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I lati oscuri del back reshoring
Pubblicato da Aurora Magni il 25/01/2015 - 0 commenti - visualizzazioni: 2743
  Voto    

Ovvero: c’è modo e modo di tornare a far lavorare la filiera italiana.

Abiti Puliti è un’associazione no profit –presenza italiana dell’internazionale  Clean Clothes[1]- che ha il grande merito di metterci di fronte dati e notizie che spesso non vorremmo conoscere. Lo ha fatto con le campagne post Rana Plaza, con la battaglia contro lo stonewashing.  E’ lo fa ora con uno studio sulle condizioni di lavoro nelle imprese della subfornitura italiana della moda. Un tema interessante nel momento in cui si parla con legittimo ottimismo del rientro in Italia di parti della filiera tessile de localizzata.

Il rapporto è lungo ed articolato.

 

Si analizzano le condizioni di lavoro negli aree geografiche della moda globale in Asia e Europa Orientale (si veda al riguardo la mappatura degli stipendi medi rappresentata a pag. 10) e forse per la prima volta si inserisce la filiera della moda italiana in questo quadro globale.

Perché, dicono i ricercatori di Abiti Puliti- è un’illusione pensare che un’azienda italiana sia automaticamente, in quanto collocata sul territorio nazionale, rispettosa delle leggi e delle normative su compensi salariali, diritti, sicurezza sul lavoro. Anche in Italia le situazioni di lavoro nero e sommerso sono una realtà rilevante e certo non identificabile solo con l’anima asiatica del distretto  Pratese.

La crisi  ha visto un ridimensionamento degli addetti dal 2007 al 2012 del 16 % (solo nel tessile moda) e una riorganizzazione della filiera produttiva lungo due direttrici che si affiancano all’industria legale: l’esternalizzazione delle produzioni verso luoghi a minor costo industriale, la formazione in Italia di aree di lavoro non regolare per  mantenere gli ordini e le consegne con le condizioni imposte dai committenti.  Che esista un enorme divario tra il prezzo di una borsa esposta in Montenapo e il prezzo riconosciuto dal brand al subfornitore per l’assemblaggio e a rifinitura di quella borsa  è fatto noto e la legittimità di questo gap è oggetto di discussione anche tra addetti ai lavori.

La ricerca di Abiti Puliti si focalizza su tre aree, espressione storica di distretti industriali in cui è giusto identificare la qualità e la creatività dell’autentico made in Italy: la riviera del Brenta famosa per le sue calzature d’eccellenza, il polo Firenze, Valdinieve, Prato, Pistoia e infine il napoletano.

L’indagine ha riguardato prevalentemente gli aspetti salariale. Ed ecco qualche considerazione in merito.

  1. la condizione cambia (in peggio) con l’aumentare della lontananza del brand: “negli stabilimenti direttamente gestiti dalle griffe i salari sono generalmente più alti che negli stabilimenti del resto della filiera. Gli stabilimenti delle griffe sono anche quelli dove sono maggiormente applicati premi aziendali e dove sono garantite voci accessorie del salario che lo rendono significativamente più elevato rispetto ai salari medi pagati negli altri stabilimenti”,
  2. mediamente gli stipendi non sono alti (non adeguati a garantire un livello di qualità della vita adeguato). Ad esempio nella riviera “sulla base dei dati raccolti e delle interviste effettuate a lavoratori/trici e a testimoni privilegiati si può stimare che circa il 70-75% del personale nel settore calzature della Riviera del Brenta riceva un salario che si attesta intorno ai 1.000-1.200 euro o comunque non superi tali cifre, come nel caso degli apprendisti.”
  3. Il nero ha molte sfumature. Si legge ad esempio che esiste nel pratese “…un’ imprenditoria straniera, soprattutto cinese che sia nella sua componente regolare, sia irregolare rappresenta comunque il termine di paragone utilizzato da molte aziende italiane per stabilire i costi. Il dato probabilmente più interessante è tuttavia non tanto quello relativo alla diffusione del lavoro nero, quanto alla compresenza in molte aziende di lavoro regolare e irregolare che assume diverse forme. Per esempio quella di lavoratori in cassa integrazione richiamati in azienda per continuare a lavorare regolarmente insieme a quelli non toccati dal provvedimento”. Per essere più chiari “i rapporti si stanno cenesizzando”.
  4. Il peso del  fuoribusta. Qui siamo, come si dice, nell’area del grigio, cioè della parziale illegalità che significa, sia chiaro, evasione fiscale. “La definizione dei livelli salariali effettivi risulta difficile quando è molto diffusa la pratica dei fuori busta per la retribuzione degli straordinari e comunque molto spesso non vi è corrispondenza tra tipologie contrattuali (anche per la loro durata oraria) e le corrispondenti retribuzioni, come si verifica nel caso più frequente dei contratti di lavoro part-time impiegati per prestazioni di lavoro di 8 o più ore, o dell’assunzione di personale con diverso inquadramento per mantenere bassi i livelli retributivi anche a fronte di mansioni specializzate”.

 

A questo punto mi aspetto un commento (corale): capirai che novità!

La cosa preoccupante del rapporto di Abiti Puliti è proprio in questo “non scoprire niente che già non si sapesse”. E quindi?

 

Ma il rapporto evidenzia anche  un’altra preoccupazione: che la necessità di produrre in condizioni di vantaggio di costo per i brand penalizzi non solo la qualità della vita dei lavoratori coinvolti (sia dal punto di vista economico come dimostra il confronto tra stipendio percepito e costo della vita valutato su base Istat) ma anche la qualità della stessa filiera della moda. Gli addetti delle aziende che producono i capi più prestigiosi della moda internazionale avrebbero scarso livello formativo,  insicurezza e precarietà, scarsa capacità di rappresentazione collettiva dei propri interessi (rappresentanza sindacale si diceva una vota ma in tempi moderni meglio essere aperti a modalità non necessariamente formalizzate).

Il rapporto esprime infine preoccupazione che l’introduzione di flessibilità nel mercato del lavoro (il jobs act per intenderci ) aggravi la situazione e  avanza richieste di impegno alla difesa dei diritti dei lavoratori tanto al governo quanto alle singole imprese.

 

La discussione è aperta.

il rapporto integrale è scaricabile qui: http://www.abitipuliti.org/

 



[1] http://www.cleanclothes.org/


  
Pubblicato da Aurora Magni il 25/01/2015
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