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Symbola presenta Certificare per competere. L’industria della moda apripista di nuovi modelli
Posted by Aurora Magni on 26/02/2016 - 1 comment - view count: 2819
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Sono circa 450 le certificazioni al mondo relative a prodotti e ambiente ed ogni anno se ne aggiungono mediamente 12. Troppe, a detta di molti. Comunque utili a detta di tutti perché aiutano a misurare ciò che altrimenti potrebbe essere valutato “a naso” o in base alle necessità del momento. Comunque restano perlopiù sconosciute ai consumatori finali. Si è parlato di questo oggi, 26 febbraio, al convegno di Symbola e Cloros promosso presso Assolombarda a Milano con un titolo che è già una dichiarazione: Certificare per competere.

Il rapporto parla anche di tessile e moda, cita le imprese virtuose e si sofferma su quanto di nuovo sta avvenendo nelle strategie del comparto per quanto riguarda la sicurezza e la salute dei prodotti.

Come è giusto che sia l’attenzione è focalizzata da Detox. “Le conseguenze di iniziative come quella di Greenpeace stanno ridefinendo il ruolo e la portata delle certificazioni nel settore tessile – si legge nel rapporto-  Da una parte queste campagne mostrano una notevole capacità di catalizzare l’attenzione dell’opinione pubblica e sensibilizzarla ai temi ambientali e alla delicata questione delle garanzie che le imprese offrono in questo campo. E lo fanno in un modo nuovo, gestito dall’interno del sistema produttore-consumatore, non dall’esterno come le certificazioni e le loro garanzie di parte terza. Dall’altra, indubbiamente, ridimensionano il ruolo delle certificazioni ‘classiche’. Certificazioni già poco diffuse nel settore: a causa, come abbiamo già visto, degli eccessivi carichi organizzativi ed economici; della mancanza di incentivi che possono arrivare dalle norme pubbliche; e, in fin dei conti, perché non rispondono ai bisogni pratici delle imprese. In conclusione, quello dei prodotti d’abbigliamento è un campo fin troppo ricco di marchi ecologici. L’attenzione del pubblico dei consumatori di prodotti è certamente allertata, ma ancora troppo poco propensa a fare delle certificazioni la leva negli acquisti. Questa è la chiave di volta. E, in parallelo, l’offerta di standard di certificazione dovrebbe muovere verso una maggiore semplificazione: che significa anche maggiore chiarezza e certezza. Solo con queste premesse i marchi ambientali potranno diventare un reale fattore di sviluppo per il settore.”

Possiamo quindi dire che l’ingresso nel dibattito di stakoholders del peso di Greenpeace ha fatto dell’industria del tessile/abbigliamento un caso anomale, certamente esemplare, su cui riflettere. Gli altri comparti considerati dallo studio e relativi alle famosi 4A (automazione, arredo-casa, agroindustriale) si muovono prevalentemente nei canali tracciati dal sistema delle certificazioni.

Obiettivo principale del rapporto è comunque quello di rispondere alla domanda: le certificazioni servono?

La risposta suggerita dai dati è si: tra il 2009 e il 2013, le imprese delle 4A amiche dell’ambiente hanno visto i loro fatturati aumentare, mediamente, del 3,5%, quelle non certificate del 2%: le certificazioni portano in dote, cioèuno ‘spread’ positivo di 1,5 punti percentuali.

Ancora meglio nell’occupazione, dove lo spread arriva a 3,8 punti percentuali: le aziende certificate hanno visto crescere gli addetti del 4%, le altre dello 0,2%. Con vantaggi particolarmente spiccati nell’abbigliamento (spread nel fatturato +3,6) e nell’automazione (spread per gli addetti +3,9).

Determinante essere attenti alla sostenibilità anche sul fronte export: le imprese delle 4A con certificazione ambientale esportano nell’86% dei casi, mentre le non certificate nel 57%. E se le certificazioni giovano a tutte le imprese, alle aziende medio piccole mettono il turbo: le PMI (fino a 50 addetti) con certificazione ambientale registrano uno spread di +4 punti nel fatturato (contro un +1,1 delle medie, fino a 250 addetti, e un +0,6 punti delle grandi) e di 1,2 punti negli occupati (contro lo 0,6 o 0,7 delle altri classi).

Viene da chiedersi naturalmente quale sia l’ordine temporale del fenomeno: le aziende prima si certificano e quindi migliorano le performance economiche o le aziende che si certificano sono già leader?

Difficile rispondere. Certamente la pratica della certificazione sviluppa conoscenze, consente valutazioni oggettive che sono alla base del miglioramento del prodotto, dà reputazione e sappiamo bene quanto la reputazione sia un valore economico oltre che morale.

Si registra anche una crescente sensibilità degli italiani verso la sostenibilità. Come testimonia un sondaggio Ipsos curato per questo studio, infattii nostri concittadini dimostrano un discreto interesse verso il green, buona familiarità e fiducia verso le certificazioni ambientali: l’80% degli intervistati le ritiene affidabili. C’è dunque una generale aspettativa positiva, ma c’è notevole differenza tra questa familiarità e la conoscenza reale delle certificazioni. Se chiediamo di indicare spontaneamente i marchi di certificazione conosciuti sa dare una risposta il 39% degli intervistati. E tra questi meno della metà, ossia il 15% degli italiani, indica nomi di certificazioni ambientali esistenti. Segno che la strada verso una corretta e ampia conoscenza di queste certificazioni e di tutti i vantaggi che portano è ancora lunga.

Qui il rapporto completo: http://www.symbola.net/assets/files/CertificarePerCompetere_WEB_pag-doppia_1456481377.pdf


  
Posted by Aurora Magni on 26/02/2016
Filed under studi/ricerche

Commenti
By Fabio Guenza on 03/03/2016 10:17
Mi sembra che il quadro aggregato - molto utile - ritragga uno strumento prevalentemente B2B. Le certificazioni che migliorano di più la competitività delle PMI sono quelle che permettono loro di accreditarsi (greenlist ecc) presso marchi interessati a garantire il consumatore, anche se alla fine quest'ultimo ne ignora la presenza. Due conseguenze: l'importanza di saper scegliere "la certificazione giusta", e la sfida per il mondo certificatorio di includere gli stakeholder consumatori per evitare la dispersione di parte del valore. Non è un caso che Altroconsumo nel recente interessamento al tema della chimica nella moda abbia posto un forte accento su DETOX piuttosto che sulle certificazioni.



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