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I bio di 1°, 2°, 3° generazione
Posted by Aurora Magni on 01/03/2020 - 0 commenti - view count: 100
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Biocarburanti e biopolimeri vengono spesso definiti in base alla generazione di appartenenza.

Ecco a cosa ci si riferisce.

Appartengono alla 1° generazione i biomateriali ottenuti elaborando prodotti agricoli appositamente coltivati come colza, mais, barbabietole da zucchero, mentre la 2° generazione è riferita a materiali ottenuti da biomasse, cioè dalla ‘frazione biodegradabile dei prodotti, rifiuti e residui di origine biologica provenienti dall’agricoltura comprendente sostanze vegetali e animali, dalla silvicoltura e dalle industrie connesse, comprese la pesca e l’acquacoltura, nonché la parte biodegradabile dei rifiuti industriali e urbani’ (Direttiva Europea 2009/28/CE).

La 3° generazione comprende invece prodotti ottenuti da alghe, considerate potenzialmente un sostituto del petrolio poiché presentano un alto contenuto lipidico e richiedono un piccolo impiego di terreni per la loro coltivazione e crescita (Brennan, L., & Owende, P., 2010). Le alghe sono in grado di metabolizzare CO2 e trasformarla in Blue Carbon, cioè  il carbonio che viene fissato attraverso gli ecosistemi oceanici costieri, per ridurre il suo effetto alterante gli equilibri naturali o per utilizzarlo come risorsa. In questo caso si parla di Carbon capture and utilisation (CCU) e rappresenta un’evoluzione importante della gestione della CO2 (https://s3platform.jrc.ec.europa.eu/carbon-capture-and-utilization).

Mentre la ricerca scientifica sta valutando e sperimentando i nuovi orizzonti per lo sviluppo di biocarburanti e bioplastiche, l’industria è concretamente concentrata sulla 1° e 2° generazione. Le indicazioni scientifiche e politiche convergono nel sollecitare sempre maggiori sforzi nello sviluppo di prodotti di 2° generazione, strategia che consentirebbe di risolvere sia il problema della produzione di nuovi materiali che quello della riduzione di rifiuti e scarti vegetali e animali provenienti da consumi finali e da altre filiere produttive, ad esempio dall’agroalimentare o dall’industria del legno. Ma al di là delle valutazioni di principio, dobbiamo spezzare una lancia in difesa delle bioplastiche di 1° generazione. Lo faremo con due argomenti:

  1. lo sfruttamento industriale di monoprodotti può  essere più efficiente rispetto alla trasformazione di biomasse complesse con risultati qualitativi migliori. Può inoltre consentire di sfruttare al massimo le opportunità della filiera integrata bioraffineri-territorio agricolo,
  2. Secondo dati pubblicati da European Bioplastic solo il 38 % dei terreni del globo sono sfruttati dall’agricoltura e di questi solo il 2% per la produzioni di materiali. Di questa ulteriore  quota ridotta solo una piccola parte si trasforma in bioplastica. Secondo l’associazione nel 2018 la produzione di biopolimeri ha richiesto lo sfruttamento di  0,81 milioni di ettari, quota che è destinata a crescere entro il 2023 a 1,02 milioni di ettari. In altre parole stiamo parlando di una prospettiva di utilizzo pari allo 0,020% dei fondi agricoli.

E’ bene saperlo anche se continueremo a fare il tifo per i biopolimeri capaci di valorizzare scarti e rifiuti.

 


  
Posted by Aurora Magni on 01/03/2020
Filed under studi/ricerche
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