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Il design italiano? Un mix di competenza, coraggio e sentimento
Pubblicato da Aurora Magni il 06/04/2018 - 0 commenti - visualizzazioni: 1397
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Quantificare l’industria del design è difficile. A parte le società che hanno nella propria mission l’obiettivo di progettare, produrre e commercializzare ‘oggetti complessi ad alto valore simbolico[1]’  il tessuto economico italiano è pervaso dal design che si concretizza in mobili, abiti, automobili, packaging,  attrezzature e moltissime altre forme estetiche e funzionali talvolta senza nemmeno avere l’ambizione di definirsi appunto design. 

A quantificare i soggetti economici che contribuiscono a dare al design italiano l’importanza e la reputazione che il mondo gli riconosce ci ha provato Fondazione Symbola che in collaborazione con Federlegno ha presentato a Milano, in Triennale, il secondo rapporto Design Economy.

Presenti, oltre al direttore  Domenico Sturabotti che ha illustrato i contenuti della ricerca, Ermete Regalacci (Presidente di Symbola), Stefano Boeri (presidente Triennale) e Stefano Bordone (vicepresidente Federlegno).

‘ Il design – ha spiegato Sturabotti- si conferma una delle più solide strategie anticrisi: le oltre 179.000 imprese europee infatti, hanno prodotto nel 2016 un fatturato superiore ai 25 miliardi di euro. Di queste una su sei parla italiano, perché il design è un marchio di fabbrica del made in Italy e contribuisce all’attrattività dei nostri prodotti a livello internazionale. Ed è anche grazie al design –oltre che alla moda- se il made in Italy è oggi il terzo marchio più conosciuto al mondo, (dopo Coca Cola e Visa). Le imprese italiane  attive sono 29 mila, più delle circa 26 mila tedesche e francesi, delle oltre 21mila inglesi, delle 5mila spagnole. E producono valore. Con 4,3 miliardi di euro di fatturato realizzato dal comparto, pari allo 0,3% del Pil, l’Italia è seconda tra le grandi economie europee dopo il Regno Unito (7,8 miliardi), davanti a Germania (3,8), Francia (2,1) e Spagna (1,1)’.

Un successo che trova nelle persone il punto di forza. ‘In Europa –ha continuato Sturabotti-un addetto nel design su sei è italiano e in tutto possiamo contare su oltre 48 mila lavoratori del settore (il 16,6% del totale Ue). Dati in evidente crescita soprattutto negli ultimi cinque anni, in piena crisi: +1,5% per occupazione e +3,6% per fatturato. Siamo sul podio anche considerando il fatturato per addetto, che in Italia è di circa 90 mila euro. Meglio del valore medio comunitario (87.255 euro). Superano il fatturato per addetto italiano solo quello spagnolo (oltre 100mila euro per addetto) e del Regno Unito (oltre 137mila euro)’.

Difficile a questo punto non cedere alla retorica che vuole le filiere italiane prime al mondo in professionalità, gusto, esperienza, saper fare, ma tant’è.

Importante notare che questo successo  viaggia di pari passo con l’innovazione tecnologica. L’Italia si colloca seconda per numerosità di brevetti di design, ma in ben 22 delle 32 categorie aggregate previste nella classificazione ufficiale Locarno risulta essere prima, seconda o terza. 

I dati evidenziano naturalmente il ruolo che la Lombardia (ma soprattutto Milano) ricopre in questo scenario. E’ milanese l’11,6% delle imprese a cui si aggiunge la quota delle imprese bergamasche (2,5%) bresciane (2,4%), comasche (2,3%) brianzole (1,09%) varesotte (1,05%). Torino e Roma partecipano al comparto rispettivamente con il 6,6% e il 5.6%. Non serve ricordare che Milano è inoltre la sede del Salone del Mobile che accoglie ogni anno milioni di visitatori da ogni parte del mondo.

La formazione

Lo studio si è poi concentrato sull’offerta formativa volta alla preparazione dei futuri designer. Gli istituti di formazione specifica sono una novantina: 29 Università, 20 Accademie di Belle Arti, 20 Accademie Legalmente Riconosciute, 14 Istituti autorizzati al rilascio di titoli AFAM e 6 Istituti Superiori per le Industrie Artistiche (ISIA). Le regioni più attive nella formazione di designer sono Lombardia, Lazio e Piemonte, le prime due entrambe con 10 e il Piemonte con 6 istituti di formazione.

Nel 2016, i professionisti del design diplomati negli 89 istituti di formazione riconosciuti dal MIUR sono stati 7094. Un dato in crescita del +9% rispetto al 2014 e che fa ben sperare sul futuro del comparto. Tutto bello, è stato detto, ma urge recuperare le scuole ‘arti e mestieri di alta qualità’ e dar corpo a un capitale sociale e a comunità culturali in grado di mantenere alta la creatività italiana nel prossimo futuro.

Il dibattito

Se l’Italia mantiene la leadership della produzione e della ideazione del design la spiegazione è riconducibile anche a fattori relazionali ed affettivi difficilmente spiegabili con le tradizionali categorie economiche.

La storia del design italiano –su questo punto i relatori erano tutti d’accordo- è (anche) storia di amici e di relazioni professionali consolidate e nel contempo aperte alla reciproca contaminazione, una storia che si è alimentata dei luoghi culturali e d’incontro che la Milano ‘ante-WhatsApp’ era in grado di offrire ai suoi creativi.

Due parole sono ricorse più volte nel corso del dibattito ed è bello ricordarle: affettività (tra le persone che realizzano l’oggetto e lo useranno, tra loro e l’oggetto stesso, tra i creativi e il loro territorio) e coraggio perché, è stato ricordato, quella del design è un’industria ad alto rischio in cui la visione prevarica l’idea di vendibilità e si espone in terreni inesplorati.

E non ditemi che a questo punto non vi è venuta voglia di uscire a comprarvi un utensile da cucina o una poltrona.

Il rapporto Design Economy è scaricabile qui http://www.symbola.net/assets/files/designeconomy_web_5.04.18_1522932065.pdf

 

 



[1] https://www.domusweb.it/it/design/2006/06/14/domus-abitare-design-derby.html

 


  
Pubblicato da Aurora Magni il 06/04/2018
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