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Industria del gioiello e sostenibilità
Posted by Aurora Magni on 07/09/2014 - 0 commenti - view count: 6540
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Iniziata il 6 settembre VicenzaOro promette anche quest’anno di non deludere i visitatori e non solo per la vastità delle proposte stilistiche. VincenzaOro è infatti anche l’occasione per cogliere i risultati della ricerca innovativa sui materiali e sulle strategie di promozione e valorizzazione del gioiello italiano.

Che il tema della sostenibilità riguardi anche questo settore è ormai assodato. Un tema che si esprime nello sforzo di nobilitare materiali poveri e di scarto  (dal legno ai polimeri, dal vetro alle stoffe..)  ma che riguarda in particolare metalli e pietre preziose le cui filiere estrattive sono sotto stretta osservazione da parte di ONG e movimenti umanitari per le condizioni di sfruttamento dei lavoratori, spesso bambini.

Oro e lavoro minorile

L’Agenzia delle Nazioni Unite stima che ci sono ora da 100.000 a 250.000 bambini minatori d’oro nelle miniere africane. La Tanzania (il 4^ principale produttore di oro del continente) nel 2013 è stata al centro dello studio Toxic Toil di Human Rights Watch[1] riguardante le condizioni di lavoro e di vita dei bambini impegnati nelle miniere ed esposti non solo ai rischi e alle fatiche che l’estrazione del metallo a molti metri sotto terra impone ma anche all’avvelenamento da mercurio. Condizioni infernali che hanno indignato l’opinione pubblica mondiale e che hanno spinto il governo della Tanzania a contribuire alla  realizzazione di  un nuovo trattato globale per ridurre l’esposizione al mercurio in tutto il mondo, accordo sottoscritto da più di 140 governi nel gennaio 2013 (la Convenzione di Minamata sul Mercurio). Come si sostiene nel rapporto un importante ruolo dovrebbe essere giocato dalla Banca Mondiale e da altri donatori che sostengono il settore minerario e che dovrebbero ora incoraggiare misure per porre fine al lavoro minorile nel settore minerario e per ridurre l’esposizione al mercurio di bambini e adulti.   

Secondo il governo della Tanzania, i piccoli minatori hanno estratto circa 1,6 tonnellate d’oro nel 2012, per un valore di circa 85 milioni di dollari, ma, rivela  Human Rights Watch , l’oro estratto dai bambini finisce tutto nelle mani di piccoli commercianti che lo acquistano  direttamente nelle piccole miniere per poi venderlo a grandi operatori internazionali e il business non contribuisce certo a migliorare le condizioni di vita delle comunità ali.

Naturalmente l’estrazione dell’oro ha anche un costo ambientale se si pensa che per realizzare un anello si stima sia necessario produrre 20 tonnellate di scarti oltre alle emissioni di sostanze chimiche inquinanti.

 

Diamanti puliti

Situazioni di sfruttamento e pericolo anche nelle miniere estrattive dei diamanti tanto che già nel 2000 i paesi coinvolti furono invitati dall’Onu a monitorare i processi estrattivi. L’accordo Kimberley scaturito da questa azione certifica i processi di lavorazione dei diamanti assicurando che gli utili ottenuti non vadano a finanziare le organizzazioni terroristiche. E’ un accordo importante, sottoscritto da 81 nazioni che rappresentano circa il 99.8% della produzione mondiale dei diamanti grezzi (Fonte: Corriere della Sera, 6 settembre 14, “Diamanti sempre più etici” pag. 8). In altre parole i diamanti commercializzati devono essere accompagnati da una certificazione che provi il rispetto del protocollo del Kimberley process. Ruolo importante è svolto anche da un ente no profit internazionale operativo sul tema dal 2005, il Responsible Jewellery Council che aggrega oltre 500 imprese del settore (http://www.responsiblejewellery.com/)

Se parliamo di oro e diamanti il giorno dell’apertura di VicenzaOro non è solo per coincidenza.

Le fiere hanno/possono avere un ruolo importante nella costruzione di filiere etiche soprattutto quando l’approvvigionamento della materia prima coinvolge paesi emergenti e flussi economici rilevanti come nel caso dell’oro e delle pietre preziose. Fiera Vicenza ad esempio ha ricevuto l’accreditamento presso il Consiglio Economico e sociale delle Nazioni Unite per sviluppare attività connesse alla corporate social responsibility nella filiera del gioiello. In altre parole l’ONU riconosce una fiera come soggetto in grado di dire la sua sulla responsabilità sociale ed ecologica  di una filiera.

Non solo promozione e marketing quindi, una fiera può –per la capacità di dialogare con la moltitudine di imprese di piccole e medie dimensioni che contribuiscono ad alimentare importanti fatturati- diventare un soggetto di dialogo per la governance mondiale e lo ONG.

Una modalità riproducibile in altri settori come ad esempio quello tessile?

 

Tracciabilità della filiera

Certamente un problema fondamentale per la filiera del gioiello che utilizza materiali che coinvolgono aspetti sociali ma anche ambientali: avorio dei mammut, corallo[2] , gemme etc, materiali preziosi e dalla storia complessa difficilmente controllabile. Per questo il tema della tracciabilità acquista in questo settore un peso davvero rilevante.

Sul fronte delle azioni collettive vanno citati il comitato etico di Assogemme[3]  e l’accordo sottoscritto lo scorso anno tra Fiera di Vicenza, Unioncamere, Unionfiliere e Filiera Oro che prevede la promozione da parte della Fiera del sistema di certificazione volontario TF - Traceability & Fashion.

Quest’ultima iniziativa mira a valorizzare le aziende espositrici che operano con trasparenza e permette agli operatori di comprendere il valore della tracciabilità quale simbolo di qualità dei prodotti. L’obiettivo è di garantire al consumatore informazioni affidabili rispetto ai luoghi di lavorazione delle principali fasi del processo produttivo ed alle principali caratteristiche del prodotto in tema di salubrità, sostenibilità ambientale, responsabilità sociale di impresa.

Viene spontaneo sottolineare che la tracciabilità debba riguardare non solo la drammatica storia delle miniere del terzo mondo ma anche le non sempre limpide vicende dell’oro riciclato che se da un lato rappresenta una alternativa importante ai processi estrattivi dall’altra solleva perplessità per la nascita esponenziale di negozi “Compro oro” in tutta Italia.

Come si legge in un recente documento del Senato della Repubblica “secondo stime delle associazioni nazionali di categoria del settore orafo-argentiero, i «compro-oro» sarebbero tra i 5.000 e gli 8.000, per un giro di affari di circa 14 miliardi derivanti dalla movimentazione di circa 300 tonnellate di oro e di materiali preziosi (dati 2011-12). Il fenomeno è essenzialmente italiano ed ha generato un mercato sommerso che non di rado finisce con l’alimentare i fenomeni della ricettazione e del riciclaggio, anche se ovviamente non tutti gli operatori del settore alimentano questo mercato occulto, esistono imprese di tutto rispetto, trasparenti e fondate sulla serietà professionale, ma si calcola che queste siano solo il 30-40 per cento del totale delle imprese del settore[4].

Insomma, meglio non abbassare la guardia.

Le aziende

Come detto, Vicenza Oro consentirà a chi la visà  in questi giorni di scoprire le innovazioni “sostenibili” realizzate dagli espositori. Sul fronte delle grandi firme segnaliamo prese di posizione non recentissime ma certamente di valore nell’indicare al comparto la strada da seguire. A titolo esemplificativo ricordiamo Bulgari che da alcuni anni ha  pubblicamente dichiarato  di aver cessato l'acquisto di pietre preziose di provenienza birmana per le condizioni di sfruttamento della mano d’opera locale e che sottopone ai propri fornitori capitolati restrittivi sull’origine delle pietre preziose.

Tiffany &C inoltre da ormai 4 anni stila un proprio corporate responsabilità report che mostra l’attenzione del brand non solo per le condizioni umane dei lavoratori impegnati nella filiera ma anche per l’impatto ambientale dei prelievi. Ad esempio Tiffany ha dichiarato di non approvvigionarsi di oro proveniente dall’Alaska per gli effetti sull’ambiente denunciati dall’agenzia ambientale degli Stati Uniti.

Anche nella filiera del gioiello come nei altri settori del fashion system la presa di posizione dei grandi brand ha un effetto a domino sull’intero comparto e come nella moda la distanza tra  bijou sostenibili ma “poveri” e gioielli di valore e trendy ma dalla storia sanguinosa può essere attenuata.

Può esistere un lusso sostenibile? Pare di si.

 


  
Posted by Aurora Magni on 07/09/2014
Filed under fiere/eventi

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