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Alla fiera del “Fai la cosa giusta”
Pubblicato da Lodovico Jucker il 25/03/2011 - 1 commento - visualizzazioni: 2377
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Dovrei pensare che il tempo si sia fermato perché nonostante io sia mancato nelle precedenti due edizioni, questa del 2011- che si tiene a Milano in questi giorni -  ha ben poco di nuovo rispetto alle prime volte: è una piacevole kermesse popolare intorno agli stand che mescolano una miscellanea di prodotti “alternativi” che mi sembra ormai di conoscere a memoria. Naturalmente parlo dei prodotti,  non dell’offerta dei servizi che invece presentano in molti casi un contenuto di novità davvero interessante (un caso soltanto: la Peugeot e il suo servizio di mobilità urbana con il quale si possono noleggiare in città tutti i tipi di mezzi solo elettrici, dalla bici al furgone) .

Fra i banchi di vendita gli articoli di vestiario la fanno da padrone, insieme agli alimentari. Ma gli elementi distintivi con cui i produttori vogliono smarcarsi dal prodotto “industriale”, restano spesso velleitari, ambigui e in definitiva poco significativi. Bisogna far grazia al carattere artigianale di molti espositori, se molte etichette sono piene di strafalcioni (la fibra di “bambù”come fibra “naturale” riscuote sempre un certo successo…).  Il cotone “bio” sembra il materiale più usato, e qualcuno addirittura lo presenta “bio” al quadrato, chiamandolo “biologico e organico” in una volta sola.

Rispetto al passato, si accentua un certo interesse a qualificare gli articoli  per la “filiera corta”, o “a chilometro zero”, da cui provengono, sebbene non sia sempre chiaro da dove si conti la distanza. Restano – inconcussi e granitici -  molti dei luoghi comuni tradizionali: la chimica quale fonte di ogni pericolo o di ogni male; la “ecosostenibilità”, qualità magica che può esser attribuita pèr fede senza bisogno di dimostrarla. A volte sembra sufficiente che un  tessuto sia  greggio per dire di avere realizzato un prodotto “eco”, perché in questo modo si può dire di avere rinunciato a tutte le  “novemila” sostanze chimiche che, secondo qualcuno, sono presenti su un manufatto tessile tradizionale.

D’intorno, per altro, un pubblico giovane, curioso e attento alle proposte, che fa ben sperare nel “greening”, più che nel “greenwashing”, di questo tipo di articoli di consumo.

 

     


  
Pubblicato da Lodovico Jucker il 25/03/2011
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Commenti
Da Angela Cesaroni il 30/03/2011 13.12
Da neofita del settore non posso che condivire alcune critiche da lei mosse e ringraziarla per le sue osservazioni che ci aiutano a guardare con maggior spirito critico queste nobili iniziative. Di fronte alla numerosità di certificazioni e "etichette green" il rischio è di perdersi e finire per considerare valida ogni tipo di proposta (o di rigettarle), senza realmente saperne il perchè.
Ciò che in fiera ho potuto vedere con i miei è una difficoltà a discostarsi da un mercato di nicchia e da un pubblico troppo settoriale. Manca quindi forse una strategia forte e capace di fornire un'identità distinguibile. Da professionista, lei pensa che sia possibile dare un carattere maggiormente unitario e quindi riconoscibile al settore della moda sostenibile, magari proponendo una certificazione più chiara e semplificata? (penso ad esempio a slow food)
grazie



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