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Le certificazioni “fanno” sostenibilità?
Pubblicato da Fabio Guenza il 07/01/2012 - 0 commenti - visualizzazioni: 3569
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Si moltiplicano gli schemi di certificazione che possiedono, almeno sulla carta, una valenza di sostenibilità: certamente SA8000, ISO 14001, OHSAS 18001… ma anche le più recenti e meno note ISO 50001 e ISO 14021 (per una panoramica completa di quest’universo in continua evoluzione cfr. il capitolo “Nel labirinto dei marchi e dei certificati” a cura di Lodovico Jucker, all’interno del libro “Il bello e il buono. Le ragioni della moda sostenibile”).
Dal canto loro, anche i documenti di linee guida sulla CSR hanno ricevuto un nuovo impulso dalla recente Comunicazione della Commissione Europea del 25.10.2011, che individua un paniere di 5 autorevoli principi e linee guida internazionalmente riconosciuti sulla responsabilità sociale d’impresa, e invita le grandi imprese europee ad adottarne almeno uno dei primi tre entro il 2014:

  1. Linee guida OCSE per le imprese multinazionali
  2. Linee guida ISO 26000 (verranno adottate dalla commissione stessa)
  3. Global compact ONU
  4. Dichiarazione tripartita ILO sulle imprese multinazionali e la politica sociale (che le multinazionali con sede in Europa sono invitate ad impegnarsi a rispettare entro il 2014)
  5. Principi guida ONU su business e diritti umani

Ma quanto l’adozione di questi strumenti produce sostenibilità? Quanto è sintomo di responsabilità sociale dell'organizzazione interessata?
A giudicare da quanto emerge nel corso dei seminari sulla CSR che sto tenendo in una serie di Camere di Commercio italiane, questo interrogativo è uno dei più diffusi sia tra gli stakeholder che tra le imprese stesse. Non ci si riferisce qui agli aspetti teorici della questione, per i quali un approccio “compliant” alla CSR (cioè incentrato sulle certificazioni) può essere considerato un approccio preliminare ad uno più  “strategico” - destinato ad integrarlo ma non a sostituirlo - ma ad aspetti più pratici, rappresentati da alcuni tipici commenti: “E’ solo burocrazia”, “E’ costoso”, “Chi certifica i certificatori?”, “Non dovrebbero essere le imprese a pagare”, “Non dovrebbero essere obbligatorie”, “E’ una cosa da B2B, cosa c’entrano gli stakeholder?” …Al tempo! Forse è il caso di provare a dare qualche risposta, con l’intento di aprire un dialogo al riguardo.
Le certificazioni:

  1. Sono uno strumento. Come tali, la loro utilità dipende dall’uso che se ne fa. Ci sono imprese che grazie all’adozione di uno schema di certificazione hanno per la prima volta messo mano ai propri sistemi di gestione. E quale impresa oggi, pur piccola, può essere tranquilla della propria competitività senza un minimo di presidio organizzato dei propri sistemi di gestione? Se poi un’impresa vuole solo “il bollino”, o il certificatore chiede solo una compliance formale, sarà questo il motivo per il quale quel certificato sarà privo di significato. Ma è un problema individuale, non dello strumento: nessuno strumento è a prova di utilizzatore, in questo senso!
  2. Sono uno strumento volontario: è vero che a volte sono “forzate dal mercato”, e si rendono necessarie per rimanere nel parco fornitori di un cliente importante, tipicamente  imprese impegnate in percorsi di responsabilità sociale e della GDO, ma è sempre l’impresa che deve decidere se rimanere in quel mercato.
  3. Sono uno strumento che può assicurare premialità nei bandi di concorso, ma non dovrebbe generare esclusioni: la tipica formulazione “sistema di gestione certificato xxx o equivalente”, serve anche a evitare ricorsi al TAR per discriminazione tra concorrenti.
  4. In senso lato, come strumento volontario hanno sempre per definizione una valenza di responsabilità sociale. In senso più stretto, va rilevato che spesso il meccanismo di governance delle certificazioni (organismo titolare dello schema – catena delle responsabilità) ha un carattere multistakeholder che è sinonimo della multilateralità di questi strumenti; quindi ciò che viene certificato non è semplicemente che il sistema “funziona” dal punto di vista organizzativo e del mondo delle imprese, ma che vengono rispettati requisiti che lo rendono tecnicamente accettabile per tutti gli stakeholder coinvolti nella governance. Se questo è vero per gli schemi “privati” – ad esempio SAAS / SA8000, la cui governance è partecipata ma “per cooptazione”, lo e ancora di più per gli schemi “pubblici”: chiunque può partecipare all’elaborazione di una norma UNI, CEN, o ISO, se opera ed ha interesse nella cosa. In questo senso, la credibilità dei sistemi privati dipende dalla reputazione dei partecipanti, mentre quella dei pubblici rispecchia il livello di responsabilità e di empowerment degli stakeholder.

Questi sono solo alcuni spunti di riflessione, senza pretesa di esaustività o assoluta oggettività su un tema molto ampio e rispetto al quale si registrano esperienze molto variegate. Il dibattito è aperto: quali sono le vostre?


  
Pubblicato da Fabio Guenza il 07/01/2012
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