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Il punto sul biotech
Pubblicato da Aurora Magni il 13/06/2012 - 0 commenti - visualizzazioni: 3173
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 “L’Italia vanta a livello europeo la terza posizione per numero di imprese di biotecnologie; all’aumento del loro fatturato totale corrisponde una crescita più che proporzionale degli investimenti in ricerca e sviluppo. Attive nei settori della salute, dell’agroalimentare e in campo industriale, le nostre biotech confermano la capacità di trasformare l’eccellenza della ricerca italiana in nuovi prodotti e servizi, e costituiscono una realtà estremamente dinamica e competitiva, in grado di superare la ciclicità che caratterizza altri comparti industriali”

Così recita il rapporto 2012 sul meta settore delle biotecnologie  promosso da Assobiotec, Farmindustria e Ice e condotto da Ernst Yuong e che ha coinvolto 394 imprese che investono in Ricerca & Sviluppo (R&S) nel campo delle biotecnologie.

Le aziende biotech sono solitamente identificate con il settore farmaceutico e della ricerca medicale ma le  biotecnologie trovano crescente applicazione anche in altri comparti industriali  per questo si parla sempre più spesso del biotech come di un meta-settore. Non a caso, l’OCSE prevede che, nel 2030, le biotecnologie avranno un peso rilevante nella produzione dello 80% dei prodotti farmaceutici, del 35% dei prodotti chimici e industriali e del 50% dei prodotti agricoli, per un valore diretto stimato del 2,7% del PIL globale. Entro lo stesso periodo inoltre le biotecnologie per la salute umana saranno superate dalle biotecnologie industriali e agroalimentari, che varranno per il 75% del valore aggiunto lordo dell’intero settore biotecnologico. Si sta quindi delineando la figura dell’azienda “utilizzatrice finale”, vale a dire di un’impresa che, pur operando in un settore “tradizionale”, integra prodotti o tecnologie biotech nei propri processi produttivi, al fine di migliorarne la resa e la qualità, o diminuirne l’impatto ambientale.

Il rapporto sottolinea infatti l’orientamento alla sostenibilità delle aziende: “Sono sempre più numerose le aziende che, pur operando in settori “tradizionali”, integrano prodotti e tecnologie biotech nei propri processi produttivi, al fine di migliorarne la qualità e la resa, e di diminuirne l’impatto ambientale. Nessun processo produttivo risulta, infatti, meno invasivo sull’ambiente di quello dei processi naturali dai quali, non a caso, le biotecnologie originano. La bioeconomia è la sfida che l’Europa sta raccogliendo per l’affermazione di un nuovo modello di sviluppo sostenibile, in grado di generare valore e occupazione.”

 L’idea è di passare da un’economia basata sugli idrocarburi a una basata sui carboidrati, cioè sugli zuccheri, con i quali si possono fabbricare moltissime altre molecole, esattamente come fanno, in natura, gli  organismi viventi. Per questo, si parla sempre più spesso di bioeconomia con riferimento a un modello di sviluppo sostenibile, all’interno del quale trova ampio spazio la produzione di biomasse e la loro conversione in un’ampia gamma di prodotti industriali, quali: fibre tessili, cellulosa, carta, energia, plastiche, sostanze per i settori alimentare e della salute.

La bioeconomia vale oggi, in Europa, più di € 2.000 miliardi l’anno, e dà lavoro a oltre 22 milioni di persone, prevalentemente nelle aree rurali e nelle PMI.

In Europa il fatturato generato dai prodotti bio-based, che nel 2007 ammontava a € 48 miliardi (3,5% dei ricavi totali da prodotti chimici), si attesterà quest’anno su un valore di circa € 135 miliardi (7% dei ricavi totali da prodotti chimici), che saliranno a € 340 miliardi (15,4% dei ricavi totali da prodotti chimici) nel 2017. Nella chimica italiana le biotecnologia valgono oggi il 3,5% del fatturato dell’intero settore, in altri termini, più di € 3 miliardi del fatturato complessivo del comparto chimico originano dall’introduzione delle biotecnologie.  Le tecnologie chiave per l’implementazione di questi nuovi bio-processi sono, da un lato, quelle fermentative, dall’altro - e soprattutto - quelle basate sull’utilizzo di enzimi. Il ricorso a questi catalizzatori biologici altamente specifici e totalmente biodegradabili, è decisivo per l’induzione di reazioni che in loro assenza non potrebbero avere luogo. La pervasività di questa tecnologia è talmente elevata che, nel 2011, il mercato globale degli enzimi ha raggiunto i € 2,7 miliardi.

Il trend delle biotecnologie è destinato ad aumentare nei prossimi anni; quello chimico è, di fatto, uno dei comparti che meglio ha integrato le tecnologie biotech, sviluppando specifici bio-processi industriali nei più svariati ambiti e tra questi il tessile è certamente tra i più interessati. http://assobiotec.federchimica.it/Libraries/documentiPdf/BioInItaly2012_1.sflb.ashx


  
Pubblicato da Aurora Magni il 13/06/2012
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