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La difficile strada dei produttori di capi waterproof
Posted by Aurora Magni on 05/04/2014 - 0 commenti - view count: 5355
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Una delle principali sfide ecologiche per il settore tessile è riuscire a produrre tessuti in grado di  proteggere dalla pioggia e confortevoli senza ricorrere all’uso di PFC (composti per e polifluorinati). Il PFC è da tempo sotto osservazione in particolare per la presenza di perfluoroottansulfonico (PFOS) , vietato dal REACH, e di acido perfluoroottanoico (PFOA) ritenuto responsabile di problemi di sicurezza ambientale a lungo termine e soggetto a restrizioni. Negli USA l’Environmental Protection Agency (EPA) ha da tempo av

viato una volontaria eliminazione di PFOA a livello industriale e iniziative restrittive sono state intraprese anche in Norvegia.

Un argomento caldo, tanto che già nel 2011 Gore, il più famoso produttore di tessuti waterproof, dopo aver dichiarato di non aver mai utilizzato PFOS ha assunto l’impegno di individuare alternative ecocompatibili e sicure al PFOA. Giunti a fine anno l’azienda ha  comunicato, coerentemente con l’impegno assunto,  di aver eliminato anche il PFOA e di aver programmato un programma di ricerca per i prossimi anni finalizzato ad ottenere membrane ecofriendly senza tuttavia rinunciare alla durata dei materiali e delle loro prestazioni.

In realtà non sembra possibile eliminare da oggi all’indomani questi composti chimici dai capi out door, almeno non dai capi attualmente nei negozi, realizzati con tessuti precedentemente prodotti. La cosa si è resa evidente   a seguito della pubblicazione del rapporto Greenpeace 2013 dal titolo “La chimica per gli scalatori” relativo alle ricerca di  sostanze tossiche dell’abbigliamento outdoor. Una giacca di Salewa acquistata a metà 2013 in un negozio ed analizzata da Greenpeace ha infatti presentato tracce di PFC riconducibili al tessuto Gore-tex utilizzato.

L’azienda di Bolzano ha colto l’occasione per rivedere in termini di sostenibilità le proprie future collezioni. Come si legge nel sito di Salewa: “Nell’uso del trattamento di impermeabilizzazione DWR (durable water repellency), SALEWA sta lavorando per passare dalla tecnologia a lunga catena C8 (8 atomi di carbonio) alla C6 (a catena corta), cosa che non può però essere considerata come una soluzione definitiva alla problematica. Stiamo inoltre testando i trattamenti DWR, esenti da polifluorurati e perfluorurati (PFC) e, a partire dalla prossima collezione, porteremo sul mercato i primi prodotti con questa soluzione priva di PFC sviluppata dall’azienda Rudolf Chemie. Per la collezione Estate 2015 contiamo di poter proporre nella nostra linea di abbigliamento SALEWA un trattamento DWR esente da PFC in circa il 20% dei tessuti utilizzati. L’obiettivo per le collezioni successive è aumentare l’uso di queste soluzioni più ecologiche nel nostro abbigliamento fino a una percentuale di circa il 50-60%”.   

Ci sembra un buon esempio di  disponibilità al dialogo tra movimenti ambientalisti e dei consumatori e imprese.

Il mercato dell’abbigliamento out door è estremamente importante per l’industria tessile, basti pensare che stando al rapporto dell’ European Outdoor Group (EOG) 'The state of the trade' , nel 2012 sono state registrate vendite per 10 miliardi di euro. I tessuti waterproof sono utilizzate nello sport (abbigliamento e attrezzature), nei dpi, nelle calzature, nei capo spalla convenzionali, nelle valigeria. Senza dimenticare i tessili tecnici. E i consumatori, abituati a decenni di ottime prestazioni, non sono certo disponibili a comprare giacche da oliare o appesantite da armature non traspiranti. Intervenire su materiali complessi come quelli laminati significa creare alleanze virtuose con la chimica affinchè si individuino soluzioni ecologicamente interessanti. Una strada che va imboccata con la consapevolezza di intraprendere (allo stato attuale delle cose almeno)  un lungo periodo di ricerca. Facciamo il tifo per le aziende che decidono di provarci.


  
Posted by Aurora Magni on 05/04/2014
Filed under fatti/attualità

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