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Microplastiche: proposta di restrizioni dall’Echa
Posted by Aurora Magni on 31/01/2019 - 0 commenti - view count: 354
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Siamo abituati ad associare le microplastiche all’inquinamento di mari e  corsi d’acqua ma secondo il rapporto presentato dall’Agenzia chimica europea Echa ad essere contaminati sono soprattutto i terreni. E’ qui infatti che  le microplastiche derivate dai processi industriali si accumulano attraverso i fanghi post depurazione che vengono utilizzati come fertilizzanti in agricoltura. Non essendo biodegradabili e non essendo possibile rimuoverle data la dimensione, le microplastiche sono destinate a rimanere nel terreno migliaia di anni. Difficile ad oggi determinare gli effetti sulla salute di uomini e animali: il problema ha ottenuto l’attenzione di università, centri ricerca ed imprese da pochi anni e non vi sono  ancora studi disponibili.

Parte da queste considerazioni il documento relativo all’uso intenzionale di microplastiche (Echa, 11 gennaio 2019) che mette sotto la lente di ingrandimento detergenti, cosmetici, vernici e coating, oil&gas, farmaci. L’obiettivo è ambizioso: adottare politiche restrittive per ridurre il rilascio di microplastica  in ambiente per un volume di 400mila tonnellate nei 20 anni successivi all’entrata in vigore del provvedimento. 

Al termine di un iter di consultazioni i provvedimenti indicati nel rapporto potrebbero essere contemplati nel Reach già nel 2020.

E per quanto riguarda il tessile?

Poiché di microplastiche si parla molto anche in rapporto alla degradazione delle fibre man made, si è in attesa del successivo documento Echa relativo all’uso non intenzionale di microplastiche, cioè ai polimeri usati nelle strutture tessili.

Il tema è di grande attualità nel settore –ci spiega Filippo Servalli marketing manager di Radici Group -e le riunioni in ambito europeo sono partecipate e dibattute ma in assenza di un’armonizzazione negli approcci di misurazione è difficile arrivare ad una sintesi e all’assunzione di decisioni operative. E dotarsi di un sistema di misurazione scientificamente affidabile e condiviso è il primo passo  per approcciare i possibili interventi correttivi e poterne poi valutare gli effetti’.

Ma  cosa si può fare intanto per contenere il fenomeno? E’ certamente  difficile ipotizzare una rinuncia dell’industria tessile globale all’utilizzo delle fibre man made.

Difficile e comunque poco utile. E’ di questi giorni la pubblicazione di uno studio della School of Biological and Marine Sciences di Plymouth (fonte: Ecotextilenews)  in cui si denuncia la sedimentazione nei fondali marini di ingenti depositi di cellulosa dovuti alla presenza di  fibre tessili naturali (cotone in particolare) ma anche alle fibre artificiali negli scarichi idrici. Microfibre lunghe tra i 3 e gli 8 mm che non biodegradano a causa delle condizioni climatiche e della salinità del mare e che non sono compatibili con l’alimentazione dei pesci. Insomma il problema non è limitabile a poliestere e poliammide. Ciò non toglie che i produttori tessili debbano adottare approcci di eco design volti a ridurre il rilascio di microfibre. Come? Ad esempio evitando di produrre filati da fiocco e privilegiando i fili continui che presentano meno  rischi di separazione di frammenti, evitando tagli nel tessuto che liberano fibre,  insomma adottando azioni di consolidamento della struttura tessili nelle varie fasi della produzione dei manufatti.’

La separazione di microfibre avviene soprattutto nelle fasi di lavaggio dei capi, cosa si può fare concretamente?

‘I test provano che il fenomeno è accentuato durante i primi due lavaggi del capo, poi la struttura del tessuto si consolida e la perdita di fibre diminuisce. Una prima soluzione può essere adottata dal sistema industriale che può impegnarsi a lavare i capi prima di metterli in vendita. Questo consentirebbe di raccogliere le microfibre mediante la filtrazione dei reflui industriali evitando che entrino nei corsi d’acqua o nei terreni. Altro intervento importante riguarda il bucato  domestico, forse la principale origine del problema. E’ necessario un maggior coinvolgimento da parte dei produttori di lavatrice che a tutt’oggi risultano più concentrati sull’obiettivo comunque lodevole di ridurre consumi idrici ed energetici. Un sistema di filtrazione e un corretto comportamento da parte degli utilizzatori dell’elettrodomestico (pulizia dei filtri, conferimento delle fibre raccolte nella differenziata). Insomma, siamo di fronte ad  un problema davvero complesso che richiede sinergia tra comparti industriali diversi, il coinvolgimento dei consumatori e la collaborazione con le università e i centri ricerca’.


  
Posted by Aurora Magni on 31/01/2019
Filed under fatti/attualità

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