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Abbigliamento spaziale ‘sostenibile’
Pubblicato da Aurora Magni il 10/01/2019 - 0 commenti - visualizzazioni: 646
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La rivista Textile Insight ha pubblicato nel numero di dicembre 2018 un articolo interessante riguardante materiali tessili e vita nello spazio. Ne parliamo perché –come già in passato- la ricerca sui materiali hi-tech sviluppa soluzioni in grado di incidere sulla qualità della vita delle persone normali e soprattutto perché, essendo ormai lo Spazio la seconda enorme pattumiera dopo gli Oceani (la terza, se consideriamo anche il suolo terreste), gli scienziati sono sempre più stimolati a ricercare materiali dalle performance ambientali.

E’ il caso anche dell’abbigliamento –ci informa l’articolo- indossato in un ambiente chiuso di piccole dimensioni come un’astronave in cui il corpo umano si surriscalda più facilmente e in cui l’eccessiva sudorazione può provocare  una dispersione di liquidi tale da compromettere la salute dell’equipaggio. Senza dimenticare il problema del cattivo odore che può  rendere seriamente spiacevole la vita nell’abitacolo. I capi sono infatti indossati per un certo numero di giorni  (una settimana l’intimo, due  le Tshirt) e non essendo possibile fare il bucato, a fine utilizzo devono essere gestiti. Come? Riciclandoli? Smaltendoli nello spazio? Inoltre stiamo parlando di tessuti funzionalizzati con sensori e sistemi elettronici e questo rende più complessa la gestione del ‘fine vita’.

I ricercatori dell’ Università di Rhode Island stanno lavorando a questi problemi senza sottovalutare aspetti come il confort e la piacevolezza dei materiali e dei capi più a contatto con la pelle dell’astronauta. Considerato che la missione su Marte prevista per il 2030 coinvolgerà 4 scienziati in una missione lunga quasi 3 anni, progettare con cura il guardaroba non è cosa da poco. E poiché si tratta di un tempo di navigazione davvero impegnativo i materiali tessili devono essere aggiustabili, autopulenti e riciclabili. Di questo i ricercatori sono convinti. Il 2030 inoltre non è poi così lontano.

L’articolo di Emily Warzer è davvero stimolante e introduce un tema che merita di essere seguito: il rapporto sempre più stretto che caratterizza sostenibilità ed innovazione. Solitamente quando si pensa all’inquinamento del cosmo si pensa a detriti di metallo,pertanto  ai materiali tessili non  era ancora stata prestata particolare attenzione. Al riguardo è bene ricordare che nella low Eart orbit, a circa 1200 miglia dalla Terra viaggiano a velocità estremamente sostenute  oltre  20mila oggetti di dimensione superiore a un pollice e 500mila detriti di piccole dimensioni (ca 1 cm) (fonte: Nasa) e che esplosioni, collisioni tra detriti e caduta di materiali sulla Terra sono fenomeni ‘normali’ e da mettere in conto tanto da indurre le agenzie spaziali a guidare -ove possibile-  le precipitazioni   verso aree non abitate del Pianeta (1). Bene quindi che si studi anche la componente tessile in una logica green.

 A noi il riferimento alla vita sulla navicella spaziale e alla necessità di ottimizzare materiali e risorse riducendo al minimo consumi, emissioni e scarti fa pensare anche a un classico della letteratura della sostenibilità: ‘L’economia dell’astronave terra’ di Kenneth Boulding  - 1966. Un libro interessante che contrappone l’astronauta che per garantire la propria sopravvivenza deve tenere il veicolo spaziale incontaminato e in piena efficienza al mito del cowboy che considerando illimitate le praterie che attraversa le conquista e usurpa come non ci fosse un domani.

(1) Devo queste informazioni ad una ricerca svolta da Simone Di Perna, Marcella Imperio e Matteo Moscaggiuri della LIUC,- Università Cattaneo- facoltà di Ingegneria gestionale.2o anno corso Magistrale.

 

 


  
Pubblicato da Aurora Magni il 10/01/2019
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