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Il canto delle cicale, ovvero, la crisi dell’Hitman
Pubblicato da Aurora Magni il 16/06/2013 - 1 commento - visualizzazioni: 3504
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Non credo che Corsico -provincia di Milano- sia famosa per il canto delle cicale, quindi certamente l’autore del libro non pensava ad insetti nel scegliere il titolo, più probabilmente a certi speculatori abili nel giocare sul valore reale o presunto di un brand e poco sensibili a tutto ciò che vi è intorno, alle persone soprattutto. Non fosse perché (anche oggi) compare sul Corriere della Sera una pagina pubblicitaria della Hitman in cui si offrono giacche tasmania in seta e lino a 100 euro (cioè a un quinto del valore originale) non verrebbe facile ricordarsi di questo ex grande nome della moda maschile italiana. Ed è forse solo perché la Hitman ha trovato una voce narrante che stiamo a chiederci che ne è delle lavoratrici che ancora ne tengono aperta una qualche attività. Perché come la sequoia non cade se non c’è un fotografo a immortalarne la caduta, le storie di imprese ed operai non si raccontano da sole.

Andiamo per ordine. Giuseppe Augurusa –la voce narrante di Il canto delle cicale- è un dirigente sindacale anomalo con la strana abitudine di ragionare come se stesse anche dall’altra parte, perché “oggi come oggi nessuno, men che meno il sindacato, può limitasi alla difesa dei diritti acquisiti senza vedere cosa accade intorno  e se vuoi parlare con il Ceo di un’azienda un po’ ti devi informare”. E infatti Augurusa ha dedicato anni a informarsi sulle vicende dell’Hitman da quando cioè l’azienda iniziò a perdere il magico fulgore che l’essere un grande nome dell’Italian Fashion le dava (nei suoi uffici stile aveva fatto pratica perfino un giovane Armani) fino alla crisi e alla chiusura dei reparti produttivi.

Il canto delle cicale non è un libro facile. Si propone infatti a due letture parallele. L’autore ha scelto la forma del romanzo parlando in prima persona e raccontando aneddoti, dialoghi, atmosfere ma il materiale è rigorosamente documentale: atti processuali, articoli di giornali, dati. Nelle pagine si intrecciano più storie: quella del sindacalista che abbraccia le sorti di un’azienda data per spacciata in un mix di dovere professionale e curiosità intellettuale, quella delle operaie che sintetizzano la categoria antropologica ancora poco sondata del post femminismo abituato a fare i conti più con la realtà dei mutui e dei figli da crescere che con le teorie e, naturalmente, quelle degli attori economici, i cavalli di razza del business internazionale che  entrano in scena di volta in volta, per lo più facendo danni. Perché il sentimento che pervade le pagine è tutto sommato l’incredulità: come può un’azienda come Hitman voluta da un grande nome della moda come Cerruti finire male? Ma davvero non è possibile dire che in fondo si è trattato di un equivoco e che basta volere e si può ripartire?

E qui il racconto si fa complesso e malgrado gli sforzi dell’autore non è facile stare al passo con gli eventi di questa azienda, prima di successo e poi, dopo passaggi di proprietà e sbilanciamenti gestionali, oscure gestioni finanziarie, in bancarotta. Vi compaiono protagonisti di rilievo come Fin.Part, la società finanziaria a capo di un gruppo di oltre 2.200 dipendenti, i cui manager acquisirono notorietà sulle cronache giudiziarie per  quello che è stato considerato uno dei più grossi crack finanziari, tanto che la vicenda fu ribattezzata dai giornali  “la piccola Parmalat”. Una storia, quella della Hitman che non si risparmia niente per stupirci, neanche un Gheddafi faccendiere ed investitore finanziario!

Chiuso il libro, alcune  domande nascono spontanee. Le rivolgiamo a Giuseppe Augurusa.

Visto come sono andate le cose, ha senso aggrapparsi ad un’azienda data per morta? Non avrebbe più senso suggerire ai lavoratori di inventarsi un nuovo destino lavorativo anziché continuare a timbrare in un’azienda popolata da fantasmi?  

Giuseppe è uno che riflette prima di rispondere, da sindacalista sa che le parole hanno un peso. “Nel libro ho utilizzato una metafora forte, quella del malato terminale per indicare il destino segnato e tuttavia indeterminato nel tempo di quello che spesso sembra essere «un accanimento terapeutico sui corpi inermi di fabbriche in disfacimento » e tuttavia, proprio come un medico responsabile, ho sempre ritenuto che nei limiti della ragionevolezza sia necessario tentare ogni soluzione se  all'orizzonte si intravede una possibilità. Nel caso Hitman non sono stati  il mercato o il prodotto le cause scatenanti della crisi, ma soprattutto i comportamenti illeciti di manager irresponsabili. In un paese dove da anni la distribuzione del lavoro si riduce progressivamente mentre l'intervento finanziario nell'economia reale cresce in modo esponenziale è doveroso pensare ad un nuovo comune destino lavorativo, ad una nuova "rivoluzione industriale", capace di porre in equilibrio domanda, offerta e modelli di crescita sostenibile. Con altrettanta determinazione però è doveroso affrontare il tema del nuovo lavoro con i piedi piantati bene per terra: troppe sono le esperienze velleitarie, avulse dal contesto, prive degli elementari fondamentali economici che producono nuovi fallimenti e nuove frustrazioni. Immaginare un paese nel quale si introduca uno straccio di politiche di indirizzo, di specializzazioni, di accesso al credito, di sostenibilità, non è un'ingerenza da Repubbliche popolari, ma semplicemente il compito di uno Stato non assente”

Cosa resta della vicenda Hitman...? “Un outlet, sette dipendenti e  tanta tristezza”.

Quale lezione possiamo imparare?Che l'aspirazione ad un paese normale è  l'ambizioso obiettivo a cui le prossime generazioni dovrebbero lavorare, senza dimenticare che ciò sarà possibile solo  se saremo capaci di passare da quest'odiosa economia delle relazioni amicali ad un'economia della responsabilità personale. L’Hitman ci ricorda il peso e il valore della responsabilità, nel management aziendale come in ciascun ambito della vita pubblica e che il principale problema è la selezione di gruppi dirigenti adeguati, capaci e irreprensibili”.  

 Il canto delle cicale è edito da Minerva Edizioni, 2012


  
Pubblicato da Aurora Magni il 16/06/2013
Archiviato sotto libri

Commenti
Da Fabio Guenza il 23/06/2013 20.01
Grazie Aurora, bellissimo articolo e intervista! Mi stimola una riflessione a sulla nuova frontiera (!) del Canton Ticino, verso la quale molti si stanno spostando con lo stesso spirito "da invasione delle cavallette" di quei manager di cui si parla qui. "Proviamoci, perché il sistema funziona e si pagano poche tasse. Se poi va male, pazienza, tanto più che i lavoratori sono garantiti dal sistema svizzero". Facile prevedere come andrà a finire. Povera Svizzera...



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