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Fabbrica 4.0 e competenze (meglio se attente alla sostenibilità)
Pubblicato da Aurora Magni il 14/06/2018 - 0 commenti - visualizzazioni: 1178
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Se ne è parlato il 12 giugno scorso durante l’annuale assemblea di Acimit, l’associazione dei produttori italiani  di tecnologie per l’industria tessile.

Innanzi tutto si è evidenziata un’anomalia: mentre la disoccupazione giovanile in Italia resta alta (10,9% ) un’azienda su cinque dichiara di non riuscire a trovare le professionalità di cui ha bisogno. Secondo Giovanni Brugnoli (imprenditore tessile e vice presidente di Confindustria per i Capitale umano)  le imprese avranno bisogno di oltre 2 milioni e 600mila addetti entro i prossimi 4 anni e di queste oltre un milione (39,1%) dovrà avere competenze elevate, 917mila svolgeranno mansioni di  media complessità (34,8%) mentre  solo il restante 25% delle ricerche di personale riguarderà i cosiddetti low skills. In particolare 272mila tecnici saranno richiesti da settori chiave del made in Italy, e  47.500 mila solo nel comparto tessile.

Una parte significativa di queste opportunità di lavoro riguardano/riguarderanno attività manageriali e tecniche connesse all’introduzione di tecnologie digitali nei comparti manifatturieri, fenomeno in parte sostenuto dai piani dei governi Renzi-Gentiloni per Industria 4.0.

Secondo una ricerca recentemente svolta dal Rise dell’Università di Brescia e sintetizzata da Marco Perona le nuove professionalità 4.0 ‘in crescita’ riguardano  logistica, distribuzione e vendita, quelle ‘trainanti’ la produzione e i sistemi informativi mentre restano al palo Ricerca e sviluppo, amministrazione e controllo,  acquisti e marketing. I mestieri in pole position: progettista di CAD additivo,  Data Analyst e  Data Security manager mentre le competenze richieste  si concentrano sulla gestioni dati, sui contenuti digitali e sull’innovazione intesa come attività di comunicare nel linguaggio degli stakeholders, saper lavorare in team, saper coordinare progetti e gestire tempo e stress.

La tavola rotonda ha inoltre evidenziato i nuovi skills trasversali: le imprese innovative sono sempre meno interessate a personalità che garantiscano l’omologazione alla cultura aziendale e alla tradizione e guardano con interesse alla ‘diversità culturale’, che  millennials e nativi digitali sembrano ben esprimere.

Che scuola e sistema formativo debbano avere ruolo nella formazione delle nuove competenze è conseguenza logica. Si è parlato a lungo di corsi ITS in grado di intercettare le domande delle imprese e trasformarle in percorsi formativi in cui l’alternanza deve ricoprire un ruolo importante.

 

Quello di cui non si è invece parlato è il nesso tra innovazione tecnologica e sostenibilità e questo ci sembra un’opportunità persa per almeno due motivi:

- le tecnologie digitali, grazie alla potenzialità di ridurre consumi e scarti e ottimizzare processi, tracciare e trasferire dati e informazioni, simulare anziché produrre sono importanti alleati nella costruzione di un sistema produttivo a ridotto impatto ambientale e finalizzato alla circular economy. I manager e i tecnici che le gestiscono/progettano/usano ne devono essere consapevoli pena la perdita di valore dei propri modelli di business,

-le imprese meccano tessili ed Acimit stessa hanno avuto il merito di aver spinto l’acceleratore prima di altri sui temi della sostenibilità studiando e producendo macchine ‘green’ come dimostra il progetto ‘Sustainable Technologies’. Pensare a sostenibilità e innovazione come ad aree/tematiche autonome, figlie di culture industriali destinate ad incontrarsi forse occasionalmente vuol dire non cogliere  l’opportunità di consolidare il percorso condotto fino ad oggi. Che è un percorso di innovazione sostenibile.


  
Pubblicato da Aurora Magni il 14/06/2018
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