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Quanto può essere eccentrica la moda dietro le sbarre?
Posted by Aurora Magni on 08/05/2011 - 1 comment - view count: 4185
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Il convegno realizzato dall’Università Cattolica e dal Centro Moda Cult a Milano il 6 maggio scorso dal titolo "Mode eccentriche"  ha acceso i riflettori su un mondo poco conosciuto: quello della moda realizzata in carcere. Il racconto delle esperienze vissute dai coordinatori dei vari progetti e –attraverso loro- dalle carcerate e dai carcerati stessi coinvolti nelle attività tessili, si prestano a qualche riflessione che proviamo a sintetizzare.

  1. La moda,  essendo un’attività creativa, ha una funzione terapeutica. Aiuta chi la svolge a rielaborare il proprio vissuto psicologico (ti porta la testa fuori dal carcere, per usare le parole delle protagoniste, riempie il tempo con attività che hanno un senso perché producono qualcosa che può essere usato, apprezzato, qualche volta comprato). Il fare aiuta a dare alla persona una nuova identità, a rileggersi in una dimensione che non è solo negativa  e sancita dalla detenzione ma anche socialmente apprezzata.
  2. L’attività tessile ha una funzione sociale. E’ facilmente realizzabile anche in un contesto povero di spazi  e risorse come il carcere. Si appoggia ad un saper fare ancestrale che più o meno tutti possediamo (o possiamo imparare facilmente). Mette le persone in condizioni di lavorare insieme (lavorando si impara il rispetto per  l’impegno e la proprietà degli altri), consente di scoprire e accrescere proprie  abilità  imparando anche a trasferirle  (io ti insegno l’uncinetto e insieme impariamo a tingere i tessuti …).
  3. La moda realizzata in carcere è un’attività per definizione “sostenibile” : si basa sulla rielaborazione degli scarti che alcune aziende regalano alle detenute. Il riciclo e il riuso dei materiali sono alla base di ogni attività.

 

Dai racconti emerge però come queste esperienze si trovino spesso ad una scelta non facile: mantenere lamission psicologica-sociale (enfatizzando la caratteristica espressiva-individuale dell’attività a prescindere dal confronto con il mercato) o trasformare queste iniziative in azioni commerciali consentendo così di reperire le necessarie risorse economiche e nel contempo inserendo le detenute in dinamiche professionali che possono (con un po’ di fortuna) anche trasformarsi in opportunità lavorative concrete una volta in libertà?

Certo nessuno può garantire ad una detenuta di trovare lavoro come sarta una volta uscita dal carcere (tantomeno in questo periodo difficile) ma non è nemmeno scontato che ciò non possa accadere, anzi.

Che le carcerate lavorino in qualche caso per conto terzi non è una novità. E chi ha provato ad avviare attività produttive dietro le sbarre ne conosce le difficoltà: il turnover delle detenute spesso non garantisce la necessaria continuità produttiva (né quantitativa né qualitativa), l’aumento delle detenute straniere introduce problematiche relazionali complesse a partire da quelle linguistiche.

Ma c’è anche chi ci sta riuscendo valorizzando proprio quell’anomalia di fondo e facendo della non standardizzazione dei manufatti il punto di forza. Addirittura un brand.

I detenuti diventano quindi non anonimi terzisti di un’aziendache non dà visibilità alla particolare identità delle persone coinvolte ma lavoratori visibili e portatori di una propria esperienza creativa e produttiva.

Le esperienze avviate con questo approccio ci sono e vale la pena dedicare qualche minuto a conoscerle meglio: dalla Cooperativa Alice che opera nel Carcere di San Vittore, ai Gatti Galeotti che realizzano anche borse con teli pubblicitari sempre a San Vittore, dalla Cooperativa Officina Creativa che a Lecce ha promosso il brand “Made in Carcere” all’esperienza torinese della Casa di Pinocchio che con il brand Fumne (donne in piemontese) realizza capi, accessori ed addirittura profumi.

E ci sono anche aziende che in queste iniziative ci credono. Molte donano tessuti, filati, ritagli di pelle (tutte cose che finirebbero comunque in discarica) ma qualcuna si spinge oltre come Coop Lombardia e Borsalino che attraverso la sua fondazione oltre a rifornire le detenute di materiali mette a disposizione propri addetti per insegnare la tecnica della costruzione di un cappello e regala macchine da cucire alle carcerate che hanno scontato la pena. Una premessa concreta per un futuro migliore.

Insomma il carcere si apre all’esterno, e non solo con gli eventi –sfilate patrocinate magari da qualche nome importante (Armani per Sartoria San Vittore, ad esempio). A volte sono le stesse carcerate ad insegnare alle donne libere come si lavora a maglia o si cuce.

Perché la vita continua e restituire un carcerato alla società non è solo un dovere morale.I recidivi (è stato ribadito al convengo)non sono solo la prova di un percorso di recupero fallito ma un costo sociale enorme, talvolta incalcolabile come purtroppo insegna la cronaca.

Evviva la moda quindi se è il mezzo perridare speranza e un senso alla legalità e al lavoro.

 

Le esperienza da approfondire e sostenere (ma certo ce ne sono altre):

 

Cooperativa Alice – Carcere San Vittore http://www.cooperativalice.it

Made in Carcere : www.madeincarcere.it

La casa di Pinocchio:www.lacasadipinocchio.net

Cooperativa Città e Salute: www.oroburo.it

 

  


  
Posted by Aurora Magni on 08/05/2011
Filed under fiere/eventi

Commenti
By Alberto Saccavini on 09/05/2011 08:11
solo un dettaglio per correttezza nei confronti della Coop Città e Salute. Il loro laboratorio di Oreficeria si chiama Uroburo e si trova in Via G.Thaon de Revel 19
Milano - www.uroburo.it





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