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Le tante facce del cotone
Pubblicato da Aurora Magni il 03/07/2010 - 0 commenti - visualizzazioni: 5360
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L’indagine biennale sulle abitudini di consumo  svolta da CCI (Cotton Council International) e presentata nel maggio scorso, informa che nonostante la crisi il 65% degli italiani ha acquistato capi tessili in misura uguale o addirittura maggiore rispetto l’anno precedente. Gli italiani dichiarano inoltre di prestare attenzione alla composizione fibrosa e la maggior parte degli intervistati preferisce scegliere capi in fibra naturale (66%). In questo quadro il cotone è la fibra preferita per l’84% degli intervistati e il 77% è disposto a spendere di più per un capo in fibra naturale rispetto a uno in fibra sintetica.

Una buona notizia per i produttori visto che il prezzo del cotone greggio è aumentato significativamente.

 Il cotone sarà un argomento se non fisso almeno  frequente della nostra  news letter. Iniziamo con il delinearne i confini.

Nel 2007  viene pubblicata  l’edizione italiana “Viaggio nei Paesi del Cotone” di Erik Orsenna, accademico di Francia e Consigliere di Stato nonché scrittore. Un libro di piacevole lettura e pieno di dati e informazioni raccolte sul campo, o meglio, nei campi di cotone (americani, asiatici, africani) oltre che nei luoghi delle strategie e della ricerca. Una lettura utile se si vuole capire l’impatto socio ambientale del cotone,  a seconda dei punti di vista “oro bianco “ o “maiale della botanica”, una pianta di cui non si butta via niente e che muove business enormi.

Lo scorso anno  Edizioni Ambiente pubblica “Confessioni di un Eco Peccatore” di Fred Pearce, giornalista e consulente della Banca Mondiale e dell’Agenzia europea per l’ambiente. Anche in questo caso si tratta di  un viaggio: dai negozi Mark and Spencer ai luoghi della produzione per capire la storia di un  capo d’abbigliamento venduto in Inghilterra a 10 sterline mentre le operaie che lo cuciono in Bangladesh guadagnano quando va bene 1.660 taha al mese, pari a circa 12 sterline.

Il 2009 era poi stato dichiarato da Onu e Fao “Anno internazionale delle fibre naturali” il che aveva giustamente messo sotto i riflettori il cotone, che con 24 milioni di tonnellate prodotte nel 2008 rappresenta la  più importante fibra naturale  per quanto la sua leadership sia fortemente contrastata dal crescente peso delle fibre man made (oltre 42 milioni di fibre prodotte lo stesso anno).

Che il cotone si pregi per antonomasia della definizione di fibra sana perché naturale, quindi  ecologica presso l’opinione pubblica è fatto noto. Del resto quelle distese di fiocchi bianchi   prima che inizi la raccolta hanno un fascino irresistibile. Ma poiché ci preme andare oltre i luoghi comuni, di cotone parleremo spesso nella nostra News letter e cercheremo di farlo anteponendo alle ragioni del cuore qualche parametro oggettivo.

Perché il cotone è un problema complesso ed ambivalente.

Cotone vuol dire ettari di terreno destinati a questa e non ad altre coltivazioni od attività, con tutti i rischi che comportano le economie  monocoltura. Vuol dire  consumo elevato di acqua tanto che si parla di “water footprint” (una tonnellata di prodotto tessile finito corrisponderebbe a livello mondiale a 9.359m³ di acqua dolce con punte in India ed Argentina intorno ai 20.000m³)[1].. Vuol dire agrochimica, soprattutto pesticidi e fertilizzanti in quantità elevatissime con conseguenze ancora non sufficientemente chiare sull’ambiente e quindi sulla salute delle persone coinvolte.

Il cotone è lo scempio del Lago d’Aral in Uzbekistan, la cui superficie lacuale è ridotta negli ultimi 40 anni del 60% e il volume complessivo delle acque  dell’80%. Un fatto citato anche nei libri di testo delle scuole medie ma poco presente nell’agenda ecologica mondiale per quanto si tratti di un processo di progressiva desertificazione di un’area un tempo fertile con conseguenze sulle popolazioni residenti (e non solo) tutt’altro che irrilevanti.

Il cotone è lavoro infantile.

Che nelle comunità rurali povere il coinvolgimento di minori nelle attività lavorative sia un fenomeno diffuso ed usuale, è fatto noto ed accettato perfino dalle associazioni di difesa dell’infanzia ben consapevoli delle condizioni di vita e della cultura delle comunità povere del mondo. Altra cosa è lo sfruttamento. Difficile dire quanti siano i bambini coinvolti nelle operazioni di raccolta del cotone. In Brasile ad esempio il calendario scolastico viene modificato per permettere agli alunni di parteciparvi, in Burkina Faso si registrano fenomeni di migrazione  interna dei bambini verso regioni situate più a Sud   e verso i Paesi limitrofi in concomitanza con le fasi di raccolta.  In Pakistan la presenza di bambine nei campi di cotone durante quel periodo  è così ingente da dover chiudere le scuole e lo stesso avviene in Uzbekistan. In India il lavoro dei minori è legato anche alla produzione dei semi di cotone, di cui gli stati dell’ Andrha Pradesh e del Gujarat sono i più significativi produttori: circa il 50% del costo di produzione deriva dalla mano d’opera impiegata nella impollinazione manuale dei fiori eseguita in gran parte da bambine[2].

 Il cotone è il tentativo di applicare le logiche alimentari della coltivazione biologica a una materia prima che non viene mangiata con risultati che generano una buona dose di dubbi soprattutto di fronte al proliferare di messaggi pubblicitari che parlano di capi bio senza una qualche documentazione che ne accerti la fondatezza e ben sapendo che la percentuale di fibra realmente bio non supera l’1% del cotone in circolazione ragion per cui quella maglietta “organica” dovrebbe costare come se fosse di kasmir non solo per la rarità della materia prima ma per la fatica che si fa ad a ottenerla.  E se distributori globali a volte  inciampano sul cotone bio come è avvenuto a H&M nella primavera di quest’anno al centro di contestazioni per la non correttezza dell’informazione sul contenuto bio dei prodotti descritti come tali, non sono pochi i produttori che toccano con mano come un mercato ancora poco sensibile al tema  non premi capi faticosamente e costosamente  prodotti e certificati.

Il cotone è manipolazione genetica, è “OGM si OGM no”:  un dibattito in cui spesso più che le valutazioni nel merito sembrano prevalere le posizioni ideologiche in un contesto in cui  la mole di cotone geneticamente modificato copre il 60% della fibra disponibile con effetti nulli sulla salute di chi lo indossa ma  conseguenze ancora da capire bene sugli insetti che entrano in contatto con le piante e sul terreno che, ritengono molti,   risulterebbe alla lunga impoverito, privato della  capacità di favorire le biodiversità, di far crescere altre specie vegetali.

Il cotone è disuguaglianze economiche tra gli agricoltori statunitensi iper tecnologici e garantiti e i contadini poveri dei paesi in via di sviluppo che affidano proprio a questa fibra le speranze di sopravvivenza. Si chiama Cotton Belt la fascia d’oro del cotone americano che comprende  Alabama, Arkansas,Carolina del Nord e del Sud, Georgia, Louisiana, Mississipi, Oklahoma, Tennessee, Texas, aree in cui le comunità agricole sono capaci di determinare un forte potere contrattuale nei confronti del Senato rendendo irrinunciabili i sussidi economici alla produzione del cotone. Accade così che per quanto già dal 2003 i paesi del cosiddetto C4  (Benin, Burkina Faso, Ciad e Mali) abbiano chiesto l’eliminazione dei sussidi alla coltivazione del cotone ancora esista una concorrenza non leale che penalizza fortemente i paesi poveri aggravata dalla politica protezionistica della Cina (la maggiore  produttrice mondiale di cotone) oltre che dall’India e dagli stessi Stati Uniti.

Per contro, il cotone rimane una materia prima rinnovabile e biodegradabile. Ed è  la possibilità di giocare la carta della sostenibilità sociale e ambientale come dimostrano importanti iniziative messe in campo in aree in via di sviluppo dell’Africa ma anche in Brasile che, seppure quantitativamente marginali, dimostrano come si possano realizzare filiere produttive dalla coltivazione alla produzione di semi lavorati in grado di supportare economie locali garantendo nel contempo prodotti di  qualità ai consumatori occidentali.

Ma, come detto, torneremo a parlarne.



[1]Alessandro Gallo Cotone: Geopolitica di una commodity agricola, Geotema,  35/36 2009, Bologna

[2]Cristina Mancini e Francesca Mancini “Bambini nei campi di cotone: è sempre lavoro minorile?” Naturalmente Tessile n. 2/2009


  
Pubblicato da Aurora Magni il 03/07/2010
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