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Il Fast Fashion può sposare la circular economy?
Pubblicato da Aurora Magni il 25/01/2018 - 0 commenti - visualizzazioni: 1434
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I principali nomi del fashion globale da  Zara a ASOS, da H & M al gruppo Kering, da Adidas a Hugo Boss per citarne solo alcuni, hanno dichiarato il loro impegno per politiche d’impresa orientate ai principi dell’economia circolare aderendo all’iniziativa promossa dalla Global Fashion Agenda durante il Copenhagen  Fashion Summit scorso. In particolare sarebbero 64 i marchi che si impegnano così ad accelerare la transizione verso un modello di business circolare che riduca gli sprechi schiaccianti del settore. Alla prossima edizione del  summit (maggio 2018) saranno forniti aggiornamenti sullo sviluppo del programma.

Queste le aree di impegno indicate: eco design, raccolta e riuso di indumenti usati,  utilizzo di materia prima da riciclo. Una politica che per essere praticata, riconoscono i firmatari dell’impegno, necessita di innovazioni organizzative, formazione degli stilisti e dei designer, inserimento di caratteristiche di durata, riparabilità e riciclabilità dei capi, utilizzo di packaging coerente con i programmi di economia circolare descritti.

Sull’avvio di azioni concrete per la raccolta nei punti vendita di capi usati si sono ad esempio espresse ASOS che lancerà uno sistema di raccolta e riciclo di indumenti  nel Regno Unito e in Germania mentre Inditex, entro il 2020 collocherà nei negozi di Zara, Stradivarius, Massimo Duty, Bershka e Pull and Bear,  cassonetti per la raccolta dei capi la cui gestione sarà affidata ad organizzazioni locali che provvederanno a ridistribuire e riciclare gli  indumenti.

Fino a qui la notizia che non può che rallegrarci.

Restano alcuni dubbi su come possa coesistere il modello di business del Fast Fashion basato su cicli di vita del prodotto molto brevi per favorire il rinnovo continuo di guardaroba e scaffali e il supporto –mediante il recupero e la vendita di capi usati- di una distribuzione ‘alternativa’ e come tale potenzialmente concorrente.

I casi sono due: o si è di fronte a un’operazione di marketing (e di greenwashing) o il Fast Fashion ha deciso di cambiare pelle e ridisegnare le proprie logiche. Staremo a vedere.


  
Pubblicato da Aurora Magni il 25/01/2018
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