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Non si (in)sabbia la responsabilità!
Pubblicato da Fabio Guenza il 30/03/2012 - 0 commenti - visualizzazioni: 3634
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La vicenda del Sandblasting, i cui ultimi sviluppi non sono certo incoraggianti (2012) I jeans continuano ad uccidere, offre lo spunto per una riflessione più ampia.
Riassumendo: qualche mese fa un servizio de le Jene portava alla ribalta le conseguenze terribili della sabbiatura dei jeans per i lavoratori coinvolti nella filiera (silicosi), producendo così un forte supporto mediatico alla Campagna Abiti Puliti (membro italiano di Clean Clothes Campaign) impegnata nella lotta a questa pratica fortemente critica in termini di Salute & Sicurezza.
Nei mesi successivi i marchi dell’abbigliamento italiano e internazionale reagivano in modo molto variegato a questo genere di sollecitazioni (segnale questo di una mancanza di politiche di concertazione a livello industriale).
I risultati si possono sintetizzare così:

  • da una parte la concertazione industria/sindacati lavoratori a livello internazionale, che ha portato all’adesione alla Campaign to Eliminate Sandblasting dell’ ITGLWF, il sindacato internazionale del tessile abbigliamento cuoio di alcuni colossi tra cui C&A, Carrefour, Esprit, H&M, Inditex, Karen Millen, Levi Strauss & Co,VF Corporation (qui non si segnala nessuna impresa italiana)
  • dall’altra, si è assistito a una serie di dichiarazioni rese dai marchi italiani alla Campagna Abiti Puliti, la cui evoluzione è riassunta on line sulla pagina facebook Buoni & Cattivi. Purtroppo, abbondano i  e scarseggiano i . Nonostante non siano poche le imprese che hanno dichiarato pubblicamente di aver cessato il ricorso alla sabbiatura (tra cui le italiane Armani, Gucci, Replay, Versace e, non da subito, Benetton e Diesel), poche sono quelle che possono comprovarlo attraverso un sistema di gestione responsabile della supply chain funzionante e trasparente (in pratica solo Gucci, grazie a anni di certificazione SA8000 e di dialogo aperto coi sindacati).

E qui torniamo al punto dell’apertura: a distanza di mesi, nei quali le imprese interessate hanno avuto modo di analizzare le proprie criticità e adottare gli opportuni correttivi, la Campagna torna a denunciare una situazione critica, pubblicando un report sui risultati delle ispezioni condotte da alcuni ricercatori dell’AMRF. I riferimenti in (2012) I jeans continuano ad uccidere (vedi anche il post  Si muore ancora di sandblasting).

Come poter verificare le dichiarazioni delle imprese, e come distinguere tra imprese più e meno responsabili, sono temi cruciali nel discorso della sostenibilità, perché riguardano:

  • sia la ricostruzione del rapporto fiduciario tra imprese e stakeholder (in primis i consumatori), entrato negli anni ‘90 in una crisi generalizzata di cui ancora non si vede soluzione;
  • sia la competizione leale tra imprese concorrenti, allorché la comunicazione delle proprie performance di sostenibilità rappresenta un vantaggio competitivo sul mercato.

In questo senso continua a registrarsi da un lato un certo ritardo culturale da parte delle imprese, che evidentemente faticano ad adottare prassi di comunicazione buone e coerenti con la realtà, e dall’altro un ritardo di regolamentazione da parte delle istituzioni preposte (legislatore, camere di commercio…) riguardo alla comunicazione delle variabili non finanziarie del business: le carenze riguardano sia gli obblighi di comunicazione su quello che le imprese fanno o non fanno a livello dal punto di vista ambientale e sociale (vedi ad es. art. 2428 cod.civile), sia le regole nella comunicazione volontaria (green claims…).

La discussione prosegue in Sostenibilità non fa rima con arbitrarietà


  
Pubblicato da Fabio Guenza il 30/03/2012
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