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Devono preoccupare anche noi le concerie del Bangladesh
Posted by Aurora Magni on 28/07/2013 - 3 commenti - view count: 2960
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Nei mesi scorsi l’attenzione dell’opinione pubblica più sensibile si è focalizzata –almeno per qualche istante- sul nuovo laboratorio del fast fashion mondiale: il Bangladesh. Non fosse crollato il Rana Plaza con i suoi 1200 morti forse quell’area del mondo non sarebbe nemmeno entrata nei telegiornali e nella coscienza collettiva, ma è successo e ora  c’è chi parla di  “prima” e “dopo Dhaka” per far capire come il business della moda e l’organizzazione planetaria della supply chain non possano più funzionare come hanno sempre fatto (il Presidente della Camera della Moda Boselli all’Assemblea Acimit di giugno scorso).

Ma il Bangladesh è anche l’area del mondo in cui si concentra in modo massiccio la lavorazione della pelle per l’industria della calzatura e degli accessori. I motivi sono facilmente indovinabili: bassissimo costo del lavoro, assenza di obblighi legislativi a protezione dell’ambiente e dei lavoratori.

Secondo il rapporto Human Rights Watch presentato nei mesi scorsi e relativo al 2012, la periferia di Dhaka è una delle aree più inquinate al mondo. E’ qui che si concentrano infatti le concerie che scaricano  nei canali  aperti di Hazaribagh gli scarti delle lavorazioni contenenti residui organici in putrefazione e le sostanze chimiche di estrema pericolosità come il cromo esavalente usate nel processo di concia.

Si stima che ogni giorno, ad Hazaribagh, vengano liberati circa 21mila metri cubi di scarichi non trattati delle concerie. I livelli di agenti inquinanti nelle acque di scarico sorpassano, frequentemente, i limiti di scarico per concerie permessi in Bangladesh, in alcuni casi di alcune migliaia di volte rispetto ai livelli di concentrazione previsti. L’impegno delle istituzioni e dei produttori per allontanare le concerie dai centri abitati è stato disatteso con evidenti conseguenze anche sulla vita dei bambini e degli abitanti dei villaggi nei pressi dei corsi d’acqua coinvolti dai reflui.

Intanto nelle fabbriche, le condizioni di lavoro si confermano drammatiche. Il rapporto mostra come gli operai lavorino senza dpi in ambienti fatiscenti materiali di cui è ben nota la pericolosità. Il 40% dei lavoratori soffre infatti di dermatiti e malattie respiratorie e non mancano gli infortuni  e le intossicazioni dagli esiti mortali. Alla scorsa edizione di Linea Pelle il rappresentante di HRW invitato a  presentare il report aveva chiesto ai brand e ai distributori italiani di selezionare fornitori asiatici che rispettano le norme minime di sicurezza. Ma era “prima di Dhaka” e la richiesta non pare abbia suscitato reazioni particolari.

Qualche dato per capire di cosa stiamo parlando: Hazaribagh ospita tra il 90 e il 95 percento delle concerie del Bangladesh ed è in pieno sviluppo. Le esportazioni di pelli dal Bangladesh  2013 sono date in crescita dell'11%, mentre le esportazioni di prodotti di pelle quali scarpe, cinture e borse addirittura dell'85 %. Considerando che dal giugno 2011 al luglio 2012, il Bangladesh ha esportato in Italia 81 milioni di dollari in pelle e prodotti in pelle, tra cui calzature, il sospetto di camminare su pelli lavorate a Hazaribagh è alquanto fondato. Nel corso dello scorso decennio, le esportazioni di pelle dal Bangladesh sono cresciute, in media, di 41 milioni ogni anno.

 Bene, ora guardatevi il video http://www.hrw.org/node/117428 e,  se volete, anche questo realizzato l’anno scorso da Altro consumo: http://www.youtube.com/watch?v=uFWOYpxuze8

 

Fonte: http://www.hrw.org/reports/2012/10/08/toxic-tanneries

 


  
Posted by Aurora Magni on 28/07/2013
Filed under studi/ricerche

Commenti
By Luigi Caccia on 29/07/2013 09:30
Buon giorno sig.ra Magni,
Lei è l'unica voce fuori dal coro con temi ed approfondimenti continui.
Un ringraziamento personale.




By nigel thompson on 29/07/2013 10:25
Credo che ai vari associazioni di lavoratori in italia e in europa si sta presentando un'opportunità unica di marketing da sfruttare al massimo. Perchè non organizzano una campagna nazionale/internazionale di sensabilizzazione indirizzata al consumatore finale, faccendo attenzione di stare lontano dall'ideologia del protezionismo (parola non gradita da WTO). Non capisco perchè non lo fanno già - ho forse perso qualche puntata..... Come sarebbe bello vedere le piazze d'italia gremiti di lavoratori che promuovono Made in Italy.

Nigel Andrew Thompson


By Aurora Magni on 30/07/2013 11:58
Grazie di cuore a entrambi! Fa sorridere un po' leggere un inglese per quanto italianizzato (da quanto Nigel? vent'anni?) difendere con così calore il made in Italy. Spezzare la complicità tra brand della moda e GDO e supply chain della delocalizzazione sregolata e irresponsabile è un obiettivo da condividere anche valorizzando e comunicando la nostra capacità di lavorare bene nel rispetto dell'ambiente e delle persone. L'iniziativa che sustainability-lab sta svolgendo con Milano Unica ha proprio questa finalità: dare valore alle imprese italiane ed europee sostenibili, presentarle a stilisti e committenti internazionali. Intanto in Asia si continua a fare sandblasting come se far morire la gente di silicosi per un paio di jeans stinti fosse normale. Guardatevi il rapporto pubblicato da Abiti Puliti: http://www.abitipuliti.org/images/sandblasting/report_sabbiatura_italiano.pdf



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