Sustainability-Lab News > Fiducia nel Tessile: un marchio “tecnico”?

 

Fiducia nel Tessile: un marchio “tecnico”?
Pubblicato da Fabio Guenza il 02/03/2012 - 0 commenti - visualizzazioni: 4257
  Voto    

Abbiamo partecipato al Seminario online (webinar) gratuito di Oeko-tex sullo standard OEKO - TEX® 1000 e riteniamo possa essere utile alla nostra community una diffusione ragionata dei contenuti. (in allegato la presentazione rilasciata a valle del webinar).

Si tratta di un sistema di gestione certificabile il cui scopo è valutare le performance di siti produttivi del tessile-abbigliamento, e dei prodotti ivi realizzati, e documentare in modo indipendente se queste raggiungano un certo livello di rispetto di criteri ambientali e sociali determinati (cfr. pag. 12 e segg. Oeko-Tex® Standard 1000 - Edition 1/2012).  I prodotti e i siti produttivi certificati possono fregiarsi rispettivamente del marchio “Fiducia nel Tessile - testato per sostanze nocive” e “Fiducia nel Tessile - azienda ecologica”.

Il marchio e lo standard, sono di proprietà dell’Associazione Internazionale per la Ricerca e il Controllo nel Settore dell'Ecologia Tessile (Oeko-Tex®), un organismo privato composto da laboratori e istituti di ricerca di tutto il mondo.

Arriviamo così al punto centrale della mia analisi: come deve porsi il consumatore di fronte a un marchio pensato per garantirlo? Chi ha fissato i criteri? In rappresentanza di chi? Dialogando con chi? Queste sono alcune delle domande che uno stakeholder avveduto dovrebbe porsi nel valutare qualsiasi iniziativa che voglia rispondere alle sue aspettative, prima di riporvi la propria fiducia1 (va da sé che il problema riguarda anche di conseguenza l'impresa che deve decidere se fare ricorso a quel marchio).

Non intendo quindi entrare nel merito della validità del sistema, che ha i suoi meriti ampiamente riconosciuti – non ultimo quello di essere pensato a livello di settore, e quindi modulato sulle sue specificità – ma solo sottolineare i limiti di un approccio puramente “tecnico”, qualora questo fosse il caso.

In effetti, a giudicare dai contenuti del sito, si potrebbe dedurre che i criteri vengano stabiliti dagli istituti di ricerca, e quindi con un approccio “da laboratorio d’analisi”; d’altro canto, non viene data alcuna indicazione sul grado di coinvolgimento pubblico del processo che conduce all’individuazione dei criteri. E se questo è ragionevole per quanto concerne l’individuazione della presenza di sostanze chimiche nei tessuti, per fare un esempio (dal momento in cui il REACH – che in qualche modo è il punto di riferimento in materia – è già il risultato di un processo pubblico, addirittura a livello comunitario) lo è un po’ meno quando l’ambizione è quella di un “punto di vista umano-ecologico”, quindi di un approccio olistico, che presuppone da parte del consumatore la capacità di farsi portatore di interesse anche di altre categorie di stakeholder (lavoratori, ambiente..) nell’atto d’acquisto.

Similmente al GOTS, questa iniziativa, pur essendo prevalentemente focalizzata sugli aspetti ambientali, allarga il proprio orizzonte anche ad aspetti sociali (cfr. pag. 45 e segg.   Oeko-Tex® Standard 1000 - Edition 1/2012): salute e sicurezza, divieti di lavoro minorile, discriminazioni, lavoro forzato, diritti sindacali, straordinari e retribuzioni, per i quali il punto di riferimento prescelto sono le convenzioni ILO.

Ma diversamente da SA8000, tanto per fare un altro esempio di standard privato molto diffuso nel tessile-abbigliamento, qui non vi è (o non è data pubblicamente notizia di) una governance multistakeholder o di un comitato consultivo multistakeholder - che nella fattispecie includono imprese (Gap, Gucci)…, sindacati, esperti, società di consulenza (KPMG), campagne (AFC), associazioni ambientaliste (WWF…), eccetera.

Per questo abbiamo invitato i rappresentanti di Oeko-Tex a fornire un approfondimento, a cui non mancheremo di dare spazio qualora decidessero di aderire.


1 "...mentre alcuni di questi schemi godono di un'approvazione ufficiale, altri riflettono visioni e interessi privati, ciò che può determinare una minore credibilità complessiva o una diversa accentuazione degli aspetti ambientali importanti". L. Jucker, Il bello e il buono. Le ragioni della moda sostenibile, p. 150.


  
Pubblicato da Fabio Guenza il 02/03/2012
Archiviato sotto fatti/attualità

Commenti
Bisogna effettuare il login per poter lasciare un commento.

Attenzione: Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n° 62 del 7.03.2001. L’autore del blog non è responsabile del contenuto dei commenti ai post, nè del contenuto dei siti linkati. Alcuni testi o immagini inseriti in questo blog sono tratti da internet e, pertanto, considerati di pubblico dominio; qualora la loro pubblicazione violasse eventuali diritti d’autore, vogliate comunicarlo via email. Saranno immediatamente rimossi.
    
Rss Rss
Archivio blog