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Moda etica e Moda sostenibile: i PETA Vegan Fashion Awards-2015
Pubblicato da Fabio Guenza il 29/11/2015 - 0 commenti - visualizzazioni: 2983
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Pubblicata dalla sezione UK del People for the Ethical Treatment of Animals la graduatoria della 3a edizione dei premi della moda vegana. Premiati prodotti di abbigliamento, calzature e accessori per le categorie: donna, uomo e accessori, oltre all’azienda più innovativa e allo stilista più influente.

Finta pelle e pelliccia, fibre vegetali e man made i materiali privilegiati dal premio. Non molto altro è dato di sapere sui criteri di assegnazione. L’impressione che se ne ricava è che l’obiettivo sia di dimostrare la possibilità di coniugare etica (animalista) e estetica a qualsiasi livello di prezzo e in qualsiasi segmento di mercato. Nessuna distinzione infatti tra marchi di nicchia o di massa: da H&M e Zara a Esprit, da Adolfo Dominguez a Calvin Klein, da Lacoste a Dr. Martens, da Vivienne Westwood e Stella McCartney e tanti altri stilisti più o meno di nicchia, di punta o emergenti.

Da questo punto di vista, il premio ha l’indubbio merito di confermare che i creativi sono in grado di fare il loro mestiere pur sottostando ad alcuni vincoli: se non esiste un’estetica della sostenibilità, si può rispettare un’etica senza inficiare l’estetica.

D’altro canto, il rischio è di trovare sullo stesso piano marchi che hanno inserito la variabile animalista all’interno di un progetto di sostenibilità più complessivo (vedi Stella McCartney) e altri per i quali la sostenibilità è un pianeta sconosciuto, oppure per i quali, al di là della “capsule” vegana, l’impegno verso gli animali stessi rimane secondario. Quest’ultimo aspetto è curioso, trattandosi di un’organizzazione in genere particolarmente intransigente, come ha dimostrato quando, avendo riscontrato che un fornitore di lana sostenibile di Patagonia in realtà maltrattava gli animali, è arrivata a sostenere che non esiste una “lana umanistica” (“there is simply no such thing as humane wool”).

Moda etica e moda sostenibile infatti sono due cose totalmente diverse, pur con una zona di sovrapposizione. L’abuso degli animali, nei due sensi di sovrasfruttamento e di maltrattamento della risorsa, non può non far parte dell’orizzonte di una impresa della moda, e i crudi footage del PETA hanno il merito di porre all’attenzione di chiunque abbia lo stomaco per guardarli, il livello di crudeltà e disumanità che si raggiunge in una parte non trascurabile della filiera dei materiali di origine animale, che si tratti di lana ovina o di angora, di pelle di vacca o di serpente, di seta o di piuma d’oca o d’anatra. Oggi nessuno, stakeholder o impresa, può più ignorare queste grandi questioni (The issues), e le responsabilità che ne conseguono.

Un aspetto che non convince è la mancanza di considerazione per la maggior parte delle altre criticità per l’ecosistema nel suo complesso che il sistema della moda sostenibile è chiamato a gestire. Pur senza considerare gli aspetti della sostenibilità legati al lavoro, fuori scopo per un’organizzazione animalista, il riferimento è a tutti quegli impatti negativi, diretti e indiretti, che gravano non solo sulle persone ma anche sugli animali del nostro pianeta, e che non vengono assolutamente presi in considerazione qui: il consumo di acqua ed energia, le emissioni di CO2 con i suoi effetti sul riscaldamento globale e il cambiamento climatico, le sostanza chimiche pericolose, primi tra tutti i pesticidi nella produzione del cotone, la gestione del fine vita e così via.

“Animals are not ours to wear”, ma è un obiettivo possibile, la transizione dell’intero sistema moda dalle fibre di origine animale a quelle vegetali, artificiali e sintetiche? E soprattutto, è davvero rispettosa del mondo animale un tessuto ottenuto attraverso il largo uso di pesticidi e altre sostanze chimiche di sintesi, o una fibra ottenuta direttamente dal petrolio senza passare dal riciclo?


  
Pubblicato da Fabio Guenza il 29/11/2015
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