Sustainability-Lab News > Filiera della moda e lavoratori migranti

 

Filiera della moda e lavoratori migranti
Pubblicato da Aurora Magni il 30/10/2018 - 0 commenti - visualizzazioni: 918
  Voto    

Il 22 ottobre scorso 123 aziende internazionali di abbigliamento e calzature hanno firmato il nuovo "AAFA / FLA Apparel & Footwear Industry Commitment to Responsible Recruitment". Il documento, sviluppato in collaborazione con American Apparel & Footwear Association e Fair Labour Association, impegna le imprese a monitorare e ridurre potenziali rischi di lavoro forzato per i lavoratori migranti nella catena di fornitura globale della moda. Le imprese firmatarie si impegnano cioè a lavorare con i propri fornitori  per creare condizioni in cui nessun lavoratore sia costretto a pagare per avere  lavoro, a rinunciare ai documenti personali e di viaggio e alla propria libertà di movimento e ad accettare condizioni di lavoro non negoziate e lesive della dignità umana. Le società firmatarie intendono inoltre lavorare "seriamente ed efficacemente" a implementare le buone pratiche, a incorporare l'Impegno nei loro standard di conformità sociale entro il 31 dicembre 2019 e a riferire periodicamente le azioni attraverso la sostenibilità e / o le moderne informazioni giuridiche sulla schiavitù.

La collaborazione tra brand su un tema così complesso è fondamentale.  Secondo l'American Apparel & Footwear Association e la Fair Labor Association è quasi impossibile per una singola azienda monitorare situazioni così complicate e realizzare da sola significativi risultati. Il rispetto dei diritti umani può essere raggiunto solo lavorando  collettivamente.
Comunicando la notizia Sharon Waxman, Presidente e CEO della Fair Labor Association ha così di dichiarato: ‘troppo spesso i lavori forzati iniziano anche prima che un lavoratore si presenti in una fabbrica. Si inizia con le pratiche di assunzione che richiedono ai lavoratori migranti di pagare una somma esorbitante di denaro solo per garantire un lavoro dignitoso in un paese straniero, lavoro che troppe volte ha caratteristiche ben diverse da quelle promesse. Con questo rinnovato impegno nel reclutamento responsabile, contiamo di denunciare queste pratiche dannose ed ingannevoli e proteggere i lavoratori dal lavoro forzato nelle catene di approvvigionamento globali’.  

Qui il testo integrale dell'impegno sottoscritto.

Che i  brand possano avere un ruolo importante per evitare –o almeno ridurre le condizioni di sfruttamento dei lavoratori migranti è sottolineato anche dalla fondazione Business Human Rights www.business-humanrights.org. Lo studio  ha coinvolto 21 brand globali e ha avuto l’obiettivo di  conoscere quali iniziative vengono assunte per prevenire  lo sfruttamento dei lavoratori migranti nella filiera della moda giordana (la Giordania, che ha accolto oltre 1.300.000 emigranti siriani, esporta il 95% della sua produzione negli USA). Solo 6 marchi - Columbia, Gap Inc., Hanes, New Balance, PUMA e PVH (Calvin Klein, Tommy Hilfiger) - hanno accettato di rispondere alle domande. Tra questi Gap Inc., PUMA e New Balance si sono in particolare distinti per le azioni specifiche per salvaguardare i lavoratori migranti.

Fonte: https://www.business-humanrights.org/en/press-release-us-fashion-brands-silent-on-action-to-stop-exploitation-of-migrant-workers-in-jordan

Recentemente è stata data notizia dei risultati di un’altra ricerca pubblicata dalla riviste inglese The Indipendent che ha riguardato, in questo caso, il processo di produzione delle infradito. Da quanto emerge, per quanto si tratti di un prodotto ‘povero’ è oggetto di una vera filiera globale. In particolare il materiale plastico di cui sono fatte le ciabatte che arrivano nei negozi di tutto il mondo è perforato da lavoratori migranti dalla  Siria e dall'India meridionale che vivono in campi abbandonati e lavorano sulle macchine per turni di 12 ore in condizioni disumane.

E poi ci sono le notizie nostrane. Ad esempio in un articolo del 2 ottobre scorso a firma di Rossella Conte, La Nazione Firenze, ha denunciato ‘la presenza di richiedenti asilo, stranieri, alcuni irregolari soprattutto senegalesi ma anche marocchini e tunisini  pagati meno di tre euro l’ora per lavorare dietro i telai e nelle serre della filiera dell’illegalità’. E non si tratta certo di un esempio isolato. E' notizia frequente di interventi della Guardia di Finanza o dei Carabinieri in stabilimenti illegali in cui lavorano anche clandestini.

Sul tema dell’irregolarità nella filiera del made in Italy era sceso in campo in concomitanza con la settimana della moda milanese anche il New York Times con un servizio intitolato 'Inside Italy's Shadow Economy' (Dentro le ombre dell'economia italiana), firmata da Elizabeth Paton e Milena Lazazzera. Le reazioni da parte della Camera della moda non si erano fatte attendere, resta il fatto che anche nel nostro Paese il problema del lavoro non tutelato è tutt’altro che sottovalutabile e non è escluso che la fabbrica della contraffazione si avvalga di immigrati non solo nelle azioni di vendita del falso ma anche nella filiera produttiva.

 


  
Pubblicato da Aurora Magni il 30/10/2018
Archiviato sotto fatti/attualità

Commenti
Bisogna effettuare il login per poter lasciare un commento.

Attenzione: Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n° 62 del 7.03.2001. L’autore del blog non è responsabile del contenuto dei commenti ai post, nè del contenuto dei siti linkati. Alcuni testi o immagini inseriti in questo blog sono tratti da internet e, pertanto, considerati di pubblico dominio; qualora la loro pubblicazione violasse eventuali diritti d’autore, vogliate comunicarlo via email. Saranno immediatamente rimossi.
    
Rss Rss
Archivio blog