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Concia e sostenibilità. Il rapporto UNIC 2014
Pubblicato da Aurora Magni il 20/08/2014 - 0 commenti - visualizzazioni: 3748
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L’Unione Nazionale Industria Conciaria ha recentemente pubblicato il rapporto annuale sull’impatto ambientale e sull’impegno sociale delle imprese del comparto dando la giusta rilevanza ai progressi conseguiti nell’ambito della sostenibilità dagli associati.

Innanzi tutto ecco qualche dato per fotografare il settore italiano della concia che per valore realizzato  rappresenta il 66% dell’industria europea e il 17% di quella mondiale. E’ un settore formato  in prevalenza da piccole e media imprese il cui numero,  1.269 unità, è in leggero arretramento sul 2012 (-0,8%) e che  impiega circa  18mila addetti, in crescita sul 2012 (+1,6% ). Importanti i volumi  prodotti, pari a 129 milioni di mq e a 34 mila tonnellate di cuoio da suola, per un valore complessivo di oltre 5,25 miliardi di euro. Il quadro è  quindi  positivo: l’incremento complessivo in euro è stato infatti del 9% malgrado i continui aumenti dei prezzi della materia prima (in media +25% circa). Un risultato a cui ha contribuito il buon andamento dei mercati internazionali (export +8,6%) e del mercato interno (in rialzo del 10%).

L’industria della concia è una realtà costruita ancora fortemente in aree distrettuali. Il più importante polo conciario per produzione e numero di addetti si trova in Veneto, nella valle del Chiampo, in provincia di Vicenza (Arzignano) mentre il distretto che raggruppa il maggior numero di aziende è in Toscana, nella zona di S. Croce sull’Arno, Ponte ad Egola e Fucecchio (province di Pisa e Firenze). A seguire si segnalano la zona di Solofra in Campania e le aree lombarde di Robecchetto e Turbigo nel milanese.

Un’industria ecofriendly?

L’industria della concia ha dovuto negli anni lottare duramente per ridimensionare gli effetti delle sue lavorazioni sull’ambiente (alti consumi di acqua ed impiego di sostanze chimiche spesso tossiche, pesanti le emissioni) e per costruirsi una reputazione  di sostenibilità. Il rapporto annuale UNIC è quindi un documento particolarmente interessante perché documenta gli sforzi intrapresi da questo comparto per produrre di più, meglio e in condizioni di minor impatto ambientale.  Come  si legge nel report “i risultati ottenuti per minimizzare gli impatti sul territorio e la collettività sono il risultato dell’impegno e della determinazione della singola azienda e del collettivo, sia in termini di capacità professionale e gestionale, che di risorse economiche investite, come dimostra l’incidenza dei costi ambientali sul valore della produzione aumentata esponenzialmente negli anni fino al 2012. Nel 2013 l’incidenza dei costi ambientali mostra un’inversione di tendenza e si attesta sul 4%” . In questa voce  la gestione delle acque rappresenta il 66,8%, mentre la depurazione dei reflui e i costi per la gestione dei rifiuti coprono quasi un quinto delle spese totali. In crescita l’incidenza dei costi correlati alle certificazioni ambientali ed agli investimenti in ricerca e sviluppo (11,3%). Questo ha permesso di ottenere risultati importanti per quanto riguarda i trend  dei  principali fattori ambientali. Il consumo di acqua per unità di prodotto è diminuito del 21,1% (confronto 2002-2013) e si registra un consumo idrico medio per metro quadro di pelle prodotta pari a 107,33 l/m2 , in ulteriore, seppur lieve diminuzione rispetto al 2012.

I consumi di sostanze chimiche di processo sono diminuiti del 40% (2004-2013) mentre i consumi energetici sono scesi del 23,8% (2003-2013). Il consumo energetico medio nel 2013, in diminuzione rispetto al 2012, è stato pari a 1,22 TEP per 1000 metri quadri di pelle ma superava i 2,4 TEP nel decennio precedente.

Il problema dei rifiuti

Una  dichiarazione degli estensori del rapporto  merita di essere sottolineata: Nel 99% dei casi, la pelle grezza è un co-prodotto dell’industria alimentare che, anziché essere smaltito come rifiuto, è valorizzato e trasformato dall’industria manifatturiera in un prodotto durevole e di valore.”

In altre parole i conciatori ci tengono ad evidenziare come la nobilitazione di uno scarto in un prodotto commercializzabile sia di per sé un approccio che attribuisce valore di  sostenibilità alla filiera.

Il tema dei rifiuti è molto sentito ed analizzato con particolare attenzione perché “solo una parte (circa il 30% in peso) delle pelli grezze in ingresso in conceria è trasformato in prodotto finito. La restante quota di materiale organico viene scartato durante il processo, generando residui che, caratterizzati da una diversa natura a seconda della fase del ciclo da cui provengono, hanno differenti destinazioni finali e possono essere impiegati come materie per la produzione di mangimi per animali, fertilizzanti, ammendanti, compost, biogas, gelatine ed altro. La raccolta differenziata, che si attesta sul 90%, permette di preservare le caratteristiche tecniche dei diversi materiali e rendere gli stessi utilizzabili inprocessi di recupero, ad opera di aziende specializzate che nel 2013 hanno trattato circa il 70% degli scarti prodotti. Nel 2013 sono stati prodotti, mediamente, 1,70 kg di rifiuti per m2”.

 

Ed ecco per quanto riguarda la pericolosità degli scarti.

“La quota di rifiuti pericolosi è pari al 3% del totale. Tra i rifiuti pericolosi tipici delle lavorazioni conciarie sono ricompresi i solventi, prodotti chimici di scarto, gli imballaggi in vari materiali contaminati da miscele/sostanze classificate come pericolose, gli oli lubrificanti, i materiali filtranti contaminati da solventi. I costi aziendali per la gestione dei rifiuti hanno rappresentato nel 2013 il 18% dei costi ambientali totali, di cui il conferimento a centri specializzati per il recupero o smaltimento copre circa il 94%”.

Il problema della presenza di sostanze pericolose nelle acque a fine processo è giustamente sottolineato: “Le analisi dell’efficienza di depurazione sono svolte sui principali parametri che caratterizzano i reflui conciari: Solidi Sospesi, COD, azoto totale,Cromo III. Poiché cloruri e solfati non possono essere rimossi efficacemente dai trattamenti di depurazione, sono stati attuati interventi a monte, attraverso tecnologie mirate, semplici ed economicamente sostenibili per ridurne la presenza nei reflui conciari. Per la riduzione dei cloruri, in particolare il sale è rimosso per azione meccanica (sbattitura) e ne è stato ridotto l’impiego nelle lavorazioni. Per i solfati, ne è stato razionalizzato l’impiego nelle fasi più critiche del processo, migliorandone contemporaneamente la resa.”

 

Il testo integrale del rapporto è consultabile sul sito http://www.unic.it/it/


  
Pubblicato da Aurora Magni il 20/08/2014
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