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Il futuro delle fibre tessili secondo i produttori di fibre man made
Posted by Redazione Blumine on 12/07/2010 - 1 comment - view count: 7015
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Assofibre Cirf Italia ha recentemente presentato i dati relativi ai trend di produzione e consumo di fibre tessili. Una lettura che non può prescindere dalle dinamiche geopolitiche del settore. Ecco i punti chiave:

  1. Il  tessile del futuro  sarà sempre più man made.  Dei 70 milioni di tonnellate di fibre consumate nel mondo già oggi le fibre chimiche rappresentano  il 62,6% mentre quelle naturali ricoprono il restante 37,4%. In base alla previsioni effettuate dalla Tecnon Orbichem , prestigiosa società di consulenza e di analisi di mercato inglese specializzata in prodotti chimici, la produzione mondiale di fibre sintetiche di qui al 2020 crescerà ad un tasso superiore a quello degli ultimi 10 anni e pari al 4% annuo.  A quella data, si valuta nello studio, il poliestere rappresenterà il 60% delle fibre (chimiche e naturali). Ciò è dovuto a un mix di fattori: costi e performances delle fibre chimiche, crescita dei tessili destinati a industria ed applicazioni tecniche ma anche a perdita di volumi della produzione di fibre naturali dovuti a scelte di diverso utilizzo dei terreni destinati allo colture. Già attualmente “ il cotone ha registrato un calo nei volumi prodotti del 4,8% pari a 22,3 milioni di tonnellate, ma i livelli di consumo sono in crescita. L’area mondiale coltivata a cotone è diminuita per il quinto anno consecutivo a 30,4 milioni di ettari. Questo calo è la diretta conseguenza della minore domanda di tessile  nonché dei maggiori rendimenti derivanti da altri tipi di coltivazioni”.

Viene spontaneo chiedersi “quali coltivazioni” cresceranno o stanno già crescendo su terreni precedentemente occupati dal cotone. Forse colture destinate ai biocarburanti?  O prodotti destinati all’alimentazione della popolazione mondiale in costante aumento?

 

2. Il tessile del futuro sarà sempre più asiatico, o meglio, cinese.

Che le potenzialità  industriali di Cina e India siano in costante crescita e che provochino un effetto  di trascinamento dell’intera filiera del tessile in Asia (come già avvenuto per il meccano tessile) è un dato assodato. Il futuro non farà che accentuare questo trend. Nel 2020 l’85% del poliestere mondiale sarà prodotto in Cina e i segnali sono già evidenti. Nel 2009 la Cina ha dimostrato nuova capacità produttivaper circa 1 milione di tonnellate e un’ondata di ulteriori 1,5 milioni di tonnellate è prevista per il 2010. Con una domanda globale che crescerà meno velocemente rispetto agli anni passati la sovraccapacità produttiva cinese di poliestere è destinata a rimanere un problema.

Ma il trend non riguarda solo il poliestere:  la produzione di fibre poliammidichecrescerà raggiungendo i 4,4 milioni di tonnellate entro il 2020 e la Cinaè destinata a rimanere il principale produttore mondiale (in particolare di nylon 6), fibra di cui è anche il primo paese importatore (rappresenta un importante mercato di sbocco per i paesi esportatori, tra cui l’Italiache esporta circa il 10%del totale globale).

 

Alla luce di tutto ciò, che futuro per l’industria europea della fibre man made?

Dopo un anno non facile come il 2009, Assofibre Cirf Italia  ritiene impossibile immaginare nei prossimi anni  un ritorno della domanda interna sui livelli  pre-crisi a seguito dello spostamento di fasce rilevanti di produttori in aree extraeuropee. A ciò si aggiungono “gli elevati costi di produzione rispetto ai competitor asiatici, gli stringenti vincoli imposti dalle normative europee (esempio il pacchetto sulle riduzioni di emissioni e l’efficienza energetica), le distorsioni sui mercati internazionali derivanti dall’applicazione di politiche di protezionismo e sussidi, la volatilità dei prezzi delle materie prime e una competizione sempre più intensa a causa di una globale sovraccapacità produttiva”.

 Che fare allora?

Paolo Piana è il presidente dell'associazione dei produttori di fibre man made.

Il trend macro economico descritto ha già significato per tutte le imprese italiane produttrici di fibre chimiche riduzioni occupazionali  e trasferimento di unità produttive in Asia “inseguendo in parte politiche di costo – ci spiega- ma soprattutto il mercato di sbocco dei nostri filati. Le imprese italiane delle fibre man made  non sono estranee alle dinamiche geo economiche del tessile mondiale, anzi, posizionandosi in cima alla filiera sono le prime a subirne le conseguenze. Ma noi italiani -ed europei- siamo anche e ancora i leader mondiali nella capacità di innovazione e di qualificazione del prodotto. Un ruolo che non possiamo né dobbiamo abbandonare, soprattutto quando si tratta di impatto ambientale delle produzioni e degli effetti di queste sui cambiamenti climatici.  La percezione delle fibre chimiche come non sane ed inquinanti che appartiene ad una diffusa fascia di popolazione e più concretamente l’operare in un contesto fortemente normato e controllato, ci hanno spinto a sviluppare  conoscenze tecnico scientifiche rispetto ai nostri cicli di produzione estremamente avanzate. Non potrebbe essere diversamente. Da qualche anno la nostra attenzione (e i nostri investimenti in ReS) sono focalizzati sul riciclo dei materiali. Il poliestere non è biodegradabile, caratteristica che lo rende insostituibile in determinate applicazione come, ad esempio, nei rivestimenti delle discariche o nei geotessili ma non ecocompatibile a fine ciclo di vita. Ma può essere riutilizzato più volte. Riciclo e processi produttivi a basso impatto ambientale – oltre alla responsabilità sociale- sono i punti di forza su cui  ridare competitività all’industria delle fibre man made.” 


  
Posted by Redazione Blumine on 12/07/2010
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Commenti
By Luigi Nobile on 09/09/2010 12:54
...mi domando come possono operare le piccole e medie aziende tessili che ancora resistono sul territorio con uno scenario "sempre più asiatico".... ma qui il discorso si allungherebbe su più fronti....



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