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La sostenibilità è (soprattutto ) un nuovo modello industriale
Pubblicato da Aurora Magni il 16/03/2015 - 0 commenti - visualizzazioni: 3129
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I tempi sono maturi per un salto di qualità nell’approccio alla sostenibilità. Dalle coraggiose e a volte pionieristiche iniziative di singole aziende che affrontano il problema soprattutto scegliendo materie prime dotate di una storia sostenibile e le relative certificazioni, si passa oggi ad un approccio che chiama in causa il sistema industriale a 360 gradi e attribuisce un ruolo fondamentale non solo alla filiera tessile ma anche alla chimica e alle tecnologie.

A conferma di ciò due fatti interessanti:

1.      Cresce il numero di produttori e/o commercianti di coloranti e ausiliari che presentano proprie positive list dei prodotti coerenti con le richieste delle principali campagne ecologiche o dei brand più esposti sul tema della sostenibilità,

2.      è in espansione l’iniziativa di Acimit “Sustainable technologies” che definisce le tecnologie destinate a processi tessili in base alla performance ambientale degli stessi.

Cosa c’è alla base di questo cambiamento? Certo una maturazione del settore tessile  che ha visto i limiti di una strategia focalizzata su un solo aspetto della sostenibilità senza che il mercato fosse in grado di apprezzarlo come dimostra la scarsa efficacia commerciale dell’equivalenza “fibra biologica o second life = impresa green”. Ma forse la risposta chiama in causa i nuovi scenari in cui  l’industria  della moda opera oggi.

Ci riferiamo in particolare alla pressione esercitata dai movimenti ambientalisti sui brand e tramite questi sui produttori di tessuti i quali devono, per rispondere ai propri clienti, operare a loro volta pressione  sui fornitori di materie prime, coloranti e ausiliari. Un effetto domino che va ben oltre le dinamiche commerciali della suppy chain introducendo un nuovo modello organizzativo in quella che Porter ha chiamato la catena del valore condiviso.

 

Il sistema controlla se stesso

Il modello organizzativo classico a cui ci ha abituato il sistema delle certificazioni prevede che un ente terzo sviluppi dei parametri e delle modalità di verifica e che le imprese interessate ad avvalersi di un determinato certificato vi si attengano ottenendo il diritto di utilizzare il logo  attestante l’avvenuta certificazione. Il controllo è cioè delegato all’ente terzo, almeno nelle certificazioni di tipo I.

Il modello messo in campo da  Detox  da questo punto di vista è davvero rivoluzionario. Posto un obiettivo (ambizioso) cioè l’eliminazione di 11 classi di sostanze chimiche tossiche, l’impegno assunto e il corretto comportamento dell’azienda nel mantenerlo non sono oggetto di verifica ispettiva da parte di chicchessia ma affidati al controllo del cliente sul fornitore ma nel contempo potenzialmente esteso a chiunque ritenga di volerlo esercitare. Come noto i dati tecnici dell’azienda che sottoscrive Detox, i suoi fornitori, perfino i test di laboratorio sono visibili sul sito aziendale, in piena trasparenza. Il che fa si che siano gli attori stessi a controllare il sistema, non vi sia cioè delega ad un ente superiore.

Alla base di questo meccanismo vi sono due importanti assunti.

-          il valore di un’azienda è soprattutto nella sua reputazione, la correttezza delle informazioni rese, il coraggio espresso nell’assunzione di impegni destinati a migliorare la qualità dell’ambiente e la vita delle persone, i risultati ottenuti (ma anche i limiti e le difficoltà dichiarati) ne sono parte integrante,

-          a differenza di quanto avveniva in passato oggi esistono potenti strumenti di condivisione e di controllo. Può piacere o meno ma innegabilmente web e social network hanno cambiato il modo di esprimere la partecipazione e il controllo sociale con effetti che possono essere virtuosi o meno a seconda della reputazione degli attori  che li agiscono. Vale  per la politica e per le discussioni amene, vale per l’economica e vale per l’industria della moda non immune da questi nuovi fenomeni come alcune pressioni dell’opinione pubblica su brand a proposito di argomenti sensibili come l’animalismo e  l’anoressia hanno recentemente dimostrato.

  

Il nuovo ruolo dell’industria chimica

Da sempre abituata a dover difendere la propria reputazione dagli attacchi ambientalisti la chimica oggi sembra ben intenzionata a giocare a pieno  titolo il suo ruolo.

Lo fa investendo in ricerca ed interpretando la richiesta di coloranti e ausiliari privi di determinate sostanze come un’opportunità di espansione commerciale. Ma soprattutto sembra ben comprendere il valore informativo e garantista che può offrire ai propri clienti vendendo insieme alle formulazioni chimiche “sicure” un servizio reputazionale di cui i clienti possono avvalersi acquisendo più potere competitivo nella filiera.

Non si spiegherebbero altrimenti le positive list esposte sui siti delle multinazionali della chimica tessile. Un fenomeno sulla cui positività non nutriamo dubbi.

Il modello Detox sarà solo una moda passeggera?

Noi crediamo di no. Cambieranno gli input e gli obiettivi (alle 11 classi di oggi se ne alterneranno altre tra 10, 20 anni), cambieranno i soggetti proponenti -i brand e gli stakeholders- ma il processo è avviato.

Dalla democratizzazione del lusso alla democratizzazione del controllo. E i vantaggi sull’ambiente e sulla salute delle persone saranno visibili, forse lo sono già.

 


  
Pubblicato da Aurora Magni il 16/03/2015
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