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Primark per le famiglie del Rana Plaza. E gli altri?
Pubblicato da Aurora Magni il 27/10/2013 - 1 commento - visualizzazioni: 2717
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E’ stato detto tutto sul disastro del Rana Plaza? Le parole di cordoglio non servono a niente se non sono seguite da azioni concrete. Per questo torniamo/torneremo su questa notizia: troppo facile archiviarla. La stampa italiana non ha dato rilevanza alla cosa ma a settembre l’organizzazione sindacale internazionale IndustriaALL ha incontrato a Ginevra le imprese che commissionavano lavorazioni alle imprese tessili del Rana Plaza per concordare modalità di risarcimento  a lungo termine dei lavoratori feriti e delle famiglie delle vittime. Secondo un articolo di The Indipendent del 13 settembre scorso, alla riunione solo 10 brand coinvolti erano presenti. Tra gli assenti  Benetton, Carrefour, Mango, Walmart. A quanto si legge in www.abitipuliti.it che segue con attenzione gli sviluppi della vicenda, secondo informazioni del Rana Plaza Compensation Coordination Committee formato dai marchi, dal governo bengalese, dal BGMEA, da sindacati e Ong locali e internazionali,  Primark e Loblaw si sono distinti per il loro impegno nel fornire i primi aiuti, Benetton avrebbe finalmente accettato di sedersi al tavolo negoziale multistakholde mentre Inditex, Bon March e Mascot hanno segnalato la loro disponibilità a contribuire al fondo stabilito dall’Accordo.  Non hanno invece ancora aderito: Adler Modemärkt (Germania), Auchan (Francia), Camaieu (Francia), Carrefour (Francia), Cato Fashions (US), Children’s Place (US), LPP (Polonia), Iconix (US),  JC Penney (US), Kids for Fashion (Germania), Kik (Germania), Mango (Spagna), Manifattura Corona (Italia), Matalan (UK), NKD (Germania), Premier Clothing (UK), Store 21 (UK), Texman (Danimarca), Walmart (US), YesZee (Italia),  C&A (Germania/Belgio), Dress Barn (US), Gueldenpfennig (Germania) e Pellegrini (Italia).

In particolare l’inglese Primark di fronte all’entità della tragedia ha reagito dandosi un nuovo codice di condotta ed intervenendo sulle condizioni di sicurezza dei lavoratori, sui trattamenti economici e sugli orari. “Abbiamo guardato con orrore: sapevamo che in quel palazzo si lavoravano i nostri capi e abbiamo assunto le nostre responsabilità”. Parole di Paul Lister, responsabile della Corporate Governance dell’  Associated British Foods, la società che possiede il brand Primark e che non ha perso tempo a pagare ai feriti e alle famiglie delle vittime un indennizzo pari a sei mesi di stipendio. Lister ha recentemente annunciato alla BBC di voler proseguire con i pagamenti per altri 3 mesi  e dichiarato l’impegno dell’azienda a concedere un aumento del salario minimo per i lavoratori della propria supply chain.( http://www.bbc.co.uk/news/business-24646942). 

I lavoratori tessili in Bangladesh sono 4 milioni e l’80% della produzione di capi realizzata è esportata. Lo stipendio mensile di un operaio è di circa 40 dollari.

 

 

 

 


  
Pubblicato da Aurora Magni il 27/10/2013
Archiviato sotto fatti/attualità

Commenti
Da umberto tunesi il 28/10/2013 07.46
Che dire? La Globalizzazione ricorda più una canzone di Patty Pravo - "oggi qui, domani là" - che "il popolo dell'abisso" di Jack London. O la nota barzelletta della "saponetta del perdono". E non è causale che ci troviamo qui in Italia gli ex del Bangladesh, come di tanti altri Paesi dell'OCSE, che fa tutto tranne che rispettare il proprio statuto. Dante fa dire ad un proprio personaggio che "verità va cercando, come sa chi per lei vita rifiuta". Qui si va cercando il profitto, rifiutando la vita altrui.

umberto tunesi


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