Sustainability-Lab News > Ma quanto siamo davvero poveri?

 

Ma quanto siamo davvero poveri?
Pubblicato da Aurora Magni il 17/12/2010 - 1 commento - visualizzazioni: 3633
  Voto    

 

In questi giorni si discute dello stato di salute dell’Italia a suon di numeri.  La notizia di oggi: secondo il Centro studi di Confindustria il Pil  2010 crescerà dell'1% (in flessione sulla più ottimistica stima di settembre +1,2%),  edell'1,1% nel 2011 (stima di settembre +1,3%). Nemmeno il 2012 sarà particolarmente positivo: si prevede un modesto incremento dell'1,3 per cento.

Al di là della bontà o meno dell’indicatore (al Pil è stato dedicato qualche sera fa un’edizione di Report ma anche sustainability-lab ha già avuto modo di trarre alcune considerazioni *) i dati certo non incoraggiano. La delusione è evidente “la frenata estiva e autunnale –dichiara Confindustria- é stata decisamente più netta dell'attesa e il 2010 si chiude con produzione industriale e Pil quasi stagnanti. La malattia della lenta crescita non é mai stata vinta, come la migliorata dinamica della produttività nel 2006 e nel 2007 aveva lasciato sperare. Il comportamento durante la crisi ha dissipato ogni dubbio al riguardo». L'Italia «ancora una volta rimane indietro» e «il confronto con la Germania é impietoso».

Nel  frattempo, mentre la politica sembra sempre più in altre faccende affaccendata, la disoccupazione arriverà al 9% nel 2011 , tornerà (forse) a scendere solo nel 2012.
Con la crisi, dal primo trimestre 2008 al terzo trimestre 2010, il numero di occupati in Italia è diminuito di 540mila, senza contare le ore di Cig che hanno un impatto pari a 480mila unità di lavoro. Lo calcola il centro studi di Confindustria, stimando che «il numero delle persone occupate continuerà a diminuire nel 2011», con un calo atteso dello 0,4%.  

Ma girando per supermercati e mercatini di Natale non si ha la sensazione di una preoccupazione diffusa.  Natale rimane, anche in periodi di crisi, l’apoteosi di un consumo obbligatorio, inevitabile, gioioso come la  festività richiede e in larga misura superfluo. Permane una sorta di illusione collettiva, da paese comunque ricco, che se ne frega del fatto che quel benessere sia mantenuto a spese del risparmio, con indebitamenti personali  o  ricorso al sostegno famigliare. L’esercito dei trentenni senza reddito fisso e con due master alle spalle condivide con i poveri di sempre una preoccupazione verso il futuro che la frivolezza dello stile di vita e la ricerca del nuovo ipad mal nascondono.**

Quello che il Pil non racconta  è la coabitazione tra povertà vecchie e  nuove,  diverse nel racconto di sé e nella ricerca di soluzioni in cui convivono gli immigrati più o meno regolari, i precari, l’esercito delle partite iva, i giovani che stentano a inserirsi professionalmente, i cassintegrati per i quali non è previsto reinserimento…  Poi ci sono i lavori che la gente non vuole più fare (una recente ricerca includeva tra questi i tessitori e i sarti omettendo il dettaglio che le aziende cerchino giovani per motivi di costo e di flessibilità mentale e si dimostrino poco interessate alle cinquantenni in mobilità…). Problemi congiunturali che si innestano su un processo di cambiamento del sistema produttivo (per altro sempre meno manifatturiero) e in cui giocano valori culturali, aspettative personali, ambizioni…

La cartolina che questo fine 2010 ci propone è un mix di ostentazione di benessere se non di ricchezza (le luci dei negozi, la ricerca dell’ultimo regalo, il cenone..) in cui il consumo è la manifestazione più diretta e misurabile con i suoi trend e le sue ipocrisie (i brand contraffatti, i maglioncini in presunto chasmere  al 100% a 29euro e 99 e così via) in cui si stenta ancora a vedere comportamenti sociali ed economici che non siano minoritari e che anticipino, almeno in qualche misura, un nuovo modo di produrre e di consumare.

Perché  se la risposta al calo del pil non può essere solo nella ricerca di nuovi indicatori (quanto fa freddo lo dice solo il termometro?) e nemmeno nella produttività fine a se stessa se questa ripropone  automaticamente il vecchio meccanismo “ compra-consuma-produci-scarta-compra-consuma-produci…”, allora ha un senso chiedersi che tipo di benessere vogliamo e che ruolo giochino nella nostra idea di felicità le cose, gli oggetti ed i significati che diamo loro. Che è poi il senso della sostenibilità: definire un nuovo equilibrio tra qualità della vita (in senso lato e diffuso) ed ambiente e trovare il modo per realizzarlo e garantirlo.

 

 * si veda:  https://www.sustainability-lab.net/it/blogs/sustainability-lab-news/oltre-il-pil.aspx

** Nel 43 rapporto, rcentemente presentato, così Censis illustra la situazione: "Nel mezzo della crisi, per il 71,5% delle famiglie italiane il reddito mensile è sufficiente a coprire le spese. Il dato sale al 78,9% al Nord-Est, al 76,7% al Nord-Ovest, al 71% al Centro, al Sud scende al 63,5%. Il 28,5% delle famiglie che hanno avuto difficoltà a coprire le spese mensili con il proprio reddito ha fatto ricorso a una pluralità di fonti alternative, con una miscela che si è dimostrata efficace. Il 41% ha toccato i risparmi accumulati, in oltre un quarto delle famiglie uno o più membri hanno svolto qualche lavoretto saltuario per integrare il reddito, più del 22% ha utilizzato la carta di credito per rinviare i pagamenti al mese successivo, il 10,5% si è fatto prestare soldi da familiari, parenti o amici, l’8,9% ha fatto ricorso ai prestiti di istituti finanziari e il 5,1% ha acquistato presso commercianti che fanno credito. Negli ultimi 18 mesi più dell’83% delle famiglie ha però modificato le proprie abitudini alimentari. Quali cambiamenti sono stati introdotti? Il 40% ha contenuto gli sprechi, il 39,7% ha cercato prezzi più convenienti, il 34,8% ha eliminato dal paniere i prodotti che costano troppo".


  
Pubblicato da Aurora Magni il 17/12/2010
Archiviato sotto opinioni/interviste
Tags

Commenti
Da Aurora Magni il 11/03/2011 14.43
cito testualmente da un post pubblicato da La voce (a cura di Davide Baldi e Ludovico Poggi):
"L’Istat ha pubblicato il dato del Pil 2010: +1,2 per cento rispetto al 2009. Nelle stime preliminari del Pil, pubblicate il 15 febbraio, l’Istat registrava una crescita del 1,1 per cento rispetto al 2009, anno in cui il Pil italiano era sceso del 5,0 per cento sul 2008.
Si tratta di una revisione al rialzo di uno 0,1 per cento? Non proprio. L’Istat ha semplicemente rivisto il dato dell’anno precedente. Il Pil del 2009 è sceso, sul 2008 non del 5 per cento, ma del 5,2 per cento. Lo stesso livello di Pil del 2010 si applica dunque a un più basso livello del Pil 2009. Per questo la crescita risulta maggiore.
Ricordiamo che in tempi di grandi crisi è fondamentale tenere come riferimento i livelli a cui eravamo prima della recessione: il nostro Pil è ancora dello 5,2 per cento più basso rispetto al primo trimestre 2008".



Bisogna effettuare il login per poter lasciare un commento.

Attenzione: Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n° 62 del 7.03.2001. L’autore del blog non è responsabile del contenuto dei commenti ai post, nè del contenuto dei siti linkati. Alcuni testi o immagini inseriti in questo blog sono tratti da internet e, pertanto, considerati di pubblico dominio; qualora la loro pubblicazione violasse eventuali diritti d’autore, vogliate comunicarlo via email. Saranno immediatamente rimossi.
    
Rss Rss
Archivio blog