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Qualche dato interessante sul cotone
Posted by Aurora Magni on 03/11/2019 - 0 commenti - view count: 164
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Non è un rapporto recentissimo (è stato presentato un anno fa) ma propone alcuni dati che vale la pena tenere presenti quando parliamo di fibre. Ci riferiamo a ‘Il cotone nell’economia mondiale’ di Terry Townsend (2018).

Lo studio si pone subito una domanda: come mai il cotone la cui coltivazione  riguarda solo il 2,5% del terreno mondiale agricolo è così importante nell’economia mondiale?  ‘Collega persone e mercati’ risponde l’autore. E subito viene da pensare a L’impero del cotone di Sven Beckert o ai dati Fao in base ai quali circa 60 milioni di famiglie nel mondo sarebbero coinvolti nei processi produttivi con un'occupazione diretta (comprensiva di quella  a tempo parziale o stagionale), di circa 300 milioni di persone, pari al 4% della popolazione mondiale.

Inoltre è una materia prima che si presta ad acquisire valore.

Il cotone può infatti essere conservato per anni senza perdita di valore, fa notare Townsend, non richiede refrigerazione e, se imballato e conservato correttamente, non si deteriora e non è vulnerabile a muffe, batteri, insetti o parassiti. Può essere trasportato su strade sconnesse per migliaia di chilometri senza danni e  ha un alto rapporto tra valore in peso e densità, quindi può essere trasportato facilmente e con investimenti ben inferiori a materie prime come mais, grano o soia. Dalla Fao sappiamo infatti che l’immagazzinare cotone consente a contadini di aree povere del mondo che diversificano le tipologie di prodotti coltivati di accedere a prestiti bancari.

Meglio il cotone bio o equosolidale?

La produzione mondiale di cotone biologico è cresciuta dalle quantità molto ridotte dei primi anni '90 fino alle  175.000 tonnellate nel 2008/09. La produzione è poi calata bruscamente dopo la recessione quando rivenditori e marchi hanno smesso di sponsorizzare i programmi. La produzione nel 2015/16 è infatti stata di 108.000 tonnellate. 

I dati citati relativi a Fairtrade risalgono invece al 2014, e riportano una produzione di circa 7.000 tonnellate.

Ecco come il rapporto commenta la diminuzione di cotone biologico e equosolidale. Innanzitutto la produzione di fibre bio e equosolidali richiedono circa il doppio della quantità di lavoro e le rese sono inferiori rispetto al cotone convenzionale. Un ettaro di cotone biologico richiede in genere circa 170 giorni di lavoro all'anno, rispetto ai 90 giorni all'anno per il cotone convenzionale. Ma mentre  il cotone biologico e quello equosolidale si riducono, crescono cotone MadeinAfrica (CMiA) e BCI . Questo fenomeno è dovuto a una differenza sostanziale avverte Townsend: CmiA e BCI consentono l'uso delle moderne tecnologie agricole (ma non la modificazione genetica nel caso di CmiA), mentre l’agricoltura biologica e il commercio equosolidale richiedono alto utilizzo di manodopera. CmiA e BCI –ribadisce il rapporto- sono iniziative che aiutano gli agricoltori a migliorare fornendo formazione sull'uso delle migliori pratiche di gestione mentre il cotone  biologico e quello equosolidale vengono prodotti solo se vengono sponsorizzati dai clienti o sostenute da misure governative.

 


  
Posted by Aurora Magni on 03/11/2019
Filed under studi/ricerche
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