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Trend di consumo e produzione sostenibili nel sistema tessile e della moda
Posted by Aurora Magni on 05/06/2010 - 5 commenti - view count: 8242
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La moda è intrinsecamente antiecologica. Infatti si basa sull’idea che un prodotto debba avere durata brevissima, quasi una “non durata” e debba essere scartato prima di aver esaurito la sua funzione di utilizzo. Le autentiche fashion victims vivono di anticipazioni, non di trend affermati  e chi lavora nel campo della moda disegnando abiti, sviluppando tendenze o allestendo fiere è ben consapevole di maneggiare  “cose” che saranno sul mercato non prima di un anno,  vi resteranno per poco, per essere subito sostituite da altre che  il sistema provvede a progettare e realizzare per tempo. Uno sfasamento temporale che risponde al ciclo sempre più frenetico consumo-produzione che il fashion system estremizza contraendo i tempi del consumo/utilizzo dell’oggetto e quindi, sul versante industriale, della sua ideazione/produzione.

Un meccanismo che ha costi ambientali rilevanti a cui contribuiscono le tonnellate di materie prima utilizzate, le sostanze  chimiche e l’energia di processo, l’inquinamento provocato dai trasporti, gli scarti di produzione e di consumo.

Un paradosso da cui molti ritengono sia impossibile  evadere salvo tornare ad un modello economico preindustriale, il che non sembra essere una scelta né convincente né praticabile.

 Consumi tessili tra desiderio, emozione e capitalismo

Mi sono spesso chiesta quali emozioni dovesse provare  una ragazza negli anni ‘20 o ‘30,  partita  da un paese della campagna lombarda e decisa a raggiungere Milano per  visitare la Rinascente. Immagino lo stupore e la fascinazione di fronte alle luci, agli specchi, alle scalinate, ai capi eleganti esposti in vetrina. Abiti da poter toccare e provare, forse  addirittura comprare  mettendo via i soldi un po’ alla volta. Il lusso cominciava ad essere accessibile, quasi democratico [1]e c’è uno stretto legame tra la partecipazione sociale e lo shopping, tra l’acquisizione dei diritti da parte dei lavoratori, la villeggiatura e il tempo libero e ancora lo shopping. Più la società si fa, appunto, democratica più la gente desidera circondarsi di oggetti e  compra, e  più desidera e compra più lavora e produce e via in un circolo vizioso o virtuoso, a seconda dei punti di vista.

Perché non vi può essere sviluppo economico senza consumo e quando questo si flette ecco che il sistema entra in crisi, le fabbriche chiudono e i lavoratori arrivano a fine mese solo grazie agli ammortizzatori sociali. Insomma l’economia tracolla.

Perché il ciclo economico deve diventare di massa, precisa Giovanni Siri altrimenti soccombe, e “non solo in senso estensivo ma anche in senso intensivo vale a dire motivando le persone a sentire il bisogno di cose che razionalmente e funzionalmente non sono necessarie alla sopravvivenza ma neanche a un livello normale di benessere[2]”.Insomma: non un paio di occhiali da sole ma 5 paia, e un adeguato numero di foulard ed accessori da abbinare, non un cellulare ma almeno due e così via all’infinito.

Non è questo il luogo per approfondire l’argomento dal punto di  vista psicologico indagando quando ad acquisti intensivi/estensivi  finisca per corrispondere una personalità multipla o come, lo shopping nasconda comportamenti regressivi e ossessivo compulsivi. Limitiamoci a dare per acquisito il contenuto esperienziale del consumo che nell’abbigliamento trova una delle forme di concretizzazione più compiuta, consentendo proprio grazie al gioco del look mutevole, la spettacolarizzazione della propria trama esistenziale che si sovrappone ormai alla definizione della propria identità. Restiamo quindi  nel campo dell’economia.

La moda è  uno dei luoghi d’eccellenza in cui si concretizza una delle teorie basilari dell’economia classica,  sintetizzabile con l’espressione “il consumatore non è mai sazio” o per dirla in modo più compiuto “a parità di altre condizioni una quantità maggiore di un bene è sempre preferita a una minore.” 

Un assunto che è stato alla base di un modello economico basato sulla sovraproduzione di beni e  sulla costante dilatazione del mercato e sulla ricerca/invenzione di nuovi target a cui proporre quei beni. Lo conferma l’impegno con cui esportiamo non solo il nostro modello di produzione delocalizzando impianti di produzioni in aree non industrializzate ma anche il nostro modello di consumo fino a conquistare culture diverse e apparentemente impenetrabili[3].

Un principio pericoloso che presuppone due condizioni ideali:

  • l’esistenza di una dote inesauribile di risorse naturali (materie prime ed energia),
  • l’infinita auto capacità dell’ambiente di metabolizzare gli scarti.

Un principio che la biologia, prima ancora dell’economia e dell’etica, ha messo da tempo in discussione.

 I limiti biologici allo shopping

In natura gli organismi non puntano a disporre di quantità massime di un dato bene ma sono orientare  ad assicurarsi situazioni di equilibrio. Del resto troppo poco ossigeno comporta rischio di asfissia ma troppo può provocare combustione e gli episodi di sovralimentazione di cui soffrono i nostri animali domestici non si verificherebbero certo allo stato brado. Come  si sia verificata questa spaccatura nel comportamento umano tra livelli equilibrati di soddisfazione dei bisogni e iperconsumo è un fatto storico e culturale che ha coinciso con l’introduzione del desiderio quale principale motore delle dinamiche economiche[4].

Gli esempi, al riguardo, sono infiniti. Mi limiterò a citarne uno, tornato d’attualità nei dibattiti economici successivi alla crisi finanziaria degli ultimi mesi: il mercato dei tulipani in Olanda nel XVII^ secolo. Com’è noto le quotazioni dei bulbi dei tulipani, oggetti di moda e veri status symbol in quell’epoca, avevano raggiunto  livelli tali da favorire speculazioni inverosimili finchè il crollo dei prezzi non trascinò molti investitori alla rovina. Tutto per un delizioso e precario oggetto di desiderio come un fiore il cui ciclo di vita è misurabile in giorni. Un episodio che lede molto l’immagine dell’economia come ambito di razionalità e mette in dubbio le capacità auto regolative del mercato che appare infatti fortemente condizionabile da fattori ad alto livello di emotività quali le bolle finanziarie di cui tanto si parla oggi.

Ne consegue che il rapporto con gli oggetti, quando esula dal soddisfacimento di bisogni concreti (ma già il definire cosa siano i bisogni concreti è argomento  assai complicato) per entrare nel campo del loro significato simbolico/emozionale non sempre è razionale. Il teologo e psicoterapeuta Eugene Drewermann lo interpreta come tentativo di gestire l’angoscia provocata dalla paura della morte e dalla rottura dell’alleanza con Dio. Compriamo per compensare  carenze più profonde, affidando agli oggetti la funzione di assicurarci un livello di benessere che dovrebbe essere dato dalle relazioni e dall’affettività: una valutazione  su cui molti studiosi concordano.

E se l’alleanza tra umani e tra questi e il divino forse non funziona più tanto bene, l’alleanza tra soggetti desideranti e soggetti produttivi funzionerebbe benissimo (come testimonia il proliferare dei  centri commerciali nelle periferie delle città) se non ci fosse la natura a rovinare l’idea che l’incremento di beni prodotti possa espandersi infinitamente e felicemente.

Già, la natura.

A quanto pare l’assunto economico secondo cui la domanda stimola la produzione e quest’ultima fornisce il reddito necessario ad alimentare nuova domanda in un processo in grado di riprodursi all’infinito, richiede di essere sostituito con una rappresentazione  evolutiva  in cui il processo economico risulta radicato nell’ambiente biofisico che lo sostiene e deve farci i conti.

Lo confermano alcuni dati essenziali: secondo il  Living Planet Report del 2006 lo spazio bioproduttivo consumato pro-capite dalla popolazione mondiale è in media di 2,2 ettari quando, in una civiltà  sostenibile dovrebbe essere limitato a 1,8 ettari. In altre parole  l’umanità consumava nel 2005 già il 30% in più della capacità di rigenerazione della Biosfera e già in base a questi dati  il pianeta avrebbe dovuto essere più grande del 25%. Difficile credere  che in questi 4 anni le cose siano migliorate.  Nel frattempo aumenta  la popolazione mondiale e una larga fascia di questa è sotto la soglia di povertà, tanto che  secondo i dati prodotti dalla Banca Mondiale nel 2008 , nel 2005 1 miliardo e 400 milioni di persone vivevano in stato di povertà  (cioè con 1,25 dollari al giorno) e  un ulteriore  miliardo e 200 milioni tiravano avanti con meno di 2 dollari al giorno.

Dobbiamo prendere atto che il mondo si sta facendo stretto e che i suoi abitanti ne stanno sfruttando le risorse a spese delle popolazioni  più povere oggi e di quelle che verranno domani. E dobbiamo tenere a mente che ogni processo economico comporta un costo in termini di materia/energia deteriorata come insegnano i principi della termodinamica e, cosa davvero critica, che  il processo è irreversibile.

L’industria della moda e il paradosso dell’incremento consumo-produzione

Abbiamo già dichiarato che la moda si presenta sul banco degli imputati come colpevole di scarsa sensibilità ecologica dal momento che il ciclo di vita dei suoi prodotti è programmato per essere brevissimo. Il fatto che alimenti desideri frivoli (quando non eticamente discutibili quali il “voler apparire”) anziché bisogni moralmente inattaccabili come il curare malattie o favorire la crescita culturale della popolazione, ne peggiora la posizione. Ma si può pensare di vivere senza la moda? No, viene facile rispondere, e non perché l’industria della moda dà lavoro solo in Italia a 500.000 addetti (senza l’indotto e il terziario di settore) e a milioni di persone nel mondo confermando il motto di Voltaire “il superfluo, cosa estremamente necessaria” ma per la dignità culturale e comunicazionale che la moda si è conquistata sconfinando addirittura nell’arte, come sottolineano i musei sul tema e l’immensa letteratura che ha saputo stimolare. Insomma,  la moda è qualcosa di più di un passatempo per signorine.

Ma se non possiamo/vogliamo sbarazzarci della moda proviamo a gestirla, ad esempio riconoscendola come fenomeno  agro-industriale a forte impatto ambiente. Un’operazione che consente di individuare tutti i fattori che partecipano al processo di costruzione ed utilizzo di un prodotto e, nel contempo,  al depauperamento ambientale. Ed un’operazione necessaria ad individuare le soluzioni possibili.

 Fibre e Life Cycle del prodotto di moda

   Impossibile analizzare tutti i fattori che concorrono a delineare il ciclo di vita di un prodotto tessile, almeno in questa sede.

A titolo esemplificativo ci limiteremo alle materie prime e ad alcune delle problematiche che le contraddistinguono.

Come noto i prodotti tessili sono realizzati mediante uso di  fibre naturali (vegetali ed animali) e man made (sintetiche e artificiali), grazie alle quali è possibile, mediante specifici processi tecnologici, ottenere fili e i filati necessari alla produzione delle superfici tessili e quindi dei capi finiti.

Il senso comune tende ad attribuire giudizi sommari: le fibre naturali, per definizione, sono più ecologiche delle fibre chimiche a base di petrolio, e più sane e confortevoli a contatto con la pelle di queste ultime[5]. La realtà è assai più complessa tanto da rendere difficile dividere e contrapporre in buone e cattive, pure e inquinanti le fibre e le produzioni tessili. Perché, come dicevamo, la produzione impatta sempre sull’ambiente, lo sanno bene gli allevatori di pecore e i produttori di lana che di natura certo se ne intendono. Si tratta piuttosto di ridurre quest’impatto e rendere “tutto il tessile” più sostenibile.

Il partito delle fibre naturali, in un ipotetico confronto con le man made avrebbe dalla sua argomenti potenti, a partire dalla rinnovabilità delle colture e della tosa fino  alla biodegradabilità dei prodotti finali e degli scarti di produzione. Sappiamo però che il cotone, la fibra naturale più diffusa, necessità di ingenti quantitativi di acqua per crescere[6]e di diserbanti, concimi e pesticidi, sostanze che sulle distese di oro bianco americano vengono distribuite a pioggia da aeroplani appositamente attrezzati. Uno scenario da Apocalypse Now che insieme a vicende drammatiche come quella del Lago Aral[7]ha spinto i produttori più sensibili a realizzare coltivazioni organiche (cioè in terreni vergini non alterati dall’ uso di sostanze chimiche) proponendo quindi al consumatore finale un prodotto realizzato “a impatto 0”, almeno fino ai cancelli degli stabilimenti. Il cotone organico o bio rappresenta una fantastica soluzione  se non fosse che, come sa bene chiunque coltivi rose nel giardino di casa, la natura non sempre collabora e tende a vanificare gli sforzi dei contadini. Diciamo che la produzione organica necessita di condizioni ambientali ideali e talmente rare da ridurre la quantità della fibra in circolazione a poco più dell’1 % secondo le stime più ottimiste. Se a questo si aggiunge che il cotone bio ovviamente costa di più al consumatore  senza offrire prestazioni qualitativa aggiuntive al prodotto, si comprende perché non sempre il mercato premi questo sforzo.

Cotone organico puro da una parte e cotone OGM[8]dall’altra: approcci diversi ma che puntano allo stesso obiettivo di garantir la  produzione della fibra riducendo l’utilizzo di sostanze inquinante. Il cotone OGM rappresenta oltre il 50% del cotone in circolazione[9], si tratta di una tecnologia che offre potenzialità enormi ma trattandosi di una innovazione recente deve essere seguita e studiata con grande attenzione. Come dire: non demonizziamola  ma nemmeno pigliamola troppo sotto gamba.

Tra l’approccio iper naturalista e quello iper tecnologico c’è poi una via di mezzo, sposata talvolta per fare di necessità virtù dalle comunità povere del mondo che non avendo soldi per assoldare l’aviazione, coltivano in cotone dosando la chimica in modo mirato, pianta a pianta. Una soluzione che in realtà si avvale di una condizione sociale particolarmente vantaggiosa e discutibile: il basso costo del lavoro e l’utilizzo del lavoro minorile.

Insomma più si approfondisce il tema più nascono dubbi ed insieme la consapevolezza che l’equilibrio materia-natura-consumi vada trovato analizzando i pro e contro di tutti gli attori in scena.

In questa logica ha poco senso demonizzare ad esempio le fibre chimiche: con 40 milioni di tonnellate annue coprono fabbisogni tessili[10]che certo non potrebbero essere coperti dalle fibre naturali che hanno bisogno di spazio (67 ettari di terreno per una tonnellata di lana), spazio evidentemente sottratto ai bisogni alimentari o ad altri utilizzi vitali. Il problema è semmai quello di incentivare tutte le possibilità offerte dalla tecnologia del riciclo dei materiali che nel caso del poliestere può essere potenzialmente riciclato un numero infinito di volte.

Come dicevamo l’ecologia è scienza difficile, coinvolge molti fattori e valutazioni complesse. Per questo non può essere affrontata in termini di slogan ma  mediante una nuova alleanza tra scienza, politica dello sviluppo, economia e filosofia. Perché decidere come sarà il mondo che lasceremo ai nostri nipoti richiede una visione d’insieme e molto buon senso, e cha altro è mai la filosofia?

 

In tutto questo scenario come si collocano i consumatori?

 In realtà la sensibilità ecologica  ed etica di cui tanto si parla oggi pare essere più spinta dal sistema produttivo stesso che dai consumatori o dall’opinione pubblica, quantomeno in Italia. Si moltiplicano i messaggi promozionali orientati all’eco e all’impegno etico, crescono le imprese che certificano la propria filiera, le fiere che valorizzano i tessili  sostenibili. Ma si tratta  di un processo che sembra avere  la stessa verticalità della moda, dall’alto al basso, lanciata da stilisti ed aziende  capaci di fare tendenza. Che l’ecologia e la responsabilità sociale siano solo manifestazioni accidentali del fashion system? 

Che l’industria tessile e della moda sia alla ricerca di una nuova modalità di relazione con il mercato è evidente, e non solo per l’instabilità dei comportamenti dei consumatori presso i quali è sempre più difficile legittimarsi, distinguersi, rendersi riconoscibili, ma anche per la necessità di fare di necessità virtù. I costi di produzione in Italia e in Europa sono anche il risultato di politiche di responsabilità sociale ed ambientale imposte alle aziende da legislazioni e normative: perchè non farne quindi uno strumento di marketing? La strategia del Made in Italy può certamente essere letta (anche) in questo senso.

Eppure è importante che i consumatori partecipino a pieno titolo al processo di definizione di un nuovo modello di consumo e quindi di sviluppo, vi  portino capacità di discernimento (dei beni, della loro geo- storia, del loro significato culturale), ma anche desideri ed emozione. Riconoscere ai prodotti la loro identità che è fatta di ambienti geografici e produttivi, di natura, di tecnologia, di design, di scienza e di altro ancora che si esprime  lungo tutte le fasi della catena del valore, è il  punto di partenza su cui rimodellare una teoria del consumo ecologicamente credibile.

Articolo pubblicato su Geotema n. 35-36  2010

 



[1]Stefano Cavazza, Dimensioni di massa. Individui, folle, consumi 1830-1945

[2]Giovanni Siri La psiche del consumo, Franco Angeli, 2005

[3]E’ emblematico il consenso che la moda e i costumi di vita occidentali hanno ottenuti in Cina nel giro di pochi anni,  specie se si pensa al rigore del modello ugualitario ed impersonale imposto  dal Maoismo per decenni.

[4]Sul tema si veda, tra gli altri, il contributo di Werner Sombart “Dal lusso al capitalismo” Armando Editore

[5]Un tempo forse era così ma contraddirebbe questa affermazione l’ampio uso di fibre chimiche nell’abbigliamento performante e sportivo dove il confort è uno dei fattori di competitività e quindi condizione irrinunciabile

[6]Circa 4.000 mcubi di acqua per una tonnellata di cotone

[7]Lago di origine oceanica, situato alla frontiera tra l'Uzbekistane il Kazakistan. Le sue acque, utilizzate per la produzione del cotone, sono oggi ridotte di circa il 75%

[8]Attraverso l’inserimento nel cotone di spezzoni di DNA di altra provenienza, si ottengono piante dotate di nuove caratteristiche quali  la capacità di resistere all’azione di un erbicida, il che permette una grande riduzione  del numero dei trattamenti richiesti durante la crescita. Il cotone BT incorpora un gene ricavato da un batterio che produce una tossina efficace contro l’attacco dei  principali insetti parassita

[9]Dati ICAC (International Cotton Advisory Committee) relativi al 2008

[10]Di questa quantità solo in parte è riconducibile all’abbigliamento essendo destinata all’automotive, all’industria, all’edilizia, all’arredamento e al geotessile

 

 

  • - la gestione dei prodotti a fine vita: durata del prodotto, possibilità di riciclo, tempi di degradazione naturale.


  
Posted by Aurora Magni on 05/06/2010
Filed under opinioni/interviste

Commenti
By Paola Valvasori on 29/08/2010 15:28
Ciao Aurora,
essendo una ragazza tra i 20 e i 30 anni mi sento chiamanta in causa...
Premesso che questi temi mi interessano molto, vorrei commentare l'articolo,
basandomi su quelle che sono state le mie osservazioni da quando, un pò per caso,
sono entrata a far parte di questo mondo tessile.
Da un anno, ho intrapreso assieme alla mia amica d'infanzia, un percorso che si preannuncia lungo e tortuoso,
la cui meta sarà quella di realizzare a mano dei prodotti tessili per l'arredamento.
(preciso che l'arredamento è già il mio lavoro).
Non puntiamo a una produzione industriale ma a pochi prodotti unici...
Inizialmente ci siamo proiettate sulla scelta di filati "bio",non per moda ma per senso di responsabilità sociale.
Questa scelta ha trovato subito difficoltà:
-i prezzi del materiale,
-la scarsa disponibilità,
-la poca chiarezza con cui viene descritto il processo per arrivare ad un prodotto "bio,eco,organic,green...".
A tal proposito, ci sembra che ci siano ancora molte contraddizioni.
Ad esempio :
- perchè far arrivare il cotone organico da molto lontano, contribuendo per questo all'inquinamento?
- sono sostenibili delle fibre naturali che vengono estratte usando processi chimici?...
Così abbiamo lasciato da parte (per ora) questo tipo di filati, e abbiamo puntato sul 100% lana, 100% cotone,
con il cuore in pace per aver scelto almeno delle fibre naturali, e cosapevoli che usando mani e creatività non consumiamo alcuna energia se non la nostra.
E qui arriva il vero scoglio. Di nuovo i prezzi sono scoraggianti.
L'universo femminile che si rivolge alle mercerie, o agli spacci di filati si trova di fronte a dei rincari esagerati.
Un Kg di lana merinos di buona qualità può arrivare a 80 euro/Kg contro i 25 euro/Kg della stessa lana acquistata direttamente dall'azienda.
Stessa cosa vale per il cotone 30 euro/Kg contro i 7 euro/Kg dell'azienda che lo produce.
Comprendiamo che la piccola bottega abbia delle spese da sostenere ma mi chiedo comunque:
Quante donne talentuse vorrebbero prodursi un maglione per se, per la famiglia, e gli amici e ci rinunciano solo perchè...già fatto costa meno!
Quante donne vorrebbero personalizzare il proprio armadio, con abiti che solo loro stesse possiedono?
Quante donne vorrebbero sfoggiare soddisfatte ciò che da sole hanno realizzato, con i colori che piacciono di più, sulla misura del proprio corpo?
Penso che donne così ce ne siano molte, ma tutte siano costrette a pagare fior di quattrini per mantenere quello che è destinato a rimanere un hobby piuttosto caro...
Come sarebbe bello invece che le migliaia di donne disoccupate, facessero del proprio talento un lavoro, magari senza prendere la macchina e lasciare le loro case,
magari senza dover mandare i propri figli al nido perchè guarda un pò nelle pause tra il tagliare e il cucire si riesce a fare la pappa e a cambiare un pannolino.
Sono certa che donne volenterose ce ne sarebbero...Provate a informarvi su quante richieste ci sono per corsi di maglia, taglio e cucito...
Tutto questo forse per il sistema economico generale sarebbe troppo troppo...INSOSTENIBILE!...



By Aurora Magni on 29/08/2010 16:34
Paola, hai senz'altro ragione. Sono anch'io convinta che stia crescendo la tendenza al fai da te tessile anche in Italia (in Inghilterra si fanno già intere fiere dedicate a questa fascia di mercato che a noi sembra ancora marginale..). Quando vedo mia figlia (17enne) vendere e comprare maglie e calzoni usati in internet o accessori fatti da ragazze fantasiose e di talento capisco che sta crescendo un modo nuovo, più originale e libero di vivere la moda. Sui costi dei filati giro la palla a chi ne sa più di me.. un piccolo suggerimento: provare con gruppi di acquisto a rivolgersi direttamente alle aziende che li producono? Sustainability-lab può lanciare un messaggio ai produttori... e stiamo a vedere che cosa succede...



By Paola Valvasori on 29/08/2010 17:21
Noi per fortuna abbiamo già modo di poter comprare i filati direttamente dalle aziende...per questo siamo informate sui prezzi. Non male però l'idea del gruppo di acquisto...anche perchè i minimi di materiale richiesti dalle aziende sono piuttosto alti...



By Daniele Beringheli on 30/08/2010 11:14
Mi inserisco nel dibattito per sottolineare che Paola ha ragione i costi delle materie prime ed i lotti minimi per colore sono spesso insostenibili , bisogna però considerare i seguenti fatti:
-le industrie produttive sono organizzate per servire imprese a loro volta industriali
-per i bagni di tintura piccoli si pagano normalmente sovraprezzi ( anche importanti)
-Le aziende produttrici devo tenere conto del costo degli scarti , avanzi, fine lotto
-l’incidenza del costo di gestione dell’ordine ,l’ imballo ed il trasporto pesa percentualmente molto sui piccoli quantitativi.

L’idea delle centrali di acquisto mi sembra molto buona , vedrei di buon occhio che questa idea possa avere anche un risvolto sociale con la creazione di laboratori presso i quali si possa , non solo prodursi in proprio un capo o un manufatto ma anche seguire dei corsi affinchè non si perda definitivamente la tradizione del “fatto a mano” , dell’aggiustato e del riciclato.
Ricordo che quando ero bambino le nonne cucivano ed aggiustavano tutto , ricordo inoltre come esse smontavano vecchie maglie per riciclare la lana ottenuta e dipanata dai bambini in altri manufatti di nuova vita.




By Paola Valvasori on 30/08/2010 14:48
Ciao Daniele,
ben ritrovato!
Nulla da dire sulle industrie, il punto interrogativo rimane il rincaro a mio avviso esagerato dei negozi.
Ovvero il luogo dove noi donne potremmo fornirci più comodamente.
Per quanto riguarda il riciclo...la moda del "vintage" gioca un pò a favore della sostenibilità.
Peccato che anche in questo caso noi giovani siamo svantaggiati. Non capiamo perchè al mercatino del vintage ci siano prezzi a volte inacessibili!
E' vero, c'è il valore storico e affettivo,ma non è che un pò se ne approfittano? ...
Inoltre non ci si accontenta di vestire un capo usato, noi vogliamo riadattarlo!E allora ecco che bisogna passare attraverso un sarto...e pagarlo!...
Allora facendo due conti si finisce per scegliere quel paio di jeans, e quella maglia "effetto vintage" della nuova collezione di H&m...
Concludo sperando che...il "fatto a mano" torni di moda,e benvenuti i corsi per insegnarci il mestiere!... credo tuttavia che in tutto questo, sia necessario anche il grande contributo dei consumatori...



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