare ruolo ai portinai dei condomini la cui funzione sembrava ormai suoerata.

E che dire del packaging? Si sta lavorando all'alleggerimento degli spessori delle scatole pur salvaguardandone la funzione protettiva. Un millimetro di carta in più in una scatola moltiplicato per miliardi di scatole fa la differenza in termini di foreste sacrificate. Meno carta quindi  e meno plastica facilmente separabili per facilitare il riuso. Ma basta tutto ciò?

 



[1] Fonte: Netcomm 2019, dati relativi al 2018

[2] Fonte: Statista citato da Netcomm

 


  
Posted by Aurora Magni on 27/01/2020
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