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L'allevamento delle razze da tosa in Italia
Pubblicato da Redazione Blumine il 24/05/2010 - 2 commenti - visualizzazioni: 12223
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Un po’ di storia

L’Italia è stata fino ai primi del secolo scorso un importante produttore di fibre tessili, soprattutto lana, quantitativamente tanto importante da caratterizzare l’economia di vari stati preunitari. Dal basso Medio Evo in poi possiamo immaginare le strade dell’Italia attraversate da milioni di pecore transumanti che si spostavano dalle aree montane, dove le greggi trascorrevano le epoche calde dell’anno, alle aree pianeggianti, spesso paludose e malariche, dove invece trascorrevano le stagioni fredde. Tutto un reticolo di vie esisteva già dall’epoca pre-romana e intorno a tali vie era sviluppata una vita economica e pastorale assolutamente specifica. Il Granducato di Toscana, lo Stato Pontificio e l’allora Regno delle Due Sicilie avevano creato delle apposite Dogane per riscuotere le tasse che derivavano da tale movimento. Esistevano poi normative specifiche, anche transnazionali che disciplinavano secondo criteri stabiliti da millenni le regole di affida e gestione dei  pascoli.

A partire dalla metà del XIX secolo, con la progressiva liberalizzazione del mercato mondiale della lana, questo sistema pastorale è progressivamente scomparso e ora razze come la Gentile di Puglia o la Sopravissana, che contavano all’epoca  milioni di animali, sono ridotte a poche migliaia di capi. Contemporaneamente alla scomparsa di questo sistema produttivo scompare in Italia anche l’interesse alla ricerca nel campo degli animali produttori di fibre tessili.

L’inversione di tendenza inizia circa venti anni fa.

A partire dall’inizio degli anni ‘90 l’ENEA, nell’ambito di una strategia di proposta alternativa ai sistemi agricoli tradizionali, in particolare della sua politica di diversificazione delle ricerche, organizza un gruppo di Agrobiotecnologie avanzate che ha il compito di creare innovazione in campo agricolo e zootecnico. Contemporaneamente presso l’Istituto di Produzioni Animali della Facoltà di Medicina Veterinaria di Perugia, allora diretto dal Prof. Franco Valfrè, si attiva una linea di ricerca sul colore e sulla struttura del mantello dei mammiferi domestici. Questa ricerca passa poi all’Università di Camerino e dalla convergenza di questi due interessi e da esperienze di ricerca Internazionale svolte dai due gruppi ENEA ed Università di Camerino, prevalentemente in America Latina nel settore delle fibre naturali di origine animali, nascono i progetti che hanno rivitalizzato l’allevamento degli animali da fibra in Italia.

 

Il progetto Enea sugli animali da fibra: l’arrivo delle capre angora

Il 1990 è l’anno in cui l’ENEA concretizza il suo interesse sugli animali da fibra importando in Italia, dalla Nuova Zelanda, il primo gregge di Capre Angora. L’idea nasce dalla necessità di creare un’alternativa alle pratiche zootecniche estensive tradizionali indirizzate alla produzione di latte e carne e mediante recupero di aree agricole abbandonate e marginali. Il progetto si prefigge lo scopo di ricreare una filiera di produzione che sia basato esclusivamente su animali da fibra in grado di fornire un reddito integrativo all’impresa agricola tradizionale, attraverso sistemi caratterizzati dal basso costo d’impiego di  mano d’opera. Il gregge, mantenuto prima nelle vicinanze della Stazione ENEA la Casaccia e successivamente spostato prima presso l’allora Istituto Sperimentale della Zootecnia di Potenza e poi presso l’Azienda La Maridiana (Umbertine, Umbria), è tutt’ora esistente e si è diffuso in Italia. Il sistema di allevamento è oramai ampiamente consolidato, la gestione genetica oculata ha permesso di evitare pericolosi incrementi di consanguineità e la produzione degli animali è progressivamente aumentata. L’allevamento della capra Angora, pur essendo molto specializzato, attraverso l’esperienza ENEA ha permesso di dimostrare ai nuovi e vecchi allevatori la fattibilità zootecnica ed economica di un sistema per lungo tempo abbandonato.

 

Il progetto “ARINCO”: arrivano gli Alpaca

Nel 1995 la Comunità Europea finanzia all’azienda Maridiana di Umbertide (http://www.alpaca.it/)  ed all’ENEA un progetto dimostrativo sull’introduzione in Italia degli alpaca e di capre Angora nel territorio Umbro. Il progetto, che vede la collaborazione delle Università di Perugia e di Camerino, viene svolto presso l’azienda del Dottor Gianni Berna che negli anni diventerà un’azienda modello e  dimostrativa per la produzione di fibre naturali di origine animale. Il progetto permette di studiare i problemi di adattamento dell’animale agli ambienti pedemontani appenninici e quelli legati alla gestione della fibra. Dall’esperienza di ARINCO nasce l’Associazione Italiana Allevatori di alpaca Italpaca ( http://www.italpaca.com/) che  conta più di 50 soci sparsi in tutt’Italia. Italpaca attiva un programma di selezione genetica volto al miglioramento produttivo degli animali e contemporaneamente i soci sviluppano una loro linea produttiva di manufatti tessili trasformati su piccole filiere produttive. Per questo gli alpaca italiani diverranno, dopo quelli australiani e neozelandesi, i primi al mondo ad essere dotati di un indice genetico che ne certifica la qualità.

 

 Pecore Merinos naturalmente colorate: il progetto Sopravvissana e derivate

Parallelamente al Progetto ARINCO, la Regione Marche finanzia il Progetto “Sopravissana e derivate”, volto al recupero della razza Sopravissana anche attraverso la creazione di nuovi tipi genetici. Il progetto viene gestito direttamente dall’Università di Camerino in collaborazione con ENEA e CIA (Confederazione Italiana Agricoltori) Marche che organizza una rete di allevatori tra cui l’Azienda Agrituristica “La Campana” di Montefiore dell’Aso (http://www.lacampana.it/), in provincia di Fermo che diventa negli anni il centro di miglioramento e produzione per Merino Colorati Italiani.  In questo caso, grazie all’incrocio tra arieti Merinos neozelandesi neri e marroni e pecore Sopravissane  bianche, si creano due linee genetiche colorate, una linea nera ed una marrone.

Dal nucleo fondatore dell’azienda agricola “La Campana “, gli animali si stanno rapidamente diffondendo anche grazie ad un progetto della Regione Abruzzo, tuttora in corso, dal titolo “Vesti l’ambiente”, gestito dall’Università di Teramo in collaborazione con l’Università di Camerino. Sulla scia dei risultati ottenuti poi i GAL (Gruppo Azione Locale)  Sibilla e Piceno della Regione Marche hanno finanziato un progetto dal titolo  “Le vie della lana” che ha permesso di arrivare alla definizione di un IGP (Indicazione Geografica Protetta) per le lane colorate, a breve presentato alla Comunità Europea per essere approvato. Nell’iniziativa è stato poi coinvolto il consorzio di produttori Cappeldoc di Montappone (AP) (http://www.cappeldoc.com/) specializzati in cappelli ed accessori per l’abbigliamento per la promozione e la valorizzazione delle lane prodotte.

Le lane naturalmente colorate nel progetto sono state particolarmente apprezzate e, lavorate nell’ottica della filiera, hanno prodotto valori aggiunti interessanti per l’impresa agricola produttrice. Inoltre la loro finezza media, aggirandosi intorno ai 20 micron, che con la selezione si sta provvedendo a migliorare ulteriormente, ha trovato anche l’interesse dell’industria tessile Italiana tradizionale, tanto che la ditta  da lanciare da parte dell’impresa Lane Bottoli di Vittorio Veneto (http://www.lanificiobottoli.com/) , una linea di tessuti ecologici 100% lana Italiana anche naturalmente colorati,  contraddistinta dal marchio Lanaitaliana®.

 

 Coloranti vegetali: il progetto Cilestre

La Regione Marche attiva, contemporaneamente al progetto sulla Sopravissana quello sul recupero di coloranti vegetali per tingere lane bianche, il progetto “Cilestre” promosso dalla CIA Marche. L’azione ha permesso di recuperare le più tradizionali piante tintoree coltivate nell’Italia Centrale e di mettere a punto le tecniche di coltura e di estrazione e ha favorito lo sviluppo di una imprenditoria privata di grande valore, legata attualmente ad importanti gruppi industriali. Dal progetto Cilestre nascono poi collegamenti con progetti promossi in altre Regioni come Umbria e Toscana. Ultimo, il collegamento con il Corso di laurea in Valorizzazione e Tutela dell’Ambiente e del Territorio Montano della Facoltà di Agraria dell’Università Statale di Milano, che si è fatto promotore di un INTERREG sull’argomento tra l’Italia e la Svizzera. 

 

La necessità di strutturare la filiera tessile: il consorzio Arianne.

Tutte le esperienze di introduzione di animali da fibra si sono scontrate con la difficoltà di gestire il prodotto dalla fase della raccolta a quella del filato e del manufatto, non esistendo più in molte parti d’Italia una filiera ben organizzata in particolare per produzioni di media e piccola quantità. Per ovviare a questo inconveniente e per permettere agli allevatori di aumentare il valore aggiunto del prodotto, passando dalla vendita della fibra bruta a quella del filato e/o del manufatto, l’Università di Camerino e l’ENEA hanno  creato un Consorzio Internazionale per la ricerca e il trasferimento tecnologico delle fibre (Consorzio Arianne http://www.consorzioarianne.eu/). Nato nel 2001, il Consorzio associa allevatori e produttori di fibre con industriali, artigiani e Enti pubblici e privati che ruotano intorno al mondo del tessile e che negli anni precedenti avevano in qualche modo partecipato ai progetti territoriali promossi dall’ENEA e dall’Università di Camerino. Grazie a contatti stabiliti con i trasformatori, a diverso livello della filiera, il Consorzio è attualmente in grado di fornire ai produttori tutto il servizi necessario per la lavorazione delle fibre fino ai manufatti. Allo stesso tempo il Consorzio è stato in grado di proporsi come promotore di progetti di ricerca e sviluppo territoriale nazionale ed internazionale potendo mettere a disposizione delle iniziative esperienze capaci di coprire l’intera filiera tessile.

 

La capra cashmere : l’associazione capcashit.

Diversi anni fa, nella sua azienda in Radda in Chianti (http://www.chianticashmere.com/), Nora Kravis, una veterinaria statunitense trapiantata in Italia e socia fondatrice del Consorzio Arianne, ha iniziato l’allevamento di capre Cashmere. L’esperienza si sta adesso diffondendo e per questo è stata creata un’Associazione, CAPCASHIT (http://www.capcashit.it/ )che raggruppa tutti gli allevatori di questo tipo di animale. L’Associazione ha predisposto un piano di selezione e si sta occupando, sempre con il supporto del Consorzio Arianne, della lavorazione della fibra. L’Associazione sta rapidamente crescendo e presto verrà inclusa all’interno dell’Associazione Nazionale della Pastorizia (ASSO.NA.PA.) con un suo Registro specifico.

 

Conclusioni.

Il quadro sopra presentato dimostra di una serie di iniziative che, se associate ad altrettante  nel campo delle fibre tessili vegetali, sta a dimostrare una grande effervescenza del sistema. Sempre più persone interessate si avvicinano a queste esperienze. Spesso si tratta di “neo rurali”, i quali vedono nell’animale da fibra un sistema di produzione particolarmente rispettoso dell’ambiente e interessante come integrazione di reddito di altre attività, agricole e non agricole. E’ un sistema di produzione che, se seguirà le dinamiche di questi ultimi anni, sarà in grado di crescere moltissimo. Per esso, la componente scientifica si è messa a disposizione, come esempio positivo di integrazione tra il mondo della produzione e quello della conoscenza.

Le azioni sopra descritte inoltre dimostrano che il nodo fondamentale per il funzionamento dei sistemi di produzione di fibre tessili naturali è quello di organizzare la filiera in modo da permettere il reinvestimento di parte del valore aggiunto prodotto direttamente nell’impresa agricola produttrice di materia prima. Tali sistemi inoltre aprono unasfida futura per il mercato della Fibra Fina che oltre alla Qualità, oramai in Italia data per scontata, chiede la “personalizzazione dei prodotti”, infatti il consumatore reclama sempre di più informazioni  sulla “storia” di ciò che compra e quindi l’approccio di filiera corta rappresenta oramai anche nel settore tessili industriali una delle strategie premianti.

È ovvio che, per ottenere qualità su strutture di filiere corte, sia importante migliorare la produzione di materia prima, perché è da questa prima fase della filiera che si inizia a lavorare per la qualità, intesa come omogeneità e finezza della fibra. La qualità però non può prescindere  dall’organizzazione di piani di miglioramento di produzione di fibra basati su obiettivi e criteri di selezione condivisi a livello internazionale.

Personalizzazione e storia dei prodotti significa anche territorializzare la produzione e le manifatture ovvero proporre, per certi versi, una “de globalizzazione” del settore tessili naturali, caratterizzata dai territori di origine delle materie prima ma anche dai saperi e dalle competenze delle manifatture capaci di valorizzare la qualità di questi materiali pregiati.

È per questo che il fronte della ricerca dovrà orientarsi non solo al miglioramento del prodotto, ma anche a perfezionare le relazioni tra il prodotto ed i territori che lo producono e che lo trasformano (Ambiente, Cultura e Economia) a partire da studi storico economici specifici che permettano di definire i prospettive di scenari  per lo sviluppo e la valorizzazione delle fibre naturali. 

 

 

(Articolo di Carlo Reineri e Marco Antonini pubblicato su Naturalmente Tessile n. 2/2009)

 

  


  
Pubblicato da Redazione Blumine il 24/05/2010
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Commenti
Da Paola Valvasori il 02/08/2010 12.09
"Vorrei lasciare in questa sezione un breve racconto su una esperienza fatta lo scorso aprile:
Mi sono recata a Forno di Zoldo (Belluno) per visitare l'allevamento di capre cashmere di Marta Zampieri.
I primi capi che hanno dato origine a questo allevamento provengono dall' allevamento del Chianti.
Marta ha ottenuto in 5 anni una trentina di capi,
che utilizza sia per "ripulire" i boschi,
sia per l'estrazione della fibra, che viene fatta filare nel biellese e tessere a telaio da mani esperte.
Marta ricava così delle stole incredibilmente leggere, morbide e brillanti, nei colori originari della fibra.
Memore di quell'esperienza, visitando in luglio il Pitti filati, e visionando i campionari delle aziende più prestigiose,
non ho trovato nulla di così bello ai miei occhi, e così convincente.
Non so se ci siano dei motivi tecnici che possono darmi delle risposte.
Io credo, da consumatrice inesperta, che tra la stola realizzata da una grande casa di moda di cui non conosco la filiera, e una stola in puro cachemire di Marta Zampieri allo stesso prezzo, beh...sceglierei sicuramente quella di Marta.
Questo perchè il suo prodotto, oltre che bello, è "trasparente".
In esso è infatti è leggibile tutta la sua storia e l'amore, la fatica,l'orgoglio con cui è stato realizzato.
Insomma quello che forse manca a noi consumatori è prima di tutto un senso di sicurezza e fiducia verso ciò che compriamo.
In secondo luogo ci manca quel rapporto affettivo con il prodotto che nessuna pubblicità può istaurare,
perchè la pubblicità non ci mette in vero contatto con gli oggetti, non genera esperienze ma le simula, ci emoziona...ma solo per pochi istanti.
Non a caso Marta riesce a vendere anche in questo periodo di crisi e ad avere continue richieste senza il bisogno di pubblicità ma solo con il passaparola.
E' il caso del "prodotto che si vende da solo" perchè capace di generare emozioni vere."







Da Aurora Magni il 18/08/2010 08.59
Sono d'accordo. Cercheremo di farci raccontare da Marta qualcosa di più sulla sua esperienza. E chissà quante altre ce ne sono lontane dai riflettori della moda e dei brand. Tra gli obiettivi della newsletter vi è anche questo: dare visibilità a quanti sperimentano/creano e inventano nuovi modelli economici.



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