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Autarchia, austerità, autoproduzione
Pubblicato da Aurora Magni il 26/04/2014 - 0 commenti - visualizzazioni: 4263
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In altre parole:  Il design oltre la crisi. E’ questo il titolo della bella mostra allestita  in Triennale e firmata da Beppe Finessi  visibile fino a febbraio 2015.  L’idea alla base è che nelle fasi di crisi si sviluppi una capacità creativa maggiore rispetto ai periodi di abbondanza e di benessere e che proprio la povertà di mezzi e la difficoltà a reperire i materiali solitamente utilizzati stimolino  idee e soluzioni inusuali quindi del tutto originali. A dimostrare l’attendibilità di questa dichiarazione 650 opere di autori autorevoli tra cui  nomi del calibro di Fortunato Depero, Bice Lazzari, Fausto Melotti, Carlo

 Mollino, Franco Albini, Gio Ponti, Antonia Campi, Renata Bonfanti, Salvatore Ferragamo, Piero Fornasetti, Bruno Munari, Alessandro Mendini, rieNucleo, Lorenzo Damiani, Paolo Ulian, Massimiliano Adami.

Il racconto parte, e non poteva che essere così, dagli anni 30 e  dall’autarchia.  I prodotti esposti –ma anche l’ iconografia che li descrive, narrano di materiali poveri ma straordinari (il sughero delle scarpe di Ferragamo, il Lanital, il cuoio italiano, le superfici legnose fatte con scarti di segheria), delle sperimentazioni stilistiche del futurismo, di retorica fascista. Poi ci si ritrova negli anni 70 a fare i conti con la crisi petrolifera ma anche con la contestazione. Il design dell’epoca è ricerca di stile che mette insieme il rifiuto dei modelli di consumo suggeriti da Carosello e dei canoni estetici tradizionali, indaga nuove funzionalità e linguaggi di altre culture.

Due punti di vista diametralmente divergenti (i confini chiusi del modello autarchico dell’epoca fascista da un lato,  la contaminazione etnica, la cultura pop e l’arte povera degli anni 70)  ma che hanno in comune la volontà di autoproduzione.  Fino agli scenari attuali e all’eco design che sceglie il riuso e il riciclo per elaborare nuove dimensioni estetiche.

Una mostra interessante, affatto noiosa che privilegia l’estetica del linguaggio espressivo all’indagine sui materiali e questo è un po’ un peccato ma ci regala comunque il desiderio di approfondire. 


  
Pubblicato da Aurora Magni il 26/04/2014
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