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Lasciatemi spezzare una lancia in difesa del consumatore
Pubblicato da Aurora Magni il 13/04/2017 - 0 commenti - visualizzazioni: 1982
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Un amico mi invia il link a un servizio ‘giornalistico’ sul tema ‘moda sostenibile’. Pur apprezzando la buona volontà della redazione, il contenuto pone qualche domanda sull’efficacia ma ancor prima sulla correttezza dei messaggi trasmetti.

Il servizio ci spiega che la produzione dei  jeans è ecologicamente  critica perché:

-          La pianta del cotone consuma acqua e necessita di pesticidi e fertilizzanti (e fin qui niente da obiettare)

-          I processi di lavorazione sono un disastro per pericolosità delle sostanze chimiche utilizzate e per le emissioni.

Non viene fatta alcuna distinzione tra produzioni europee e quelle realizzate nel Far East né alcuna citazione all’ industria della moda impegnata a ridurre l’impatto ambientali dei processi.

Quali allora le alternative proposte?

Cotone coltivato biologicamente e tinto con coloranti naturali.

Lascio a voi ogni commento su come si possano realizzare i 5 miliardi di jeans annualmente prodotti citati nel servizio con queste modalità.

Il servizio si conclude con un accorato appello al consumatore affinchè si impegni nello shopping responsabile. Non viene detto dove posso trovare i jeans in cotone ‘ecologico’ tinti al naturale e come posso riconoscerli.

Quando si parla di moda sostenibile si arriva sempre qui: il consumatore deve essere più responsabile. Ma di che? E come fa ad esserlo?

Nella maggioranza dei casi chi compra un capo tessile non ha possibilità di accedere ad informazioni affidabili che gli consentano di valutarlo per le sue caratteristiche green. Può, nel migliore dei casi ‘fidarsi’ di un brand  e delle sue eventuali iniziative ambientaliste confidando in cuor suo che non si tratti di greenwashing,

Ma soprattutto: quanto è corretto scaricare questo problema ai consumatori?  Non è piuttosto  l’impresa che deve produrre senza inquinare e che deve garantire la sicurezza di ciò che vende?

In qualità di consumatore sono disposta ad assumermi la responsabilità dell’uso che faccio dell’oggetto che compro ad esempio una volta raggiunta la fase di fine vita ma non voglio responsabilità sulle emissioni prodotte e sulle implicazioni ambientali  e sociale. E come mai potrei?  

Appioppare 'sensi di colpa' al consumatore  perchè non è abbastanza informato e selettivo non suona un po' come una simpatica presa in giro?

 


  
Pubblicato da Aurora Magni il 13/04/2017
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