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Ali Enterprise: SAI, RINA… e poi? Fuori i nomi!
Pubblicato da Fabio Guenza il 09/10/2012 - 4 commenti - visualizzazioni: 4361
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Tempi duri. Tempi che esigono risposte certe e rapide a problemi altrimenti inestricabili. Che non devono lasciare più spazio al nascondersi dietro a un dito.

A un mese di distanza dal devastante incendio di cui anche noi abbiamo dato notizia (A proposito di moda sostenibile... ) nessuna chiarezza è stata fatta sulle responsabilità che ricadono non solo sui protagonisti di questa assurda vicenda di morte, che rischia di screditare un intero sistema di certificazione e con esso tutte le imprese che vi hanno fatto ricorso per garantire le performance etiche della propria filiera produttiva.

Sulla newsletter di settembre di SAI (l’organismo proprietario di SA8000) la notizia non figura nemmeno… però c’è ampio spazio per un Corporate Member Spotlight su GUCCI: saranno contenti a Scandicci - E a Parigi - di far la parte del diversivo?

A notizia fresca, Social Accountability International sembrava avere reagito correttamente, dando subito spazio sulla propria homepage ad un proprio comunicato in cui tra l’altro si leggeva che l’ente che solo un mese prima dell’incendio aveva rilasciato la certificazione SA8000 alla Ali Enterprise aveva sospeso le sue attività in Pakistan in attesa dell’esito delle proprie indagini interne. 

Tempo pochi giorni però e già si capiva che l’operazione trasparenza era destinata a fermarsi qui. Che il RINA/Registro Italiano Navale Group - sì, in questo Paese non ci facciamo mancare nulla; chissà perché questa cosa non è capitata ai Teutonici Überalles Verificatori o ai Danesi Norvegesi Virtuosi (i nomi naturalmente sono di fantasia)… ma questa è un’altra storia, come si suol dire - sarebbe stato l’unico nome noto di questa faccenda. Che non avremmo saputo i nomi dei buyer di Ali Enterprise.

Eppure, ormai è pacifico che il committente è corresponsabile delle azioni dei propri fornitori (vedi ad esempio le LG OCSE per le multinazionali, con l’ampio spazio dedicato alla due diligence dei rischi nella supply chain e all'importanza della condivisione con le ONG). Ma, come spiega il comunicato del SAI del 20 settembre:

“5. What companies were sourcing apparel from the Ali Enterprises factory?
The identity of buyers is not required in an SA8000 audit nor is disclosing it an element of the SA8000 standard.  From time to time we understand that factories will offer this type of information voluntarily for reasons of their own, but we do not require auditors to verify independently information thus offered, and such information does not enter into decisions regarding certifications.  Unlike some systems, SA8000 certifications are granted on a facility by facility basis, not on the basis of brand supply chains or retail merchandisers.  We are now giving strong consideration to requiring information on buyers as part of the certification process.
SAI has asked all the members of its Corporate Programs whether they source products from the Ali Enterprises factory in Karachi.  To date, there is no evidence that they do.”

Il fatto che per SA8000 il nome dei buyer non sia una discriminante per il rilascio dei certificati può essere ragionevole, ma non è una ragione per impedire tutti gli stakeholder di sapere chi è corresponsabile di certi eventi. Perché non è pensabile che la gestione responsabile della propria filiera possa ridursi alla richiesta di una certificazione SA8000. E se queste sono le regole interne di SAI, bene, questa forse è l’occasione per cambiarle. Perché parafrasando Don Milani, l’obbedienza non è ormai più una virtù, e una responsabilità ridotta a millesimi non toglie il sonno all'uomo d'oggi.


  
Pubblicato da Fabio Guenza il 09/10/2012
Archiviato sotto fatti/attualità

Commenti
Da Simone Ricotta il 10/10/2012 09.02
Ciao Fabio, la questione dell'incidente ad Ali Enterprise scatena un bel pò di riflessioni...spero che portino ad un miglioramento significativo dei sistemi di verifica e certificazione. Per quanto riguarda i buyers della Ali Enterprise, segnalo che la Clean Clothes Campaign ne ha trovato almeno uno, la KIK (http://www.kik-textilien.com/), che distribuisce in 3.200 punti vendita in otto Paesi europei (Germania, Austria ed Est europeo, non in Italia, a quanto vedo). E gli altri buyers? Chi sono? Fuori i nomi, please, e le responsabilità. Qualche Punto di Contatto Nazionale, previsti dalle Linee Guida OCSE, sta facendo qualcosa? A cosa servono i Punti di Contatto, altrimenti? E i Principi Guida dell'ONU su imprese e diritti umani? Proteggere, rispettare, rimediare. C'è qualcuno che sta rimediando? Simone



Da Simone Ricotta il 10/10/2012 14.15
Ecco ulteriori aggiornamenti sulla vicenda della Ali Enterprise da parte della Campagna Abiti Puliti (Clean Clothes Campaign):
http://www.abitipuliti.org/index.php?option=com_content&view=article&id=359%3Ala-catastrofe-certificata&catid=19%3Aistituzioni




Da Fabio Guenza il 15/10/2012 21.18
Purtroppo se non si conoscono i nomi dei fornitori non è possibile richiedere l'intervento del PCN. La domanda di Simone trova sponda nel comunicato della Campagna Abiti Puliti, di cui riporto la parte che ritengo più interessante. Alla luce del principio della fair competition, non dovrebbero vigere segreti sulla catena di fornitura, specie in casi come quello in questione.
"La Clean Clothes Campaign (CCC), il Worker Rights Consortium (WRC), il Maquila Solidarity Network (MSN) e l’International Labor Rights Forum (ILRF) hanno invitato tutti i buyers della fabbrica Ali Enterprises a farsi avanti e a garantire che le vittime del rogo siano pienamente ricompensate, che ai lavoratori vengano pagati i loro stipendi in questo periodo di chiusura della fabbrica, e che misure credibili vengano messe in campo per prevenire che una simile tragedia accada di nuovo. Finora, l'unica azienda che ha ammesso di rifornirsi dalla fabbrica, la KiK, lo ha fatto solo a fronte di prove pubbliche a testimonianza della relazione commerciale con l’azienda pakistana. Nessuno degli altri acquirenti è stato ancora identificato."



Da Fabio Guenza il 17/02/2013 18.09
E' passata abbastanza sotto silenzio la notizia che la Kik ha patteggiato in Pakistan per la propria responsabilità nella vicenda. Un milione di euro per iniziare. La notizia su http://www.abitipuliti.org/index.php?option=com_content&view=article&id=366%3Auna-prima-vittoria-ma-ora-andiamo-avanti&catid=106%3Acaso-ali-enteprises-pakistan&Itemid=31



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