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Scarpe sportive e responsabilità sociale
Posted by Aurora Magni on 04/07/2010 - 0 commenti - view count: 9438
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Che i fabbricanti di calzature sportive si siano guadagnati la nomea di sfruttatori di manodopera nei paesi in via di sviluppo è fatto noto e più volto denunciato.

Ma malgrado se ne parli da tempo ciò non toglie che proprio questo settore che nel 2005 era stato valutato in 74 miliardi di dollari americani e che ha registrato una crescita davvero rilevante negli ultimi anni continui ad adottare politiche di leadership di costo a scapito delle migliaia di lavoratori che coinvolge nella propria filiera.

Le Olimpiadi del 2008 sono state l’occasione per le organizzazioni umanitarie ed ecologiste per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale sul mancato rispetto dei diritti dei lavoratori del comparto tessile e moda.

In questo filone di denuncia rientra la campagna Play Fair 2008 che ha reso noto lo studio ” Vincere gli ostacoli. Come migliorare salari e condizioni di lavoro nell’industria globale  dell’abbigliamento sportivo” la cui edizione italiana è stata curata da Abitipulititi.org. L’obiettivo: far riflettere sull’incongruenza tra consumi e prezzi degli articoli sportivi, oltre che sulle condizioni di vita tra parti ricche e povere del mondo.

Partiamo dalla distribuzione mondiale del lavoro.

La produzione delle calzature sportive si concentra in quattro paesi: Cina, Vietnam, Indonesia e Thailandia ed è gestita da multinazionali fortemente organizzate.  Nike ad esempio produce rispettivamente il 35%, il 31%, il 21% e il 12% delle sue calzature in questi paesi, che contano per il 90% della produzione totale di calzature sportive. La Cina da sola totalizza il 58%, seguita a distanza dall’Indonesia al 12%.

Si legge nel report come il rapporto tra le forze di lavoro occupate in patria dalle grandi firme del comparto e quelle occupate all’estero abbia dell’incredibile: forse 2-3000 persone occupate in attività di progettazione, marketing e amministrazione nei due paesi, rispetto a 700-800.000 addetti alla produzione, distribuiti in migliaia di sussidiarie, fornitrici e subfornitrici poste nei paesi emergenti, dalla Cina all’India, dalla Thailandia alla Cambogia.

Grazie a questa organizzazione mondializzata del lavoro, si legge nel rapporto “nel 2007 i tre maggiori produttori  dell’abbigliamento sportivo hanno conseguito prodotti  per un totale di 3,8 miliardi di dollari, con un balzo in alto del 50% in media rispetto al 2004 fino a valere in borsa, in totale, più di 50 miliardi di dollari, di cui forse 20,  attribuibili solamente al marchio”. 

Un’industria, quella dello sport, che ha registrato significativi incrementi e che abbina agli sforzi in ricerca ed innovazione che tutti possiamo ben apprezzare,  condizioni di lavoro assai discutibili. Le lavoratrici, che sono la grande maggioranza di questo settore, percepiscono salari che variano tra i 25 dollari al mese (Bangladesh, 2006) e i 116 dollari (Sri Lanka, 2006), con una forte concentrazione nella fascia dei 60-80 dollari al mese. Si tratta di salari che pur tenendo conto del costo della vita locale, risultano del tutto insufficienti ad assicurare alimentazione e stile di vita adeguato ai lavoratori e alle loro famiglie ed  ottenuti in condizioni di lavoro sfibranti  e prive di qualsiasi tutela sindacale.

Un po’ di storia

L’iniziativa Play Fair inizia nel 2003 in preparazione delle Olimpiadi del 2004. E’ forse  la più massiccia mobilitazione di tutti i tempi sui diritti dei lavoratori e vede la partecipazione di sindacati e associazioni per i diritti dei lavoratori provenienti da tutto il mondo, coinvolgendo numerosi atleti di fama mondiale. Ma al di là delle denunce sociali la Play Fair Alliance ha cercato di collaborare seriamente con le grandi società produttrici di abbigliamento sportivo, al fine di trovare soluzioni concrete ai problemi quotidiani che i lavoratori del settore devono affrontare. Ne è nato un piano di lavoro articolato in più punti sulla base del quale l’associazione ha instaurato un confronto con i maggior produttori mondiali di calzature e abbigliamento sportivo. Nel maggio del 2004 sei produttori di abbigliamento sportivo (Puma, ASICS, Umbro, Mizuno, Nike e Adidas), WFSGI (la principale associazione degli industriali del settore dell’abbigliamento sportivo), la FLA (Fair Labor Association, un organismo di controllo delle norme in materia di lavoro) e il CIO (Comitato Olimpico Internazionale) incontravano la Play Fair Alliance a Ginevra. Non aderivano invece Fila, Lotto e Kappa. Il WFGSI lasciava alla FLA il compito di prendere iniziative rispetto alle questioni sollevate e questa  si  dimostrava disponibile  preparando per i suoi membri una serie di documenti guida sulla libertà di associazione, ivi compresi i cosiddetti Compliance Benchmarks (parametri di conformità), che illustrano i punti fondamentali che le aziende devono prendere in considerazione per accertarsi che il fornitore rispetti i diritti del lavoratore.

Si è trattato di un’iniziativa importante, anche se i risultati concreti non arrivano, secondo i promotori, con la velocità sperata.

La Fair Labor Association (FLA) è una struttura multistakeholder che include aziende, università e ONG.

Nel febbraio 2008 erano 24 le società titolari di marchio che sono diventate membri FLA; tra queste Adidas, ASICS, Nike, Puma, Patagonia e altre.  Queste società si sono impegnate a rispettare un programma di attuazione delle norme in materia di lavoro, di controllo e di risoluzione delle non conformità volto a rendere i loro impianti di produzione conformi agli standard FLA. Occorre però dire che  il codice di condotta FLA è stato però criticato dalle associazioni per i diritti umani e dei lavoratori, che lamentano l’assenza di norme sulle politiche salariali, la tutele adeguate rispetto agli orari di lavoro, il  rispetto alla libertà di associazione e alla contrattazione collettiva nei paesi dove tali diritti sono negati. La FLA ha nel frattempo cominciato una revisione del suo codice di condotta nel febbraio del 2008. (www.fairlabor.org).

Il test ICRT- Engaged

Un altro studio interessante è stato svolto tra il 2008 e il 2009 e ha coinvolto  importanti multinazionali dello sport.

Realizzato da  ICRT(l’associazione internazionale dei consumatori) e dall'organizzazione non governativa Engaged ha avuto l’obiettivo di  valutare in quale misura le grandi marche si assumono le proprie responsabilità sociali nei molti stabilimenti ai quali subappaltano la produzione. Come è noto le società che intendono muoversi in una logica di Corporate Social Responsability, devono mettere nero su bianco i principi etici che s'impegnano a rispettare. Per verificare che non sia solo un’iniziativa promozionale, volta ad allontanare i sospetti di scarsa etica nei rapporti di lavoro, l’ICRT non si è accontentata  di studiare la documentazione pubblica, ma si è alleata a un'organizzazione esterna, Engaged, che ha svolto  verifiche sul campo.

Delle nove marche sottoposte al test, ben quattro hanno negato l'accesso agli stabilimenti, tra cui Nike. Chi ha rifiutato l’ispezione ha ricevuto una penalità nel punteggio.

 Il test ha coinvolto Nike,New Balance,Asics, Brooks, Saucony,Adidas, Reebok, Puma e New Balance. I risultati mostrano che a livello di politica sociale,  l'americana Reebok e la tedesca Adidas occupano rispettivamente il primo e il secondo posto, (il che non sorprende visto che  sono marchi appartenenti alla stessa società). Seguono a cospicua distanza, anche se ottengono comunque la menzione "buono", Puma e New Balance, che si piazzano al terzo e quarto posto.

Non che si tratti comunque di un mondo paradisiaco. I ricercatori segnalano limiti come la  scarsa rappresentatività dei dipendenti nelle convenzioni collettive, sistemi di reclamo non sempre efficaci, assenza di condizioni di lavoro adatte ai dipendenti più giovani per non  parlare della scarsa attenzione alla salute dei lavoratori (sostanze nocive, sovraccarico di straordinari, pressioni psicologiche), il tutto per un salario che supera appena il minimo legale e che può venir assoggettato a deduzioni punitive. Per quanto riguarda invece la responsabilità ecologica delle imprese occorre ricordare che Brooks ha  creato una suola biodegradabile, innovazione non banale nel LCA della calzatura sportiva. Tuttavia, per quanto riguarda la gestione ambientale sono Adidas e Reebok a condurre ancora una volta la partita, con un netto vantaggio per Adidas: tutti e due i marchi compiono dei veri sforzi per ridurre l'impiego di composti organici volatili e di solventi, nonché per utilizzare energie rinnovabili.

A proposto di Nike

Nella primavera 2008 a Ching Luh, più di 20.000 operai hanno scioperato contro la Nike per ottenere un incremento dei salari, salari fino a quel momento pari a circa 59 dollari mensili il cui potere d'acquisto era stato sensibilmente eroso dall'inflazione galoppante, che nel mese di marzo ha fatto registrare l'aumento record del 19%, con punte maggiori (fino al 25%) nel settore dei generi alimentari (in primis il riso). I lavoratori chiedevano un "aiuto finanziario" proprio per fronteggiare la crescita dell'inflazione e del costo della vita, aiuto quantificato in 200.000 dong (la moneta locale), all'incirca 8 euro, al mese.
Dopo intense consultazioni, i lavoratori hanno accettato la proposta della multinazionale americana; infatti, come si è già anticipato, lo sciopero si è concluso il 2 aprile con l'accordo siglato fra il responsabile sindacale Nguyen Thi Dung e l'azienda, in virtù del quale quest'ultima si è impegnata a garantire un aumento di salario pari a 100.000 dong mensili.

La Nike è stata la prima azienda a dotarsi volontariamente di un codice di condotta nel 1992, periodicamente soggetto a revisione. Inoltre, sempre la multinazionale americana nel 1997 ha sottoscritto un accordo stipulato tra la World Federation of the Sporting Good Industry, l'UNICEF e l'Ufficio internazionale del lavoro, con il quale sono state gettate le basi per definire una strategia comune nella lotta al lavoro minorile in Pakistan.

Il codice di condotta adottato dalla Nike è rivolto anche ai propri partner commerciali (fornitori e subappaltatori) e si caratterizza per il fatto di fare riferimento a principi di tutela dei diritti umani sul luogo di lavoro. Condanna e vieta l'impiego di manodopera minorile, fissando l'età minima di accesso al lavoro; proibisce il lavoro forzato, le punizioni corporali, gli abusi e le molestie di ogni tipo; afferma di prendere in considerazione esclusivamente la capacità lavorativa del soggetto, assicurando pari opportunità, afferma di riconoscere e rispettare la libertà di associazione e il diritto di contrattazione collettiva, precisando che nessun lavoratore potrà essere punito o penalizzato per l'esercizio di tali diritti. Per quanto concerne poi la materia retributiva, prevede che "The contractor provides each employee at least the minimum wage, or the prevailing industry wage, whichever is higher; provides each employee a clear, written accounting for every pay period; and does not deduct from employee pay for disciplinary infractions".Il codice etico è portato a conoscenza delle aziende fornitrici o appaltatrici della Nike per mezzo del contratto di fornitura o di appalto, firmando il quale il fornitore o l'appaltatore si impegna a rispettare le disposizioni contenute nel codice stesso, pena l'applicazione delle sanzioni espressamente previste. Più precisamente, in caso di violazione del codice di condotta, l'azienda statunitense richiede al fornitore o all'appaltatore di presentare un piano correttivo. Tuttavia, nell'ipotesi in cui tali soggetti persistano nella violazione, la Nike può comminare una sanzione pecuniaria o, nei casi più gravi, recedere dal contratto.
Ad esempio nel 2006, dopo che le indagini condotte dalla stessa Nike e da un supervisore indipendente hanno dimostrato l'esistenza di numerose violazioni del codice di condotta (utilizzo di lavoro minorile da parte di subappaltatori, licenziamenti irregolari, mancato pagamento di straordinari), la multinazionale americana ha receduto dal contratto stipulato con la Saga Sports, il principale fornitore pakistano di palloni cuciti a mano.

Nike, in passato al centro di feroci critiche da parte di numerose ONG e dell'opinione pubblica mondiale a causa dello scarso controllo esercitato nei riguardi dei propri fornitori asiatici, appare comportarsi conformemente allo spirito che caratterizza il concetto di responsabilità sociale d'impresa, a proposito del quale il Libro Verde adottato dalla Commissione europea nel 2001 parla "di integrazione volontaria delle preoccupazioni sociali ed ecologiche delle imprese nelle loro operazioni commerciali e nei loro rapporti con le parti interessate".

Il consumatore:  un giudice  distratto

Perché le iniziative di pressione sulle multinazionali della calzatura generino risultati molto dipende dall’atteggiamento dei consumatori. In Italia non si avvertono segnali di attenzione e impegno sistematico su questo fronte. Eppure le condizioni ci sarebbero.

Un segnale interessante era contenuto in uno studio realizzato nel 2008 da Sita Ricerche per conto di Assosport che indagava, tra l’altro la sensibilità eco-etica dei compratori di calzature sportive.

Lo studio  distingueva i consumatori in 3 fasce di età:   i nati tra il 1944 e il 1960, la generazione tra il 1961 e l’81 e i nato dall’82 in poi.

I nati negli anni 1944-60 si distinguevano per la ricerca di informazioni sui marchi allo scopo di valutare i prodotti non solo in termini tecnici ma anche per sapere se le aziende rispettano le norme etiche e ambientali. Il 37,2% degli intervistati praticanti sport dichiarava infatti di evitare di acquistare alcuni marchi perché non responsabili eticamente ed ecologicamente e un più significativo  61,7% dello stesso campione era disposto a pagare un po’ di più per avere prodotti eticamente ed ecologicamente sostenibili. Sensibilità ai temi della sostenibilità eco etica dei prodotti era espressa anche dagli intervistati nati  negli anni 1961-81 mentre i più giovani (i nati dal 1982) emergevano come i meno sensibili e i consumatori maggiormente attratti dalla fascinazione dei brand. Come dire:  margine per la crescita di comportamenti d’acquisto più consapevoli e critici ce ne sono, certo la mancanza di informazioni chiare e un sistema associativo credibile nello svolgere questo ruolo non aiuta.


  
Posted by Aurora Magni on 04/07/2010
Filed under opinioni/interviste

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