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I rifiuti tessili e la Extended Producer Responsibility
Pubblicato da Fabio Guenza il 08/06/2016 - 0 commenti - visualizzazioni: 2554
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Ancora molto opaca e critica la questione dei rifiuti tessili in Italia, a differenza di altre filiere (carta, vetro, plastica, legno, alluminio, elettronica…) con il risultato che se da un lato finiscono in discarica a centinaia di migliaia di tonnellate, dall’altro siamo costretti ad importarne a decine di migliaia. E questo ogni anno e in misura crescente, anche a causa della pressione derivante dal fast fashion.

 

Come mai nella rendicontazione della raccolta differenziata la frazione tessile spesso non figura nemmeno al pari di carta, vetro ecc.? Qual è il valore residuo dei capi a fine vita? Cosa succede ai capi raccolti negli appositi cassonetti? Quanto valore finisce in solidarietà? Gli stessi consumatori non hanno spesso una chiara idea di cosa fare di abiti, scarpe e accessori che non usano più: nel dubbio che siano troppo malandati per la raccolta differenziata, spesso li smaltiscono nel residuo secco, appesantendo inutilmente discariche e inceneritori con materia preziosa che potrebbe continuare il proprio ciclo di vita.

Anche i margini degli operatori intermedi spesso sono opachi per non dire… neri, come segnalato dai rapporti di Humana, una delle associazioni più importanti del sistema di gestione della frazione tessile.

Proviamo a fare un po’ di ordine, approfittando dell’occasione offerta dall’amministrazione comunale di Parma, molto attiva, com’è noto, sui rifiuti, che su questo tema ha patrocinato la serata-evento del 6 giugno 2016  “Rifiuti (più) Umani” di cui abbiamo dato conto su questa stessa piattaforma (qui le slide presentate da Alberto Saccavini) e di alcune interessanti indicazioni ricavate dai report di Humana, di Unire, l'associazione nazionale dei riciclatori e da un post già pubblicato su questa piattaforma.

A livello di sistema, la solidarietà non si esprime più nella destinazione diretta e prevalente ai bisognosi locali dei vestiti recuperabili, ma è il risultato di un sistema complesso che prevede:

  • la raccolta a carico di cooperative sociali o organizzazioni umanitarie in accordo con le multi-utility locali con costi (gestione cassonetti, movimentazione..) che finiscono alla fine nel calderone delle tasse sui rifiuti pagati dai cittadini
  • lo smistamento a carico di associazioni umanitarie, che destinano solo una piccola parte del recuperabile ai bisognosi, il grosso alla vendita (con il ricavato della quale finanziano le proprie attività solidali) a operatori nazionali e internazionali - in parte per il riutilizzo e in parte per il riciclo - e il residuo in discarica
  • la commercializzazione agli operatori internazionali, in un contesto che di solidale spesso ha ben poco, vanificando gli effetti positivi dei passaggi precedenti, in parte per il “nero” che i rifiuti spesso generano, in parte per l’erosione di sistemi tessili fragili come nel caso di Haiti (sviluppare o almeno inserire link).

A livello quantitativo, parliamo di:

  • un consumo e una raccolta in costante crescita
  • volumi considerevoli: 124.000 tonnellate nel 2014 (ultimi dati disponibili)
  • di cui solo 60% gestiti da consorzio (Conau)
  • una destinazione prevalente a indifferenziato (desumibile per confronto: 6 kg/ab nel Nord Europa vs 1,8 in Italia.
  • anche ipotizzando una maggiore propensione degli italiani allo swapping (tutta da dimostrare), i volumi reali potrebbero avere un ordine di grandezza di 250.000 tonnellate a essere ottimistici, di cui solo il 25% gestito da Conau; 300.000 tonnellate secondo un’altra fonte, un report del Comune di Novara, che parla addirittura di un 12% di quota di frazione tessile raccolta rispetto al consumo annuo.
  • più di metà della frazione tessile quindi andrebbe in discarica, considerando sia quella che ci finisce direttamente (residuo indifferenziato), che la quota parte della raccolta differenziata (7% secondo Humana).

In questo scenario le misure prese dall’Unione Europea per stabilire l’Extended Producer Responsibility, la responsabilità delle imprese per il ciclo di vita del prodotto (qui un interessante articolo) sono un inizio, ma ancora non hanno sufficiente respiro: il design dei grandi marchi continua a concentrarsi prevalentemente sullo stile del capo e non sull’ingegnerizzazione del ciclo di vita del prodotto, e i programmi di recupero dei capi lasciano pensare prevalentemente ad operazioni di marketing. 

Anche le associazioni ambientaliste, con ancora una volta Greenpeace in prima linea, premono in questa direzione, tant’è che il protocollo Detox stesso prevede da qualche tempo l’impegno del sottoscrittore in questa direzione.

Un tema ancora tutto in divenire, ma sul quale è urgente che istituzioni e imprese si attivino per fare informazione presso i consumatori e per adottare misure volte ad allungare il ciclo di vita dei prodotti e facilitare la creazione e il funzionamento di circuiti di riutilizzo e di riciclo, in up-cycling o down-cycling. 

(le immagini sono tratte dalle slide presentate da Alberto Saccavini)


  
Pubblicato da Fabio Guenza il 08/06/2016
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