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Detox, qualche riflessione
Pubblicato da Aurora Magni il 08/10/2014 - 1 commento - visualizzazioni: 3079
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Due settimane dopo l’ufficializzazione della sottoscrizione dell’impegno Detox da parte di 6 aziende italiane è già il momento di fare qualche riflessione.

Innanzi tutto quanto è successo lunedì 22 settembre a Milano è un fatto rilevante e   non certo riducibile solo alle singole strategie manageriali di Besani, Berbrand, Miroglio, Tessiture Attilio Imperiali, Italdenim, Zip GFD. E’ il segno del cambiamento profondo dentro al settore.

Vi propongo una chiave di lettura.

Da un lato c’è un movimento ambientalista globale (forse il movimento ambientalista più famoso al mondo) che da 2 anni denuncia all’opinione pubblica un grave problema di contaminazione delle risorse idriche mondiali, indica nell’industria della moda la principale responsabile e chiede ai singoli brand di eliminare dai propri prodotti le sostanze tossiche.

Dall’altro c’è, appunto l’industria della moda con le sue complessità.

Come ben sappiamo dalla cronaca di questi mesi, l’industria della moda, incassato il colpo, reagisce con modalità diverse.

Alcuni brand accolgono la richiesta di Greenpeace e sottoscrivono l’impegno Detox, altri privilegiano proprie autonome strategie che vincolano i propri fornitori a determinati comportamenti produttivi, altre ancora semplicemente non sembrano porsi il problema.

A sottoscrivere Detox  sono, ad oggi, oltre 20 aziende globali del fashion (in rappresentanza di circa 50 brand commerciali), un elenco in cui compaiono nomi importanti e in continuo aggiornamento. Questo crea una situazione di legittimazione  di Greenpeace, che da movimento di sensibilizzazione delle coscienze  acquisisce ruolo di interlocutore su questioni quali l’opportunità o meno da parte dell’industria di utilizzare determinati prodotti chimici nella propria filiera produttiva.

Non mi sembra una cosa di poco conto: Greenpeace non è un’istituzione, non fa leggi, non è parte della governance politica ma la sua opinione spinge il sistema industriale a prendere posizione. Può non piacere ma è così.

Un ruolo acquisito là dove altri risultano latitanti o poco efficaci? Lascio giudicare voi.

Con Detox  si passa, anche nell’industria tessile e della moda, da un generico impegno a ridurre CO2 ad una analisi rigorosa del ruolo delle sostanze chimiche nei singoli processi. Ma per questo non ci sono il Reach e le molteplici certificazioni volontarie?

Fino a quando il confronto rimane tra grandi brand globali e Greenpeace non si percepisce concretamente l’effetto domino sul sistema industriale che oggi, con la scesa in capo dei produttori di semilavorati, appare invece più evidente.

Besani, Berbrand, Miroglio, Tessiture Attilio Imperiali, Italdenim, Zip GFD (e a questi và aggiunta anche Canepa che ha sottoscritto l’impegno nel 2013) non sono committenti ma attori in prima linea nel processo produttivo, sono quelli che le sostanze chimiche le devono gestire. Sottoscrivendo l’impegno mostrano di voler giocare in questa partita un ruolo  da protagonisti

Alla base di una simile decisione ci può essere  una genuina motivazione ambientalista o il desiderio di acquisire un vantaggio competitivo sui concorrenti. Di sicuro c’è la volontà di mettere in campo le competenze scientifiche e tecnologiche capitalizzate dalla propria impresa e necessarie a consentire l’eliminazione delle sostanze tossiche, ad individuare le alternative, insomma a compiere quanto necessario per raggiungere gli obiettivi nei tempi indicati. Il tutto  senza rinunciare a fare i tessuti e gli accessori con il livello qualitativo e creativo che i clienti si aspettano.

E poiché ognuna delle aziende ha una propria rete di fornitori (oltre che di clienti), ecco che il coinvolgimento di questi non si risolve in uno scambio formale di richieste ma in una crescita condivisaperché questa è una partita che si gioca insieme.

Sottolineo: è una partita che si gioca insieme.

Un altro giocatore fondamentale in questa dinamica è l’industria chimica a cui perviene ora dall’industria tessile e della nobilitazione una domanda di prodotti coerenti con quanto indicato negli impegni Detox. Che si stia parlando di industria e non di fatina dei dentini è bene ricordarlo. E non tutto ciò che è bello e desiderabile può essere fatto in due minuti.   

Com’è noto le 11 classi di sostanze chimiche di cui si richiede l’eliminazione sono già indicate come pericolose dal Reach e utilizzate (quando utilizzate) con condizioni d’uso particolarmente restrittive. Tra queste ci sono coloranti, agenti funzionalizzati, agenti chimici.

Gli Alchilfenoli (APEO) sono presenti nei detergenti e nelle tinture e già Ecolabel ne esclude l’uso nei processi, gli Ftalati, già proibiti in molti paesi, sono usati come ammorbidenti del pvc, nella fintapelle, nelle stampe a rilievo. Ci sono poi i Ritardanti di fiamma bromurati e clorurati,  i Coloranti azoici (22 ammine aromatiche sono già proibite dal Reach), i Composti organici stannici (biocidi, antimuffa), i Composti perfluoroclorurati (PFC) impermeabilizzanti e antimacchia, i Clorobenzeni (sostanze intermediarie usate nei solventi e nei coloranti), i Solventi clorurati (presenti in soventi e smacchiatori), i Clorofenoli (biocidi), le Paraffine clorurate a catena corta (antifiamma) e i Metalli pesanti.

E proprio perché le cose non sono semplici l’eliminazione degli Apeo , dei PFC e dei metalli pesanti è attesa nei prossimi anni non essendoci oggi le condizioni per eliminarle dalle produzioni tessili senza penalizzare fortemente le capacità produttive dell’industria tessile.

 

Il ruolo di sustainability-lab in questa partita.

Staremo con le aziende che sono scese in campo e che intendano in futuro, fare questo passo, condividendo informazioni e riflessioni ben consapevoli che occorra coraggio e un grande impegno per giocare d’anticipo.

Ci piace pensare che questa vicenda non riguardi una singola azienda ma un’intera industria nazionale (per questo non è retorica sottolineare il fatto che le prime al mondo a sottoscrive Detox siano imprese italiane).

Per questo vogliamo favorire la costruzione di una rete di soggetti che credono possibile far crescere un tessile ed una chimica sostenibile e riteniamo che a questa azione debbano partecipare non solo le imprese che producono ma anche i laboratori di ricerca e di analisi, le università.

  


  
Pubblicato da Aurora Magni il 08/10/2014
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Commenti
Da umberto tunesi il 08/10/2014 01.39
Mi permetto di far notare che le responsabilità della contaminazione delle risorse idriche mondiali non sono di pertinenza della sola moda che - in termini di quantità - è una goccia nel mare. L'estrazione di petrolio, di metano hanno certamente maggiori responsabilità, come l'anidride carbonica che acidifica la pioggia, idem lo zolfo e non ultimi i fertilizzanti azotati. In questi casi sono in gioco delle quantità al cui confronto la moda è un fenomeno trascurabile, anche se per altri versi importante. Certamente l'iniziativa di Greenpeace è lodevole ma non dobbiamo fermarci qui, sarebbe un grave errore. Grazie. Umberto Tunesi

umberto tunesi


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