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Valutare l’impronta ambientale dei prodotti moda
Posted by Aurora Magni on 22/05/2014 - 2 commenti - view count: 3212
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Problemino davvero non piccolo se si pensa alla molteplicità di materiali e processi (diretti ed indiretti) identificabili in un capo finito.  Ci ha provato/ci sta provando il Ministero dell’Ambiente che insieme a ITA (Italian Trade Agency, cioè l’ICE) ha presentato ieri 21 maggio, a Milano i primi risultati del programma nazionale.

Il programma coinvolge oltre 200 soggetti tra imprese, comuni e università, è stato avviato nel 2009 e ha come riferimento le direttive europee in materia di tutela dell’ambiente.

La  partecipazione delle aziende, è stato spiegato dai relatori, è stata volontaria, anzi,  solo un terzo delle imprese che hanno chiesto di essere inserite nel programma ha potuto poi effettivamente partecipare allo studio. I prodotti analizzati sono stati 250 e riguardano naturalmente una molteplicità di settori.

Obiettivo del progetto: testare l’efficacia di un modello di calcolo dell’impronta ambientale messo a punto dal gruppo di lavoro e diffonderne i risultati in termini di sostenibilità ambientale ed economica. Tra i partecipanti all’iniziativa per la componente tessile e fashion: Armani, Gucci, Benetton, Geox, Pashmere, Cucinelli, Lanificio Leo, Cruciani, Cariaggi.

 

Carbon footprint e water footprint

I partecipanti hanno accettato di sottoporre alcuni prodotti della loro produzione ad un’analisi del Life Cycle Assessment mediante uno strumento diagnostico in grado di valutare l’impatto del processo di produzione dalla culla alla tomba in termini di 

produzione di C02 (carbon foot print) e di consumi idrici  sviluppato dal Ministero con il supporto di università.

Per quanto riguarda il computo della water foot print il modello,  individua tre tipologie di acque: acqua blu (acque superficiali e sotterranee destinate a scopi agricoli, domestici ed industriali, in altre parole le acque in ingresso, verde (acqua piovana evapo-traspirata nel processo agricolo), grigia, risultante cioè dai processi industriali e civili.

La woter foot print è quindi una misura volumetrica del consumo e dell’inquinamento dell’acqua. Come si legge nel documento distribuito durante l’evento “ non fornisce un’indicazione dell’impatto locale ma della sostenibilità spazio temporale della risorsa  utilizzata per fini antropici”.

Non poteva infine mancare un riferimento al social footprint, indicatore volto a misurare la responsabilità sociale delle imprese il cui controllo della supply chain è stato fortemente chiamato in causa da vicende epocali come le stragi di lavoratori tessili in Bangladesh.

I risultati ottenuti dalla valutazione dei prodotti consente di individuare le azioni di mitigazione dell’impatto ambientale e/o di compensazione senza trascurare la fase della comunicazione.

E’ forse questa la fase più interessante del programma. A fine analisi il prodotto viene dotato di un’etichetta marchiata Ministero dell’ambiente che non solo enfatizza la partecipazione dell’azienda a questa iniziativa ma fornisce informazioni. Mediante smart phon è infatti possibile accedere ai dati contenuti dal QR code relativi alla CO2 prodotta ma anche a materie prime e processi.

Gli esempi sottoposti all’attenzione dei partecipanti sono stati molteplici: dai vantaggi apportati dall’utilizzo di compositi in fibra di carbonio nella Lamborghini al resort Lefay sul Lago di Garda, dalle bottiglie di acqua San Benedetto al formaggio Nonno Nanni.

 

Tornando al tessile

Obiettivo specifico del convegno non a caso intitolato “Green fashion, la moda italiana sceglie l’ambiente” era presentare metodologie e risultati di questo mega progetto agli addetti ai lavori del comparto tessile e della moda partendo da una riflessione che non possiamo che condividere: la sostenibilità fino a ieri considerata un costo oggi è una leva di competitività.

Naturalmente non possiamo che osservare che inserire la storia produttiva di un prodotto tessile per quanto easy come una Tshirt o un braccialetto ricamato  in un macro scenario planetario è certamente un esercizio interessante ma che la complessità di materie prime, elementi costitutivi, processi e flussi produttivi (spesso internazionali) di un articolo di moda sono difficilmente standardizzabili e richiedono un riesame costante di parametri e misure. Ciò si esprime in quella che è forse la madre di tutte le criticità per chi vuole approcciare l’LCA di un articolo tessile: l’assenza di PCR (Product Category Rules) in grado di elaborare le relative dichiarazioni ambientali relative ai vari prodotti  in modo coerente e confrontabile.

Ci fa comunque oltremodo piacere apprendere che Benetton ha ridotto le emissioni grazie a un impianto termico di nuova generazione sui propri impianti produttivi in Tunisia, che i braccialetti di Cruciani si avvalgano dei filati in poliammide 6.10 di Radici Group ottenuti da acido sebacico  ricavato dai semi della pianta dell’olio di ricino o che Armani sta sviluppando collezioni ispirate a logiche di sostenibilità. Sono tutti tasselli di uno sforzo comune che consentirà alla moda e al suo complicato apparato progettuale e produttivo di acquisire nuovi argomenti competitivi.

 


  
Posted by Aurora Magni on 22/05/2014
Filed under fiere/eventi

Commenti
By umberto tunesi on 23/05/2014 07:38
C'è una cosa che mi lascia perplesso: moda rima con consumismo. Per quanto sostenibile possa essere la produzione dei prodotti moda, sarà sempre improntata a consumismo, più o meno controllato. Una mia amica possiede 250 paia di scarpe e continua ad acquistarne; un'altra ha la casa piena di armadi pieni di abiti che lei acquista da 30 anni e continua ad acquistarne. E' un po' come il mondo auto, un modello nuovo ogni anno per pompare le vendite. Mi sta bene che così facendo si mantengano i posti di lavoro - più all'Estero che in Italia - ma è davvero l'unico modo di fare ECONOMIA a tutte lettere maiuscole?

umberto tunesi


By Aurora Magni on 23/05/2014 08:54
Propongo di rimanere sul tema suggerito dal mio post: è possibile fare un'azione di lca e di comparazione tra prodotti e le loro performances ecologiche in un settore in cui elaborare PCR è così complicato?



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