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I produttori di poliestere guardano ai biopolimeri
Posted by Aurora Magni on 02/06/2014 - 0 commenti - view count: 3402
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Como, maggio 2014. Al convegno nazionale dell’AICTC Guido Zanetta, R&D di  Sinterama, spiega perché un’azienda leader nella produzione del poliestere si sta occupando di biopolimeri. Una svolta interessante che apre nuove opzioni alle fibre man made.

Alla base della nuova strategia, una lettura degli scenari globali in cui il comparto opera e che il relatore sintetizza così:

-        Cresce la preoccupazione per la gestione post vita dei materiali specie se non biodegradabili,

-        I prezzi dei derivati fossili aumentano,

-        L’uso di prodotti da materie prime rinnovabili è incoraggiato (finanziamenti EU) quando non obbligatorio (es: green procurement).

Sul lato dell’offerta aumentano i nuovi polimeri in grado di conferire ai prodotti  non solo caratteristiche di riciclabilità/biodegradabilità ma anche interessanti performances durante l’utilizzo consentendo l’introduzione delle bioplastiche in comparti nuovi. Un trend sostenuto dalla crescente attenzione sul fronte della domanda anche in ragione della potenziale riduzione dei prezzi dei nuovi materiali.

Fattori che non possono che modificare gli scenari di produzione e consumo dei prossimi anni a cui ci permettiamo di suggerire anche la volatilità della produzione di fibre naturali connessa a fattori climatici, politici, speculativi (come avvenne per il cotone due anni fa), dinamiche che “spostano” gli equilibri tra domanda  e offerta di materie prime nel settore tessile e della moda e il loro prezzo.

 

Secondo Sinterama i biopolimeri, pur rimanendo ancora un’area di nicchia nel mercato della plastica  (1-2%) registreranno una crescita del 500% nei prossimi 5 anni con incrementi importanti soprattutto in Asia.

 

 

2011

2016

Valori assoluti (Tonn)

1.161.200

5.778.500

Asia %

34,6

46,3

Sud America %

32,8

45,1

Europa %

18,5

4,9

Usa %

13,7

3,5

Austrialia%

0,4

0,2

 

Gli ampi margini di crescita sono confermati anche dai volumi –ancora limitati- di aree agricole destinate alle colture per la filiera della bioplastica.

Su 13,4 miliardi di ettari di terreno globale solo 300.000 ettari sono oggi dedicati ai biopolimeri  contro i 3,5 miliardi di ettari destinati agli allevamenti per i consumi di carne e latticini. In altre parole la coltivazione di materia prima per i biopolimeri valgono lo 0,006% della superficie agricola mondiale. La crescita attesa per il 2016 è di 1,100 mil. di ettari (0,022%) e certo non sembra minacciare la produzione di food (alimenti e mangimi).

Quella dell’uso razionale della terra è comunque una preoccupazione legittima e fanno bene i ricercatori di Sinterama ad evidenziarla anticipando eventuali critiche da parte dell’opinione pubblica (basti pensare ai dibattiti sulla sostenibilità dei biocarburanti) il che suggerisce di sondare con grande attenzione anche la possibilità di ottenere materia prima dagli scarti di altre catene produttive (food, carta, legno..) in attesa che l’umanità ripensi seriamente alle fonti di approvvigionamento della propria catena alimentare.

 

I bio polimeri nelle strategie industriali vengono così rappresentati da Zanetta: mentre i biopolimeri cellulosici sono ormai prodotti consolidati/maturi e si producono industrialmente biopolimeri come PE, PTT, PET, PA11 e PLA,  esiste un mondo di biopolimeri ancora in fase preindustriale testati in laboratori ed impianti pilota (bio based PUR, PBS, Heat resistant PLA, PBT, bio based PA6, Biobased PP, bio based PVC, PHA).

Alla luce di queste considerazione è interessante rilevare come diventi importante per un’azienda fortemente dipendente dal petrolio in quanto produttrice di PES, valutare altre opzioni.

Dopo aver inserito nella propria gamma di prodotti una linea da riciclo (Newlife) ora si aprono nuove e forse più avventurose strade con l’adozione di PLA ottenuto da destrosio estratto dal mais (Ingeo)  e di PTT (Sorona DuPont). Due le strategie di utilizzo: Ingeo, per le caratteristiche più delicate ed il maggior rischio di degradazione è destinato a prodotti dal ciclo di vita più breve (igiene, packaging, medicale, industria agroalimentare…),  mentre il Sorona DuPond ottenuto dall’amido del mais, avendo una maggior resistenza si presta a prodotti tessili destinati all’automotive, all’abbigliamento, all’edilizia, all’arredo casa, sport wear.

 

Fa piacere anche notare come il relatore evidenzi l’importanza per un’azienda (anche del BtoB) di non incorrere nel rischio del greenwashing e  in quello (forse più insidioso per il comparto) di presentare come pienamente ecocompatibili soluzioni di “Oxo-degradazione” consistenti cioè nell’utilizzo di additivi per accelerare i processi di degradazione di un polimero di origine fossile a fine vita, approccio che ha l’effetto di produrre microframmenti destinati a rimanere nell’ambiente con risultati ambientali fortemente negativi.

 


  
Posted by Aurora Magni on 02/06/2014
Filed under fatti/attualità

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