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E l'artigiano sposò l'innovazione
Pubblicato da Aurora Magni il 06/10/2014 - 1 commento - visualizzazioni: 2602
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L’artigianato è ancora identificabile solo con la tradizione e la trasmissione di antichi saperi in pittoresche botteghe? E’ spesso questa l’immagine che traspare in certe fiere o dalla stampa di settore con il risultato spesso di “sdoganare” anche prodotti al limite del bricolage. Certamente il tema della sostenibilità ha contribuito a confermare questo concetto in base ad un’equivalenza (discutibile)   fibra/tintura naturale = nessun impatto ambientale e contribuendo ad enfatizzare una microeconomia creativa purtroppo non sempre economicamente sostenibile.

Molte belle intuizioni e straordinarie creatività restano infatti tali, non si trasformano in un progetto industriale perché un conto è, ad esempio macerare e filare qualche chilo di  fibre liberiana con attrezzature domestiche, altra cosa è produrre quantitativi anche modesti ma standardizzabili e commercializzabili in assenza di una filiera industriale, una cosa è inventare in laboratorio un biopolimero partendo da scarti della frutta o verdura altro è portarlo in estrusione e filarlo.

Nessuno mette in dubbio che l’artigianato abbia avuto e mantenga nella moda e nel design  una funzione fondamentale nella costruzione della reputazione del made in Italy (basti pensare  all’abilità manifatturiera di tante sartorie e al successo del “su misura” adottato come servizio di pregio dai grandi brand della moda maschile) né vogliamo dimenticare che oltre il 60% circa delle imprese del comparto ha meno di 15 addetti.

Ci interessa però, in questo momento, evidenziare un lato dell’artigianato forse meno romantico ma dalle grandi possibilità di sviluppo.

E’ l’artigianato che abbiamo visto animare per qualche giorno a Roma un evento straordinario come Maker Faire, appuntamento a cui hanno aderito 500 artigiani proveniente da 33 nazioni che hanno mostrato al pubblico 600 diverse innovazione. L’affluenza di oltre centomila persone conferma la riuscita dell’iniziativa.

(Foto sopra: Trame a led controllabili attraversolo smart phone per gli abiti di CuteCircuit)

I 500 makers di Roma (ma in giro per l'Italia ce ne sono altri) sono artigiani di nuova generazione,  espressione dell’epoca digitale, costantemente connessi alla rete pensano in termini di robotica e di stampa 3D. Il senso dell’iniziativa –e le prospettive che può aprire - possono felicemente essere riassunto nelle parole di Chris Anderson che  al tema  ha dedicato un libro ( Makers, il ritorno dei produttori. Per una nuova rivoluzione industriale, Rizzoli 2014): “la generazione dei “makers” che  usa i modelli innovativi del Web aiuterà la prossima grande ondata di cambiamento nell’economia globale perché le nuove tecnologie del digital design e della prototipazione stanno dando a tutti il potere d’inventare e creare “la coda lunga delle cose”. Francamente ce lo auguriamo di cuore.

Sotto: Fiori in aria, di Elena Fabrizi: i petali misurano e comunicano la presenza di sostanze inquinanti in un ambiente   chiudendosi 


  
Pubblicato da Aurora Magni il 06/10/2014
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Commenti
Da umberto tunesi il 07/10/2014 09.11
Ma divorziò dalla fiscalizzazione. L'innovazione costa, non basta avere idee brillanti e quando i vari Davide si scontrano con i Golia non sempre vincono. Il laboratorio dell'artigiano può risvegliare ricordi nostalgici ma oggi più che mai è il cash che conta. Non è sufficiente sproloquiare sull'aumento dei posti di lavoro, bisogna crearli. Grazie. Umberto Tunesi

umberto tunesi


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