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Le razze laniere in italia. un patriomonio da difendere
Pubblicato da Redazione Blumine il 12/05/2010 - 0 commenti - visualizzazioni: 9008
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La lana è il risultato della domesticazione della pecora

 Più dei due terzi delle popolazioni ovine domestiche allevate attualmente sono costituite da razze specializzate per la produzione della lana, mentre le altre produzioni, carne e latte, hanno  un’importanza molto più ridotta.

Eppure la caratteristica di produrre lana era certamente assente nelle pecore selvatiche probabili progenitrici (muflone orientale, urial, arkhar-argali): la comparsa della lana è infatti una conseguenza della domesticazione della specie. La pecora è comparsa, come animale domestico, circa 10.000 anni or sono, nel contesto del Neolitico Medio Orientale. I reperti ossei rinvenuti nei siti archeologici medio-orientali, relativi agli ovini selvatici, dimostrano che tutti questi animali selvatici erano sottoposti a caccia intensa da parte delle popolazioni semi-nomadi dell’area. La successiva sedentarizzazione di queste popolazioni le ha spinte a domesticare le specie di cui si nutrivano tramite la caccia. La conseguenza più significativa di questo processo è l'intervento diretto dell'uomo sull'evoluzione degli animali ed in tale senso la domesticazione rappresenta una delle possibili interazione tra l'uomo e l'animale insieme alla caccia, alle trasformazioni ambientali che indirettamente incidono sugli animali, e ad altri sistemi

Nessuno degli ovini selvatici presenta infatti filamenti di lana. La struttura del mantello è sempre a doppio strato, uno esterno, detto giarra, costituito da fibre lunghe e grossolane, con funzione di protezione meccanica, l’altro interno, detto lanugine o borra, molto denso e con filamenti molto fini, con funzione di termoregolazione. La domesticazione ha indotto una profonda modificazione nella struttura del mantello, che si è trasformato progressivamente da un mantello a doppio strato, ad un vello omotroico tipo Merinos. Il cambiamento è stato molto lento ed è il risultato del sovrapporsi di numerose mutazioni genetiche, prevalentemente a carico dei follicoli piliferi responsabili della morfologia e crescita delle fibre componenti il vello.

Domesticata come animale da carne la pecora è così divenuta molto precocemente un animale allevato essenzialmente per la produzione di fibre tessili, tanto che l'utilizzo di tale fibra è testimoniato già verso il 2000 a.C. in Europa del Nord e in Egitto.         

 La pecora domestica in italia

 La pecora domestica è arrivata in Italia in epoca preistorica, al seguito delle popolazioni umane provenienti dal Medio Oriente. Alcuni studiosi hanno ricostruito tali migrazioni con un modello confortato dalle datazioni dei reperti archeologici, che attestano la presenza delle prime pecore domestiche in Europa, isole comprese, intorno al V° millennio avanti Cristo. Un esempio della presenza di pecore domestiche in siti archeologici dell’epoca nel territorio umbro-marchigiano sono rappresentate da Ripabianca di Monterado e Maddalena di Muccia. Il sito di Maddalena di Muccia (MC), nella zona pedemontana della valle del Chienti, a poche decine di chilometri all’Alta Valnerina, è riferibile ad un villaggio di uomini ancora dediti principalmente alla caccia, la datazione del sito è di 4700-4560 anni a.C.

A Ripabianca di Monterado (AN), è accertato un insediamento agricolo datato al carbonio radioattivo tra il 4310 ed il 4190, nel quale la fauna è già abbondantemente dominata da pecore e capre; infatti, i resti ossei fanno riferimento al cane (2%), ad animali selvatici (9%), a pecore e capre (64%), a cinghiali o maiali (19%) ed al bovino (6%).

Nelle epoche preromane, la presenza, in vari siti archeologici, in percentuali pressappoco uguali, di resti riferibili ad animali giovani, al di sotto dei 24 mesi, ed adulti testimonia di un duplice utilizzo; l’animale ucciso giovane era utilizzato per la carne, mentre gli adulti venivano sfruttati per il latte, la lana e la riproduzione. L’altezza al garrese degli animali è in media intorno ai 59 cm, con variazioni durante i vari periodi; essa diminuisce a partire dal neolitico fino all’età del bronzo per poi aumentare progressivamente via via che ci si avvicina all’epoca romana. I montoni sono dotati di corna robuste e ben sviluppate, a sezione piatta internamente e convessa esternamente, quasi triangolari e non troppo lunghe; le femmine sono a volte senza corna, sostituite da una piccola escrescenza oppure possiedono corna piccole, di forma primitiva, simili a quelle della capra.

Il vello è ancora prevalentemente peloso, con un numero relativo di filamenti di lana e poche sono le pecore completamente bianche; molto variabili anche i caratteri relativi al portamento del padiglione auricolare, alla coda ed a tutti gli altri caratteri fisici degli animali.

 Ovinicoltura in epoca romana

 Nel campo dell’ovinicoltura l’epoca romana presenta importanti peculiarità. Pur in mancanza di un criterio razziale, gli autori esperti di agronomia dell’epoca (Catone, Varrone, Columella e Palladio), differenziano già le popolazioni ovine a seconda delle diverse attitudini. Plinio per esempio le differenzia in razze da lana, con vello dolce e compatto e razze caratterizzate dalla finezza della carne. La lana rappresenta il prodotto ovino più pregiato e richiesto; la sua lavorazione è praticata un po’ dappertutto e grandi passi avanti sono realizzati con la gestione della riproduzione degli animali nell’ottenimento di animali a vello bianco con lane di elevata qualità. Virgilio nelle Georgiche e Varrone nel De Rerum Rusticarum insistono sulla qualità della lana in maniera molto precisa; il primo consiglia di non utilizzare montoni a lana bianca con pezzature nere, perché trasmettono tale imperfezione, il secondo raccomanda l’uso di lane spesse e dolci al tatto. In Caldea le lane erano classificate in tre categorie commerciali: lana di montagna, grossolane, lane di seconda scelta, rosse – marroni e lane di prima scelta, bianche.

L’espansione dei commerci permette l’arrivo nella Penisola di pecore da tutte le aree mediterranee ed intensa si fa l’opera di incrocio.

Le descrizioni di differenti autori e soprattutto le varie rappresentazioni iconografiche dell’epoca permettono di avere un quadro abbastanza preciso degli animali allevati; sono generalmente acorni, a coda lunga e sottile e con profilo fronto-nasale convesso; l’altezza al garrese è sensibilmente superiore a quelle degli animali delle epoche precedenti. La tecnica della transumanza è ampiamente utilizzata, soprattutto dopo le guerre puniche.

 

Allevamento della pecora nell’alto medioevo

 L’alto Medio Evo conosce una riduzione dell’allevamento ovino. Spostamenti degli animali sono eccezionalmente descritti nell’Appennino umbro-marchigiano, anche se con un’intensità molto minore rispetto alle epoche precedenti. In questo periodo le pecore erano sicuramente di piccola taglia. L’altezza al garrese, misurata per mezzo a partire dai resti ossei provenienti da 53 siti archeologici dell’Europa Occidentale ha dato il valore di 58,3 cm, con un campo di variazione oscillante tra 44 e 69,4 cm. Il confronto tra gli animali provenienti da tali siti, realizzato confrontando 6 misure biometriche ossee, dimostra in maniera regolare ed indubitabile, una maggiore grandezza degli ovini italiani (siti archeologici di Torcello e Tuscania, 12 –15 secolo) rispetto a quelli di tutti gli altri siti, dovuta probabilmente alla migliore conservazione rispetto agli altri paesi dei vantaggi acquisiti dalla romanizzazione.

  

La pecora nella rappresentazione artistica antica

 Le rappresentazioni iconografiche del periodo non ci danno un’immagine univoca degli animali allevati. Nei mosaici di S. Apollinare Nuovo e del Mausoleo di Galla Placidia in Ravenna, databili intorno al V secolo d.C., le pecore raffigurate appaiono di un livello evolutivo piuttosto elevato e rassomigliano straordinariamente ad alcune razze allevate ancora attualmente, come la Bergamasca e le razze di ceppo appenninico.

 Dobbiamo però aspettare quasi sette secoli per ritrovare una serie abbastanza cospicua di rappresentazioni di pecore, quelle realizzate da Giotto in almeno due affreschi, la Natività nella Basilica Inferiore di S. Francesco in Assisi ed il Sacrificio di Gioacchino nella Cappella degli Scrovegni a Padova. Gli animali qui rappresentati sono molto diversi dai precedenti; parecchi portano corna e soprattutto diversi presentano il vello nero. Pressappoco contemporanei a questa serie giottesca sono gli affreschi della collegiata di S. Maria in Visso, in uno dei quali sono raffigurate alcune pecore, tutte di colore nero.

La stessa situazione si ritrova nelle rappresentazioni francesi dell’epoca; nelle 4 tavole che riproducono ovini del libro "Très Riches Heures du Duc de Berry" (XV° secolo), il 78% degli animali appare bianco, il 21% nero e solo l'1% pezzato; il vello appare sempre chiuso. L’aspetto più polimorfo degli animali di questo periodo rispetto a quelli ravennati è sicuramente è il segno di un decadimento del sistema selettivo praticato in epoca romana.

 

 Le razze italiane dallo sviluppa al rischio di estinzione

 A partire dal XII secolo incominciano a farsi evidenti in tutta Europa i segni di una ripresa su larga scala dell’allevamento ovino; prova ne sono i rapporti elevatissimi tra numero di pecore allevate e uomo, ricostruiti, per varie nazioni, sulla base di reperti osteologici ed iconografici; 4 a 1 in Polonia, 16 – 17 a 1 in Prussia, 25 a 1 in Sardegna, anche se per quest’ultimo dato non si fa distinzione tra pecore e capre.

L’enorme sviluppo dell’ovinicoltura si avverte anche in Italia, in ritardo rispetto alle aree del Nord Europa.

Le bonifiche costiere e un forte disboscamento trasformano profondamente l’aspetto dell’ambiente, con messa a disposizione di ampie superficie destinate all’agricoltura. I cambiamenti sui sistemi di allevamento sono drammatici, scompare per esempio l’allevamento estensivo del maiale, strettamente associato al bosco mentre l’allevamento ovino abbandona le aree le aree collinari e pianeggianti, per confinarsi quasi esclusivamente nelle aree montane e riparte la pratica della transumanza, generalmente prima diretta e poi inversa. Le principali linee della transumanza collegano le Alpi alla pianura del Po, l’Appennino umbro-marchigiano e le aree pianeggianti adriatiche, la stessa area appenninica con la pianura laziale e toscana, con le tre Dogane  di Siena, gestite dal Monte dei Paschi, di Roma e del Patrimonio, gestite dallo Stato pontificio e l’Appennino meridionale, soprattutto abruzzese, con le pianure pugliesi.

In questa epoca storica compare in Spagna, intorno al XII° secolo il tipo genetico massimamente specializzato per la produzione della lana, il tipo Merinos. La Merinos arriva in Italia, primo paese europeo dove si è diffusa, nel XV° secolo. Dal 1435, infatti, inizia un’introduzione in Puglia e, più precisamente, nella Daunia (Capitanata):  l'Italia meridionale è sotto il dominio spagnolo (casa di Aragona) ed è necessario  migliorare le razze locali dando così origine alla razza Gentile di Puglia.

La seconda razza merinizzata italiana, la Sopravissana, è stata invece creata dalla razza merinos francese Rambouillet, incrociata a partire dal XVIII° secolo e fino a tutto il XIX°, con pecore Vissane locali, allo scopo di rivitalizzare un’industria tessile locale sempre più asfittica. Gli incroci hanno avuto particolare impulso nell’epoca della conquista napoleonica delle Marche.

Le due razze hanno goduto di straordinario successo, arrivando a contare, nei secoli XVII e XVIII vari milioni di animali. Dalla fine del XIX secolo, però, è iniziato il loro inesorabile declino e nel corso degli ultimi cinquanta anni, poi, hanno subito una progressiva e massiccia erosione genetica per l’incrocio indiscriminato con varie razze soprattutto da carne. La qualità della lana si è perciò progressivamente deteriorata.

Attualmente entrambe le razze sono considerate in via di estinzione la loro numerosità attuale è infatti  stimata in poche migliaia di animali.

In un censimento realizzato nel 2001, per l’allevamento della Gentile di Puglia sono state individuate 12 aziende: 2 in provincia dell'Aquila, 2 in quella di Campobasso, 1 in provincia di Cosenza, 6 in quella di Foggia e 1 in quella di Potenza. Si è rilevata una consistenza molto variabile delle greggi, passando dai 1.000 ai 50 capi. Dieci aziende su dodici hanno solo animali di razza Gentile, mentre negli altri i capi in purezza oscillano da un minimo del 20 ad un massimo del 50% .

Per la Sopravissana sono state monitorate 8 aziende: 4 in provincia di Rieti, 1 in provincia di Ascoli Piceno, 1 in provincia di Macerata e 2 in quella dell’Aquila, tutte con animali iscritti al Libro Genealogico.

Le aziende esaminate presentano una consistenza molto variabile delle greggi, passando dai 1.000 agli 80 capi, così come molto variabile è la percentuale di soggetti in purezza all’interno di ogni allevamento; infatti, solo due su otto hanno solo animali di razza Sopravissana, negli altri casi i capi in purezza oscillano da un minimo del 20 ad un massimo dell’85%, a conferma della notevole variabilità che si è creata negli anni in seguito alla pratica dell’incrocio.

Tutti gli ovini ottenuti da queste due razze con i più svariati incroci (50 tipi genetici diversi), fatti in modo casuale e senza una seria programmazione; stimati intorno a 500.000 sono stati raggruppati in una nuova razza, la Merinizzata Italiana da Carne, che sta perdendo la sua peculiarietà laniera.

Nella situazione attuale, pertanto, gli indirizzi selettivi da seguire nei due tipi genetici sono mirati essenzialmente alla loro conservazione, necessaria affinchè l’Italia, come d’altronde tutta l’Europa Occidentale, non perda completamente un tipo genetico molto importante e, con esso, tutte le tradizioni collegate alla lana.

 

Articolo di Marco Antonini e Carlo Reineri pubblicato su Naturalmente Tessile n. 3/2009 

 

  


  
Pubblicato da Redazione Blumine il 12/05/2010
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