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Raccolta abiti usati: non sempre è beneficenza
Posted by Aurora Magni on 26/06/2015 - 0 commenti - view count: 3310
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Il Conau (Consorzio Nazionale Abiti e Accessori Usati) ha presentato a Roma interessanti dati sull’andamento del recupero di abiti usati nell’ambito del convegno “Vestiti usati: dalla beneficienza al riuso e al riciclo” svoltosi a Roma il 15 giugno scorso. Nel 2013 sono state raccolte 110.900 tonnellate di rifiuti tessili (+10% rispetto al 2012) rispetto alle 71.500 tonnellate del 2009, segnando definitivamente il passaggio dalle iniziali sporadiche attività di beneficenza alla costituzione di una filiera industriale,

Seppure si sia ancora lontani dai volumi recuperati in alcuni paesi del Nord Europa (6 kg per abitante) ogni italiano mediamente consegnerebbe ai cassonetti 1,8kg di abiti usati (2 kg al Nord, 2,4 kg al Centro e 1,3kg per abitante al Sud)

Non mancano però zone d’ombra per quanto riguarda la destinazione a cui i vestiti smessi vanno incontro, tanto che, è stato detto al Convegno, è necessario stabilire regole chiare e trasparenti.

Sempre più spesso, infatti, si registrano attività di raccolta “border-line” che, a volte anche violando disposizioni normative, si basano su circuiti paralleli a quelli regolari e autorizzati per la gestione dei rifiuti tessili.

Il problema era stato sottolineato anche da uno studio di Humana Peaple to Peaple Italia e Occhio del Riciclone onlus il mese prima con un rapporto  che  ricostruiva le varie fasi attraverso cui il nostro vecchio golfino passa, fasi che non sempre corrispondono al nostro desiderio di fare beneficienza.

http://www.occhiodelriciclone.com/attachments/article/1303/Descrizione%20di%20una%20filiera%20analisi%20ODR.pdf

Come si legge nel rapporto i passaggi sono numerosi, il materiale collocato nel cassonetto viene

raccolto, quindi stoccato, venduto  o trasferito ad impianti di recupero dove viene igienizzato e selezionato/ classificato. A questo punto si propongono 2 strade:

  1. la vendita intermedia e finale della frazione riutilizzabile, che può avvenire in Italia o all’estero (ad esempio presso negozi dell’usato e del vintage o nei mercati rionali).
  2.  Il riciclo delle frazioni non idonee al riutilizzo

La gestione di tutto il ciclo non sempre è gestita e tracciata da una singola organizzazione (come nel caso di Humana). Possono essere molti i soggetti che intervengono e non mancano casi di infiltrazione mafiosa. “le indagini della DDA e svolte dal Sostituto Procuratore Ettore Squillace Greco, hanno dimostrato come buona parte delle donazioni di indumenti usati che i cittadini fanno per solidarietà, finiscono per alimentare un traffico illecito dal quale camorristi e sodali di camorristi traggono enormi profitti. (…) Certamente in parte dell’attività sono stati rilevati i tipici metodi e strumenti camorristici (…) nonchè lo sfruttamento della carica intimidatoria che è nel patrimonio criminale del gruppo stesso”. Vi sono poi mercati illegali che portano i nostri abiti ad essere rivenduti  anziché donati a chi ne ha bisogno .“La poca tracciabilità inerente all’usato (dove dalla vendita al peso di qualità indefinite si passa alla valutazione commerciale e soggettiva dei singoli pezzi) favorisce inoltre il commercio al nero, le frodi doganali e facilita le operazioni di riciclaggio di denaro sporco.”

Perché non è pensabile che il mio maglioncino arrivi direttamente a casa di una persona indigente a meno che non sia io stessa a consegnarlo? Soprattutto perché la filiera descritta ha costi non irrilevanti (i cassonetti, le attività di raccolta,  selezione, l’igienizzazione) che per essere coperti richiedono un’efficace organizzazione in grado di  trasformare in valore economico quanto raccolto e  di trasferirne una quota ad associazioni solidali. “Gli indumenti raccolti vengono soprattutto venduti ad attori del mercato. Le eventuali azioni di solidarietà consistono, nella maggior parte dei casi, in contributi ad enti benefici che vengono dati sotto forma di denaro o donando una piccola parte dei vestiti raccolti, oppure nell’impiego nella raccolta di soggetti svantaggiati.” Le azioni di solidarietà sono spesso “di bandiera” e  nonostante rappresentino il fulcro della comunicazione verso i cittadini, tendono a non essere oggetto di alcuna misurazione o sistema di controllo.

Non è un mercato solo domestico

L’Italia, tendenzialmente, trattiene per il suo mercato nazionale la  prima scelta ed esporta le proprie qualità inferiori  soprattutto a Nordafrica, Europa Orientale e Africa Subsahariana. Nel contempo  importa anche grandi flussi da paesi come Stati Uniti e Germania, destinando, dopo le operazioni di smistamento, una parte degli stessi al proprio mercato e un’altra parte ai mercati stranieri. Nei paesi che ricevono il flusso di indumenti italiano la distribuzione avviene prevalentemente con il commercio ambulante, anche se esiste un significativo segmento di retail mediante negozi.

E non manca il fenomeno del contrabbando: “al fine di proteggere e stimolare il proprio sviluppo locale, un numero crescente di governi sta ostacolando il commercio di indumenti usati d’importazione creando moratorie o alzando barriere tariffarie. In conseguenza di queste politiche è cresciuto esponenzialmente il fenomeno del contrabbando.” Per esempio “al centro della cronaca dei media di Algeria e Marocco (paesi dove è proibito importare indumenti usati) c’è la questione degli indumenti di contrabbando provenienti dalla Tunisia, paese che si trova, storicamente, al primo posto delle esportazioni italiane”.

E poi c’è il riciclo.

“In Italia il materiale tessile proveniente dalla raccolta differenziata è destinato mediamente per il 25% ad azioni di recupero che hanno l’obiettivo di reimpiegare la materia prima dei prodotti obsolescenti; il 68% è destinato al riutilizzo e il rimanente 7% a smaltimento. Gli indumenti usati non riutilizzabili come abiti vengono impiegati principalmente per produrre pezzame ad uso industriale (quando sono prodotti in cotone) o in processi di riciclaggio delle scarti tessili che mirano a recuperare le fibre (soprattutto materiali di lana pura o mista con fibre sintetiche), con processi e tecnologie che variano al variare della tipologia di fibra (cardatura, sfilacciamento, ecc…)”

Che fare del nostro usato?

Incominciamo col dire che le cose, gli abiti in questo caso, devono durare di più. Secondo uno studio pubblicato da WRAP nel 2014 è sufficiente estendere di 9 mesi la vita di un indumento a diminuire tra il 20% e il 30% del suo impatto sull’effetto serra, sulle risorse acquifere e sul sistema rifiuti. l riuso, cioè il passaggio di capi in buono stato a membri della famiglia o amici (pensiamo all’abbigliamento infantile ad esempio o agli accessori da cerimonia) è una pratica che la crisi ha riportato in auge e che denota buonsenso e responsabilità ambientale.

E infine: la gestione dell’abbigliamento usato non è business da poco, promuove un giro d’affari rilevante e và considerata come tale, con logiche di trasparenza, rigore e tracciabilità.


  
Posted by Aurora Magni on 26/06/2015
Filed under studi/ricerche
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