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Legambiente racconta il lato nero della globalizzazione: il mercato illegale dei rifiuti
Pubblicato da Aurora Magni il 15/03/2013 - 0 commenti - visualizzazioni: 3414
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I rifiuti sono un  business internazionale di vaste dimensioni gestito spesso nell’illegalità. Dato che dovrebbe non solo incrementare controlli e interventi coercitivi ma anche suggerire un riesame dei criteri con cui il problema   viene affrontato dai sistemi economici legali, cioè considerando i rifiuti per quello che evidentemente per altri mercati già sono: una risorsa preziosa.

E’ quanto suggerito da rapporto presentato recentemente a Roma da Legambiente“Traffici illeciti di rifiuti, merci contraffatte, prodotti agroalimentari e specie protette: numeri, storie e scenari della globalizzazione in nero” studio a firma di Enrico Fontana, Antonio Pergolizzi, Francesco Dodaro e Laura Biffi. Lasceremo alla lettura del rapporto le parti relative alla contraffazione e al mercato di specie protette e ci soffermeremo sui rifiuti, un fenomeno di dimensioni considerevoli che si muove lungo rette internazionali a dimostrazione del fatto che i rifiuti sono una merce globale, un business da cui l’Italia è tutt’altro che esclusa.

Come si legge nel rapporto sono infatti state censite “ negli ultimi due anni 163 inchieste internazionali che hanno interessato l’Italia per traffici illeciti di rifiuti, merci contraffatte, prodotti agroalimentari e specie protette: più di un’inchiesta ogni 4 giorni, per un totale di 297 persone denunciate e arrestate, 35 aziende sequestrate e un valore complessivo finito nelle mani degli inquirenti che supera i 560 milioni di euro”. Questo, ovviamente, per quanto riguarda i traffici “scoperti”, solo la punta dell’iceberg del fenomeno. I rifiuti trasferiti illegalmente, come le merci contraffate e i traffici di animali protetti (vivi o morti) alimentano infatti un giro di affari sporchi enorme che favorisce il riciclo di denaro della criminalità e incrementa il fenomeno della corruzione: “solo in Italia la Corte dei conti l’ha stimata intorno ai 60 miliardi di euro l’anno. Mentre secondo la Banca Mondiale, a livello globale ogni anno vengono pagati più di 1.000 miliardi di dollari di tangenti, sprecando così circa il 3% del Pil mondiale”.

Interessanti nel rapporto anche la dettagliata descrizione delle geo-economia del fenomeno e le proposte suggerite da Legambiente.  Mi limiterò a riprendere alcuni dati che riguardano il mondo del tessile e della moda.

L’Agenzia delle Dogane, nel solo periodo gennaio- settembre 2012 ha intercettato 165.078 kg di scarti tessili per un valore stimato in circa 55.400 euro. Poco rispetto al quantitativo di rifiuti bloccato dai funzionari ( 13.673.702 kg/litri composti da plastiche, materiali ferrosi, gomme, carta, motori, rifiuti elettrici ed elettronici) ma comunque un valore interessante. Innanzi tutto il dato conferma che dai porti italiani  prendono il largo tonnellate di rifiuti,  metà delle quali è destinata ai mercati cinesi dove prospera una fiorente industria del riciclo che opera spesso in condizioni ambientali e di sicurezza parecchio preoccupanti.

 Quanto pesano i prodotti tessili e della moda in questo mercato?

Nel  2011 doganieri e forze dell’ordine, hanno sequestrato presso i nostri porti più di 7.400 tonnellate di rifiuti diretti illegalmente verso l’estero: quasi il 38% costituiti da plastica, il 7% di scari di autoveicoli rottamati, il 3,3% di carta, quasi il 2% di Raee. La quota tessile era pari all’1,1 % e quella proveniente dal comparto calzaturiero pari allo 0,6%.  

La quota tessile citata non è molto rilevante ma occorre precisare che  non conteggia  materiali che noi definiremmo tessili-tecnici e che vengono registrati come plastici e che spesso hanno un grado di pericolosità non marginale.

E’ il caso, ad esempio dei teli usati in agricoltura e nelle serre, quindi impregnati di fitofarmaci, pesticidi e fertilizzanti chimici, materiali che dovrebbero essere smaltiti in impianti speciali e che necessitano di ben 7 lavaggi prima di essere destinati a riciclo. Si tratta di procedure –sottolinea il rapporto- di cui non c’è traccia nei percorsi criminali che hanno come meta finale paesi asiatici dove questi teli inquinati arrivano direttamente nelle aziende clandestine, che senza particolari precauzioni li mischiano e li fondono con altri materiali plastici, per farli diventare nuova materia prima con cui realizzare manufatti che saranno poi spediti in giro per il mondo.

L’emorragia di rifiuti plastici verso l’estero non pone solo problemi di sicurezza ma sta di fatto azzoppando un pezzo di buona industria italiana, con ovvie ripercussioni in fatto di tutela di posti di lavoro e di benessere collettivo. Secondo una recente ricerca dell’Eurispes, in collaborazione con il Consorzio PolieCo,

presentata lo scorso 22 novembre al convegno "Plastica e riciclo di materiali: un'altra via è possibile", “ogni anno in Italia una quantità enorme di rifiuti, circa 26milioni di tonnellate, viene diretta al mercato dell'esportazione clandestina. “Stando alle stime della Guardia di finanza, se lo smaltimento legale di un container di 20 piedi carico di rifiuti pericolosi (pari a circa 15 tonnellate di materiale) ha un costo medio di 60 mila euro, la via illegale riesce ad abbattere questo costo, per la stessa quantità di rifiuto, anche del 90% (con un costo di circa 6 mila euro)”.

Ed ecco spiegata la ragione per cui gli impianti di riciclaggio italiani sono sottoutilizzati. Nel caso del tessile si percepisce come, ad eccezione di alcune esperienze interessanti, manchi una strategia sistemica di riciclo. Diciamo che abbiamo ampi margini di miglioramento

 

Il rapporto integrale è scaricabile qui:

http://www.legambiente.it/sites/default/files/docs/dossier_traffici_completo.pdf


  
Pubblicato da Aurora Magni il 15/03/2013
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