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Greenpeace denuncia presenza di PFC nelle nevi alpine
Pubblicato da Aurora Magni il 09/09/2015 - 0 commenti - visualizzazioni: 2859
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Greenpeace ha pubblicato un nuovo studio che denuncia sulla presenza di sostanze tossiche nell’ambiente originata dalla produzione di articoli tessili e fashion. Parliamo nello specifico di PFC  a catena lunga come l’acido perfluoroottanoico (PFOA) e il perfluorottano sulfonato (PFOS), utilizzati in grandi quantità come impermeabilizzanti e antimacchia su capi out door.  I composti perfluoroclorurati si accumulano nei tessuti degli organismi viventi come, ad esempio, il fegato degli orsi polari dell’Artico,  ma anche nel sangue umano. Alcuni PFC generano effetti negativi sia sul sistema riproduttivo che ormonale e favoriscono la crescita di cellule tumorali.

Lo studio

Nei mesi di maggio e giugno  scorsi Greenpeace ha effettuato spedizioni in zone montuose e apparentemente incontaminate. I team di Greenpeace hanno raccolto campioni di acqua e/o di neve sui Monti Haba (Cina), sui Monti Altai (Russia), nei Laghi di Macun (Svizzera), sugli Alti Monti Tatra (Slovacchia), nel Parco Nazionale di Torres del Paine (Cile), sui Monti Kaçkar (Turchia), nella località di Treriksroset (Scandinavia, al confine fra Svezia, Finlandia e Norvegia) e sui Monti Sibillini presso il lago di Pilato, situato  tra Umbria e Marche a circa 1.950 metri sul livello del .

Un inquinamento “globale”

Le sostanze pericolose viaggiano e arrivano dove non sembra possibile trovarle. Tracce di PFC sono state rinvenute  nei campioni di neve provenienti da tutti i siti di campionamento, anche nei campioni prelevati a più di 5.000 metri, sui monti Haba in Cina, sebbene con livelli di contaminazione più bassi. “I PFC non esistono in natura, ma possono fare il giro del mondo muovendosi nell’atmosfera, sia in forma gassosa che legati alle particelle che costituiscono il pulviscolo atmosferico, fino a depositarsi sulla terra con la pioggia o con la neve.” Il problema è ancora una volta globale.

Pfc a catena corta. Una soluzione?

No, secondo  Greenpeace. Si legge infatti nel rapporto: “negli ultimi anni infatti, numerosi PFC a catena corta sono stati impiegati nei più comuni capi impermeabili prodotti dai principali brand internazionali perché considerati un’alternativa più sicura rispetto ai composti a catena lunga. I PFC a catena corta, in realtà, condividono con i PFC a catena lunga le stesse caratteristiche di persistenza e sono inoltre sostanze estremamente volatili con una notevole capacità di disperdersi su scala globale: durante le fasi di trasporto in atmosfera, i PFC a catena corta possono andare incontro a processi ossidativi che li trasformano in PFC molto più pericolosi”. In altre parole il mondo della chimica tessile deve trovare un’alternativa più radicale.

La risposta dei brand dell’outodoor

Come noto Greenpeace con la campagna Detox ha chiesto alle imprese della moda di impegnars

i entro il 2020 ad eliminare 11 classi di sostanze chimiche pericolose tra cui i PFC. Più di 30 marchi internazionali della moda, di abbigliamento sportivo (come Puma ed Adidas) e discount (ad esempio Lidl e Penny), che rappresentano circa il 15 percento della produzione tessile globale, hanno assunto questo impegno  con i propri  consumatori. Alcune aziende outdoor più piccole come Paramo, Pyua, Rotauf, Fjällräven e R’ADYS hanno già lanciato intere collezioni di abbigliamento impermeabile prive di PFC. Greenpeace denuncia però la resistenza di altri brand globali come The North Face, Columbia, Patagonia, Salewa e Mammut.

Guarda il video: http://www.greenpeace.org/italy/it/ufficiostampa/comunicati/Scoperte-sostanze-chimiche-pericolose-sui-Monti-Sibillini-e-su-altre-cime-remote-di-tre-continenti/


  
Pubblicato da Aurora Magni il 09/09/2015
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