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Dirty Laundry, la campagna DETOX di Greenpeace. (1)
Pubblicato da Marco Ricchetti il 04/11/2011 - 0 commenti - visualizzazioni: 3711
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(ripreso dal Blog BOTTOM LINES)

Uno spettro si aggira tra i grandi brand della moda e dell'abbigliamento. Si tratta in realtà più di una sfida che di uno spettro, è la campagna DETOX lanciata da Greenpeace lo scorso luglio. Nella newsletter di sustainability-lab sono state riportate alcune notizie sulla campagna, poiché si tratta di un tema di grande impatto per il settore, dedicherò una mini serie di post all'argomento.

La lettura dei rapporti Dirty Laundry (qui l'executive summary) e Dirty Laundry 2 su cui si basa la campagna mostra un approccio molto interessante, che rovescia la cultura ambientalista d'antan.
Greenpeace mette l'accento su un problema specifico e ben delimitato - in questo, bisogna riconoscerlo, seguendo una suo ben consolidato modus operandi - quello dell'assenza in alcuni Paesi di un avanzato sistema di norme contro l'inquinamento delle acque causato da agenti chimici tossici utilizzati nell'industria tessile, norme che invece sono adottate nei paese "avanzati". 
Ne mostra poi alcuni paradossi, ad esempio il fatto che i grandi brand (vedi nota 1 alla fine del post) - anche quelli sensibili alla sostenibilità  e che praticano coerentemente politiche di CSR- sono attenti a che gli agenti inquinanti non siano presenti nei capi finiti, ma non hanno una strategia definita per impedire che i propri fornitori localizzati in Paesi con legislazioni permissive non usino questi agenti o ne azzerino l'impatto sull'ambiente.
Infine, invita, anzi sfida, i brand sensibili alla sostenibilità ad esercitare il proprio potere di mercato (!) più con fatti concreti che con una "moral suasion" verso i propri fornitori e con i Governi permissivi sull'ambiente, per raggiungere l'obiettivo di "zero discharge" per una lista  di agenti che inquinano le acque, in particolare i nonilfenoli etossilati (NPE) (vedi nota 2 alla fine del post). 
"Given their significant economic influence, the major brands are in a unique position to lead on this phase-out within the textile industry by setting a deadline for elimination and developing a substitution plan (.. for toxic agents..)." (Dirty Laundry, p.8)
La campagna fa distinzione tra brand all'avanguardia nella CSR - di cui riconosce l'impegno - e brand arretrati, ad esempio osservando come alcune affermazioni contenute nei rapporti CSR dei brand sono allineate con le richieste di DETOX e quindi concretamente praticabili dalle imprese. Sfida quindi i brand più' sensibili a mantenere la loro leadership nella sostenibilità e a continuare ad esserne i campioni, affermando anche che nell'esperienza di questi brand le azioni sostenibili hanno in molti casi portato ad una riduzione dei costi e in generale al consolidamento della loro leadership di mercato. In sostanza richiama quest impress a responder all'"urgent need for leadership and real action on the ground from innovative brands" (Dirty Laundry, p.9)
"To this end, Greenpeace is calling on the brands and their suppliers identified in this investigation to become the champions for a post-toxic world – by eliminating all releases of hazardous chemicals from their supply chains and their products. (….) Above all these companies need to act as leaders and innovators". (Dirty Laundry, p.9)
In sostanza un grande passo avanti rispetto al vecchio buycott. Strumento di un epoca ormai tramontata? Oggi si richiede ai consumatori di interagire nelle forme più' diverse con i brand a cui sono affezionati, o che rispecchiano i loro valori per spingerli ad agire in una direzione che sarà un beneficio per tutti: per l'ambiente, per i consumatori e per i profitti delle imprese stesse (People, Planet, Profit!!)  
Ecco lo slogan che si trova sul sito italiano di Greenpeace:
Entra in azione
Che tu sia “All in” con Adidas o credi nel “Just do it” di Nike, puoi sfidare il brand che indossi a  vincere la gara “Detox”. Chi batterà il record per creare un futuro libero da sostanze tossiche? Guarda il video “Detox” e aiutaci a diffonderlo.

Benvenuti nell'ambientalismo 2.0
 
 
Nei prossimi post della serie presenterò alcuni dei risultati dell'indagine di Greenpeace e le reazioni dei principali brand

nota 1
Questi composti una volta rilasciati nell’ambiente si trasformano in una sostanza pericolosa, il nonilfenolo (NP). Il nonilfenolo è persistente perché non si degrada facilmente, bioaccumulante perché si accumula lungo la catena alimentare e può alterare il sistema ormonale dell’uomo anche a livelli molto bassi.
nota 2
Sono stati analizzati 78 articoli fra t-shirt, giacche, pantaloni, abbigliamento intimo e scarpe in tela uomo/donna/bambino in 18 differenti paesi in tutto il mondo, fra cui anche l’Italia. 52 prodotti appartenenti a 14 marche (Abercrombie & Fitch, Adidas, Calvin Klein, Converse, G-Star RAW, H&M, Kappa, Lacoste, Li Ning, Nike, Puma, Ralph Lauren, Uniqlo e Youngor).


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Pubblicato da Marco Ricchetti il 04/11/2011
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