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La concia nell'economia circolare
Pubblicato da Aurora Magni il 02/09/2018 - 0 commenti - visualizzazioni: 1368
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Della concia siamo abituati a sentir dire peste e corna –e non solo dagli animalisti che l’associano allo sfruttamento intensivo di bovini e ovini-  per l’impatto ambientale delle emissioni prodotte dalle varie fasi di lavorazione. Da quando è cresciuta la sensibilità del consumatore  conciatori, produttori chimici e sviluppatori di tecnologie si sono resi consapevoli di queste criticità proponendo concrete soluzioni, come ricordato nel bilancio di sostenibilità prodotto da UNIC nel 2018.

Un aspetto ci interessa approfondire: come si colloca questo complesso processo di lavorazione nell’ambito dell’economia circolare? Abbiamo rivolto questa domanda a Roberto Vago, manager di Assomac e profondo conoscitore del comparto che ha collaborato alla stesura del volume Macchine per pelle e calzature e sostenibilità ambientale, a cura di Carlo Milone edito da Edizioni Assomac, 2016.

Potrei iniziare ricordando che la concia agisce su uno scarto dell’industria agro alimentare, la pelle dell’animale appunto altrimenti destinata allo smaltimento, nobilitandola in prodotti di considerevole valore come scarpe, borse, interni auto– ci risponde- ma vorrei sottolineare un aspetto solitamente poco conosciuto. La concia è un processo industriale che utilizza materie prime seconde derivanti da altre filiere industriali, materiali comunemente denominati BY-Products  altrimenti destinati allo smaltimento in discarica o alla termovalorizzazione.’

Possiamo fare qualche esempio?

‘Innanzi tutto il sale, usato per impedire il deterioramento della pelle prima della concia. Quello utilizzato  è uno scarto del processo di raffinazione a causa dell’elevato carico di impurezze che lo rendono inadatto ad un uso alimentare. Altri scarti dell’industria alimentare riciclati per la concia sono gli oli per ingrassare la pelle, la caseina che è una componente delle formulazioni (compound) per la fase di rifinizione. Gli sgrassanti invece  (es. gli alcooli etossilati) sono scarti dell’industria della detergenza mentre la glicerina, additivo utilizzata come mezzo coadiuvante o di integrazione deriva  dalla produzione del BIODIESEL.’.

Cromo si, cromo no?

‘Sicuramente il cromo è una sostanza critica e la sua eliminazione dai processi di concia –ma anche tessili- sarà un vantaggio per l’ambiente e la salute delle persone. Occorre però tenere presente che il processo di recupero, durante la depurazione dei reflui, permette di riutilizzarlo con efficienze molto elevate. Inoltre è anch’esso coerente con una logica di circolarità dei materiali essendo una componente seconda del processo di estrazione mineraria. Nel panorama mondiale le soluzioni alternative al cromo, ad esempio tannini di sintesi, non sono ancora una realtà. Solitamente si sottolinea la caratterizzazione bio dei tannini, più adottata è l’utilizzo di tannini vegetali, ma è bene ricordare che sono prodotti derivanti da frazioni meno nobili di processi di estrazione da piante, quindi anch’essi risultato di riciclo’.

 

Qualche dato (Fonte: Progetto Lifetan)

Per ottenere 200-250 kg di pelli finite sono necessari 1.000 kg di pelli salate fresche, 400-600 kg di reagenti e 20-40 m3 di acqua. Si  producono circa 500 kg di fanghi che si aggiungono agli oltre 500 kg di rifiuti/scarti solidi.


  
Pubblicato da Aurora Magni il 02/09/2018
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