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Cresce la domanda di articoli di lusso in Russia, Cina, Emirati arabi, Arabia Saudita e Kazakistan
Pubblicato da Redazione Blumine il 02/08/2010 - 0 commenti - visualizzazioni: 3968
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Nel 2015 ci saranno 123 milioni di ricchi in più al mondo rispetto al 2009. Un terzo di questi sarà in Cina.

E’ quanto sostiene lo studio “Esportare la dolce vita” realizzato da Prometeia, Confindustria e Sace nell’aprile 2010. L’indagine riguarda in particolare i  mercati emergenti, le aree in cui è possibile identificare nuovi consumatori interessati a prodotti made in Italy ed in grado di pagarseli.

I ricercatori ritengono che le importazioni di beni di lusso accessibile  in queste zone del mondo saliranno nel 2015 a 113 miliardi di Euro contro i 77 miliardi nel 2009, con una crescita  a parità di valore della moneta del 46%. I paesi più dinamici saranno India e Vietnam con una crescita di importazioni intorno al 70% in 6 anni. In questo scenario roseo la quota del made in Italy ( abbigliamento e accessori) potrebbe salire nel 2015 a 54  miliardi di euro, 17 in più sul 2009 mentre per il segmento lusso delle calzature si profila un incremento fino a 12 miliardi di euro. Molto positivo anche il trend dell’arredamento destinato a crescere (malgrado le difficoltà logistiche ed i costi del trasporto di beni di grandi dimensioni) fino a 27 miliardi di euro.

I nuovi consumatori sono prevalentemente giovani con un’importante presenza femminile, abituati a navigare in rete e, si legge nel rapporto, “sensibili alle tematiche ambientali ed  orientati verso prodotti eco sostenibili. Saranno sempre più disposti a spendere per efficienza energetica ed alimentazione sana.” Inoltre i nuovi consumatori del lusso accessibile“danno importanza al marchio come status symbol ma il loro grado di fidelizzazione è basso perché sono costantemente alla ricerca di novità”. La crescita di ruolo professionale delle donne ha trascinato una domanda di prodotti distintivi cosa che non avviene nelle società in cui prevale la figura del business man. Si tratta di donne colte e informate, più sensibili a tematiche ecologiste della generazione precedente e con crescente potere d’acquisto.

C’è però un problema: “l’Italia manca di retailer nazionali che fungano da vetrina nei nuovi mercati (come fa ad esempio Carrefour in Italia per i prodotti francesi)”. Si tratta, dice il rapporto , di prepararci a percorrere la via della seta a ritroso non alla ricerca di materie prime ma con prodotti finiti in grado di soddisfare le nuove aree di consumo e di darci strategie commerciali adeguate allo specifico paese di sbocco.

Questo per quanto riguarda le potenzialità, il rapporto non minimizza però i rischi: per le PMI italiane può essere difficile muoversi in mercati non facili come quelli citati. Una difficoltà legata alla distanza, alle barriere linguistiche ed aggravata dalle politiche protezionistiche introdotte in molti stati come risposta alla crisi. Fattori  che  rappresentano un deterrente all’attività di esportazione.

E’ poi necessario, suggerisce il rapporto, studiare con cura i modelli distributivi dei mercati emergenti spesso ancora legati a forme tradizionali (piccolo negozio generico, bazar) e tenere presente che la grande distribuzione “non parla italiano”.


  
Pubblicato da Redazione Blumine il 02/08/2010
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